– Le mode passano, i finanziamenti sono ballerini, le amministrazioni cambiano, il Centro Culture Contemporanee di Catania resiste e il 30 e 31 ottobre festeggia un quarto di secolo. Dal 2001 attraversa stagioni, linguaggi e trasformazioni senza rinunciare alla propria identità. Un piccolo miracolo di ostinazione in una città dove è più facile inaugurare qualcosa che farla durare
– «Catania è una città frizzante, dinamica che propone tante cose, con una logica però legata all’effimero, alle mode. Quante iniziative sono nate e sono morte. Io credo molto nella durata di un progetto, questo fa la differenza soprattutto in termini di semina sul territorio, di come questi progetti possano diventare identitari rispetto a una città», commenta il direttore Sergio Zinna
«Catania è una città frizzante, dinamica, che propone tante cose, con una logica però legata all’effimero, alle mode. Quante iniziative sono nate e poi sono morte. Io credo molto nella durata di un progetto, questo fa la differenza soprattutto in termini di semina sul territorio, di come questi progetti possano diventare identitari rispetto a una città», commenta Sergio Zinna, direttore di Zō e co-fondatore.
E venticinque anni sono un’eternità per un locale, un piccolo miracolo per un centro culturale indipendente, quasi una provocazione in una città come Catania, dove le iniziative nascono spesso sull’onda dell’entusiasmo e altrettanto spesso scompaiono quando finiscono i finanziamenti, cambia un’amministrazione o si esaurisce la pazienza degli organizzatori.
Zō, invece, è ancora lì. In mezzo alle Ciminiere, dentro una vecchia raffineria di zolfo trasformata in laboratorio delle arti contemporanee. Non è diventato un museo di se stesso, non ha ceduto alla tentazione di inseguire soltanto i nomi di richiamo e non ha rinunciato a quella vocazione sperimentale che, il 31 ottobre 2001, sembrava una scommessa piuttosto azzardata.

Venerdì 30 e sabato 31 ottobre, Zō Centro Culture Contemporanee festeggia i suoi primi venticinque anni. Lo farà senza la solita parata di celebrità, ma con un’installazione grafica permanente, materiali audiovisivi, incontri e una serata aperta alla città. Un’occasione per ripercorrere la storia di uno dei progetti culturali più longevi e originali della Sicilia contemporanea.
«Non vogliamo eccessivamente celebrare questo anniversario, gli incontri del 30 e 31 ottobre sono più un momento per condividere i fili della memoria di ciò che si è fatto in tutti questi anni, soprattutto quello di venerdì con le persone con cui abbiamo collaborato, artisti, operatori. E poi il 31 con il pubblico. Non come una logica nostalgica, anche se qualche lacrimuccia c’è sempre in queste occasioni. Ma con l’idea di vederci per continuare a progettare i prossimi venticinque anni, a proiettarsi in avanti», sottolinea Zinna. «Siamo andati a rimestare fra le vecchie foto, i vecchi video. Abbiamo creato una installazione grafica lunga 30 metri, che resterà permanente, nella quale ripercorriamo le tappe più importanti del nostro percorso. Inoltre, due installazioni con audiovisivi nelle due sale, una è un montaggio con una piccola parte delle immagini di spettacoli, l’altra è un assemblaggio di lavori relativi ad attività un po’ meno conosciute dal pubblico, ma per noi fortemente identitarie».
Quando una raffineria di zolfo diventò una fabbrica di idee
La storia comincia prima dell’inaugurazione. Nel 1997 Sergio Zinna, Felicita Platania e Ivano Mistretta immaginano uno spazio diverso dai teatri tradizionali e dai locali destinati ai concerti. Un luogo in cui musica, teatro, danza, arti visive, elettronica e sperimentazione possano convivere senza barriere. L’ispirazione arriva dalle grandi città europee, dove il recupero degli edifici industriali dismessi ha già prodotto centri culturali capaci di trasformare interi quartieri.

A Catania viene individuato un edificio delle Ciminiere, un tempo destinato alla lavorazione dello zolfo e successivamente utilizzato come palestra comunale. L’architetto Nigel Allen ne progetta il recupero, conservando la memoria industriale del luogo e immaginando spazi flessibili, capaci di adattarsi a linguaggi artistici differenti.
Il 31 ottobre 2001 Zō apre le porte. Non è soltanto l’inaugurazione di un nuovo spazio per spettacoli. È l’introduzione di un modello culturale allora poco diffuso in Italia: una factory multidisciplinare che non si limita a ospitare artisti, ma costruisce progetti, produce spettacoli, favorisce collaborazioni e investe nella formazione.
Una differenza sostanziale. Perché organizzare un concerto significa acquistare uno spettacolo e venderne i biglietti. Costruire un centro culturale significa creare le condizioni affinché la musica, il teatro e le altre arti possano svilupparsi anche quando i riflettori sono spenti. Un modello diffuso nel mondo, ancora sconosciuto in Italia.
«Abbiamo dovuto combattere quindici anni per vedere approvato dal ministero il modello del multidisciplinare. Non tutti sanno che in questi quindici anni abbiamo portato avanti un progetto senza finanziamenti pubblici. In Italia il modello multidisciplinare nello stile delle Factory non era riconosciuto. Oggi grazie a questo riconoscimento occupiamo stabilmente il primo posto nella graduatoria ministeriale della programmazione multidisciplinare, ottenendo il massimo punteggio. Da lì è cambiato tutto, perché ci siamo istituzionalizzati, abbiamo dei contributi stabili, che comunque non sono niente di pazzesco, ma ci danno la possibilità di essere un’azienda con una quindicina di dipendenti, più altrettanti che operano nel ristorante».

Una svolta, avvenuta nel 2017, che coincise anche con la “riconquista” del Centro. «Siamo stati ingenui, degli allocchi agli inizi», riconosce Zinna. «Abbiamo fatto un investimento di circa un miliardo di lire, che all’epoca era una cifra gigantesca. Avevamo vinto un bando, quindi soldi parzialmente nostri e parzialmente pubblici. Ma abbiamo chiesto soltanto dieci anni di disponibilità. Ciò ha determinato che, con i vari cambi politici, siamo rimasti per cinque/sei anni nel limbo. Ci hanno lasciato in sospeso. Nonostante avessimo fatto richiesta di rinnovo, a fronte di ulteriori investimenti, il Comune non ci ha mai risposto, lasciandoci in una situazione che era sostanzialmente quella di un centro sociale. Non potevamo fare richiesta di finanziamenti, partecipare a bandi europei, né ministeriali. Chiunque si sarebbe arreso, pensa che addirittura ci mandavano i vigili urbani a fare la multa al bar perché non avevamo la licenza. Migliaia di euro di multe. Tutto si è risolto nel 2017 con un ulteriore bando pubblico, perché nessuno ha avuto il coraggio di farci una assegnazione diretta, neanche Bianco con il quale siamo nati».
Venticinque anni di musica fuori dalle rotte commerciali
In questi anni Zō ha contribuito ad allargare l’orizzonte musicale della città. Elettronica, jazz di ricerca, improvvisazione, post-rock, neoclassica, sperimentazione audiovisiva: linguaggi che difficilmente avrebbero trovato spazio nei circuiti commerciali hanno avuto qui una casa.
«Noi, per scelta, abbiamo diversificato molto, sia perché siamo un centro multidisciplinare – siamo teatro, sala concerti – sia perché anche all’interno delle discipline, ad esempio la musica, ci sono vari percorsi, e quindi anche pubblici diversi. Anche se poi travasano per una certa percentuale. La rassegna “Partiture”, ad esempio, è dedicata alla musica contemporanea, neoclassica, elettronica, è di nicchia, con una determinata tipologia di pubblico; “Pulsar”, invece, ha un taglio più marcatamente giovanile: musica alternativa, gruppi esteri. Sta riscontrando un notevole successo e vorremmo farla diventare un festival, sullo stile di Ypsigrock».

- C’è un evento, una rassegna, una iniziativa in questo quarto di secolo di storia del centro a cui siete particolarmente affezionati?
«Difficile trovare un nome, una situazione. C’è sicuramente tutta l’esperienza di “Mappe”che è stata propedeutica per la creazione di Zō. È stato un grande festival itinerante con l’idea di rileggere la città attraverso chiavi di lettura ogni anno diverse per individuare delle aree dove prospettare una serie di interventi specifici. E lì abbiamo fatto di tutto, dai Fugazi al porto alle mostre d’arte contemporanea, alla banda Roncati che esce dagli scavi. È stata una esperienza dal punto di vista organizzativo della quale la città non ha ancora capito bene la portata. Eravamo negli anni 90, un altro evento simile non c’è stato più. Restiamo molto leati a “Mappe”. Come eventi ce ne sono stati, gruppi storici – dai Faust ai Wire -, Arto Lindsay, Wim Mertens. Più che il nome è la progettualità complessiva che caratterizza Zō».
- E la risposta del pubblico?
«Altalenante anche in questo caso. Quando abbiamo cominciato, c’è stata una risposta fortissima. C’è da rimarcare che il pubblico era diverso, perché c’è da valutare anche una questione generazionale. Agli inizi mi ricordo che potevamo portare Arto Lindsay, che era straconosciuto, e Solex, una emerita sconosciuta che faceva elettronica a Rotterdam, e avevamo la sala strapiena. La gente veniva perché aveva voglia di partecipare, di stare dentro un progetto nuovo. Negli anni poi ci sono stati degli alti e bassi, come spesso capita, molto legato al cambio generazionale: quelle nuove adesso si muovono in maniera completamente diversa, è tutto filtrato dai social».
La rivoluzione di Zō

La vera rivoluzione di Zō è proprio quella di durare in una città che ama inaugurare e fatica a conservare, che celebra le novità ma dimentica in fretta ciò che ha costruito. Non per sopravvivere a se stessi, ma per continuare a produrre idee, alimentare curiosità, formare pubblico, lasciare tracce. Perché la cultura non si misura con il numero degli eventi, con i sold out o con le fotografie delle serate affollate. Si misura con ciò che resta quando si spengono le luci e il pubblico torna a casa. E a Catania, dove troppo spesso si confonde il movimento con il cambiamento, essere ancora qui dopo un quarto di secolo non è soltanto un compleanno. È un atto di resistenza. E, soprattutto, una dimostrazione che la cultura non ha bisogno soltanto di spazi da riempire, ma di radici da mettere.
Zō ha dimostrato che un edificio pubblico può diventare un luogo di produzione culturale, lavoro, formazione e partecipazione. Che una città periferica rispetto ai grandi circuiti europei può dialogare con la ricerca internazionale. E che l’avanguardia, quando è sostenuta da una progettualità seria, non deve necessariamente restare un lusso per pochi.
Venticinque anni dopo, la questione non è soltanto celebrare ciò che Zō è stato. È chiedersi quanti altri spazi simili potrebbe avere Catania, quante fabbriche dismesse potrebbero diventare laboratori creativi, quanti giovani artisti potrebbero trovare un luogo in cui crescere senza essere costretti ad andarsene.
Perché una città culturalmente viva non si riconosce dal numero di concerti che riesce a ospitare in una stagione. Si riconosce dai luoghi che riesce a mantenere vivi nel tempo. E in una Catania che ama celebrare il proprio passato, Zō ha avuto almeno un merito difficilmente contestabile: per venticinque anni ha continuato a occuparsi del futuro.
