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CHUCK BERRY 100th – La storia del rock 

– Il 18 ottobre 2026 ricorrono i cent’anni dalla nascita di Chuck Berry, nato a St. Louis, nel Missouri, nel 1926 e morto il 18 marzo 2017. Un anniversario fondamentale per la storia della musica popolare: senza “Maybellene”, “Roll Over Beethoven”, “Rock and Roll Music” e “Johnny B. Goode”, il rock avrebbe probabilmente avuto una storia diversa
– È una ricorrenza che riguarda non soltanto il musicista di Saint Louis, ma anche i Beatles, i Rolling Stones, i Beach Boys, Bruce Springsteen e intere generazioni di chitarristi che hanno imparato il linguaggio del rock attraverso i suoi riff. Purtroppo, sembra che i suoi discepoli famosi lo abbiano dimenticato: manca un grande tributo internazionale

“Roll over, Beethoven”: fatti più in là, nonno Ludwig, cantava Chuck Berry verso la metà del secolo scorso. Fatti più in là, perché doveva cedere il passo alla nuova musica: il rock’n’roll.

Settant’anni dopo il musicista di Saint Louis continuava a cantare e suonare quella canzone. Il 18 ottobre del 2016 aveva compiuto 90 anni ed era ancora su un palco con il suo passo d’anatra (rallentato certo dall’età) a far stridere la sua chitarra al ritmo di Johnny B. Goode, Maybellene, School day, classici del rock’n’roll, del quale Chuck Berry è stato uno dei padri (o nonni, o meglio ancora bisnonni), oltre che un mito. Fino al 13 agosto del 2015, nel suo 207th live show at Blueberry Hill August, come si legge sul suo sito ufficiale, ha calcato imperterrito un palcoscenico. Insomma, non intendeva appendere la chitarra al chiodo, d’altronde il film Ritorno al futuro lo conferma: è lui il futuro. 

«Amo suonare. E mi diverto ancora a fare i miei show», aveva avuto modo di dire in una intervista del 2015. «Ho 89 anni e mi aspetto di poter suonare fino a quando ne avrò 100: il mio agente mi ha detto che fino ad allora lui continuerà ad organizzare serate per me». Ma il novantenne rocker si è dovuto arrendere alla ruggine del tempo e agli acciacchi dell’età: il 18 marzo del 2017 morì nella sua casa a St. Charles County, nel Missouri, dove viveva solo.

Chuck Berry è stato «un vero pioniere del rock and roll ed ha avuto grande influenza su di noi» lo ricordarono con tristezza i Rolling Stones. «Chuck non è stato solo un grande chitarrista, cantante ed esecutore, ma ancor più importante, è stato un maestro come compositore. Le sue canzoni vivranno per sempre». «Ha illuminato gli anni della mia adolescenza, ha dato vita ai nostri sogni di diventare musicisti e di salire su un palco», aggiunse Mick Jagger. «Si è spenta una delle mie luci più grandi», volle sottolineare Keith Richards.

Il padre del rock’n’roll

Non solo gli Stones. Tutto il mondo del rock è debitore nei suoi confronti. Se Elvis Presley fu l’immagine, il movimento di bacino, della rivoluzione musicale del Dopoguerra, Chuck Berry ne fu l’anima. Per Rod Stewart «ha ispirato tutti noi. Il primo album che ho comprato è stato Live at the Tivoli e da allora non sono stato più lo stesso». «Non saremmo qui se non ci fossi stato tu», commentò Lennie Kravitz. «Era il più grande professionista, chitarrista del rock and roll che sia mai vissuto», fece eco Bruce Springsteen. Perché Chuck Berry non è stato solo un autore di musiche destinate a diventare dei classici, è stato anche il primo narratore folk della musica giovanile. I suoi testi sono stati il primo esempio di poesia rock: con un linguaggio semplice, ma allo stesso tempo raffinato, raccontano storie di adolescenti in cerca di libertà e divertimento, le automobili, la scuola, il diventare adulti, la musica stessa. È  l’America di James Dean e di Gioventù bruciata.

«Se si volesse dare un altro nome al rock ‘n’ roll lo si potrebbe chiamare Chuck Berry», diceva John Lennon, mentre il New York Times scriveva: «Se Elvis Presley era la prima popstar del rock, beniamino delle adolescenti, Chuck Berry ne era il teorico e genio concettuale, l’autore che capiva cosa i ragazzi volevano ancor prima che loro stessi lo sapessero». Ritorno al futuro, appunto.

La vita, la musica, i guai con la giustizia

Chuck Berry è stato il numero uno, anche seriale, di un genere che dopo di lui segnò un’epoca, evolvendosi nel segno della ribellione. Fu lui a riunire per la prima volta il blues, lo swing e il country, trasformando quella mistura nel primo rock’n’roll. Era un turbolento ragazzo nato il 18 ottobre 1926 a St. Louis, Missouri. Era figlio della middle class, aveva preso in mano la chitarra alle scuole superiori rivelando già un talento tecnico spettacolare. Ma sempre in quegli anni fu beccato durante una tentata rapina ed espiò la sua pena, per diventare poi un operaio della General Motors, addetto alla catena di montaggio.  

Solo negli anni Cinquanta si dedicò a tempo pieno alla musica. Formò un trio con il quale suonava la notte nei locali, mentre di giorno lavorava da parrucchiere. Nel ‘55 la svolta, durante un viaggio a Chicago, quando incontrò Muddy Waters e il produttore Leonard Chess. Lavorò con i consigli di quest’ultimo sviluppando il suo genere, innervato da una sensibilità pop che attirò le attenzioni delle radio. Arrivarono i tempi di Rock’n’roll Music, Roll Over Beethoven, Johnny B Goode, Sweet Little Sixteen che ispirò i Beach Boys. Maybellene vendette più di un milione di copie. In scena si accompagnava con il suo caratteristico passo dell’anatra che vanta mille imitazioni, la più celebre delle quali è quella di Angus Young degli Ac/Dc.

I guai con la giustizia lo relegarono all’ombra di Elvis Presley. Nel 1959 fu condannato a tre anni di reclusione per aver introdotto illegalmente una minorenne in America. La sua carriera, tuttavia, non ne risentì, visto che Beatles e Stones facevano fare il giro del mondo ai suoi successi. Altra disavventura giudiziaria nel 1990, quando un gruppo di donne clienti del suo ristorante lo denunciarono per aver messo le telecamere nei bagni. 

Fra virtù artistiche e vizietti, Chuck Berry fino all’ultimo ha continuato a girare il mondo a modo suo, senza scorte e musicisti, ma sempre con una chitarra elettrica e varie bionde al suo fianco. E guai a toccargliele. Quando Keith Richards di nascosto non resistette alla tentazione di suonare la chitarra del suo idolo e fu scoperto, si beccò un diretto che gli lasciò l’occhio nero. Era l’atteggiamento che Chuck Berry aveva verso il mondo e il suo ambiente.  Sapeva di aver inventato le regole di una musica che avrebbe cambiato il mondo. E di non aver avuto quanto meritava.

I suoi discepoli famosi sembrano averlo dimenticato

Uno degli ultimi concerti di Chuck Berry

Del centenario della nascita del padre fondatore del rock il mondo musicale sembra essersene accorto con una certa discrezione. Nessun grande concerto-evento, piuttosto, una costellazione di iniziative sparse fra Stati Uniti, Europa e Giappone, affidate soprattutto alla famiglia, ai vecchi compagni di strada e ai custodi più fedeli della tradizione rock’n’roll.

La celebrazione più articolata arriva naturalmente da St. Louis, dove la famiglia ha promosso CHUCK100, un progetto pluriennale di concerti, pubblicazioni e iniziative culturali. Il 22 ottobre è in programma un appuntamento al Grandel Theatre, mentre il centenario è stato accompagnato anche da riletture discografiche dei suoi classici, affidate ai discendenti e a musicisti della scena locale.

È proprio la famiglia a mantenere viva la memoria più concreta di Berry. Il nipote Charlie Berry III ha portato il repertorio del nonno in tournée fra Giappone ed Europa, passando anche dall’Italia. Il 24 settembre si è esibito a Imperia, al Teatro dell’Attrito, insieme a Geno and His Rockin’; due giorni dopo è stato protagonista di una serata al Gemma Club di Sesto San Giovanni.

In Italia il tributo più significativo era arrivato durante il Summer Jamboree di Senigallia, se,pre con Geno and His Rockin’ Dudes, formazione guidata da Carmelo Genovese, che aveva conosciuto e accompagnato Chuck Berry. Alla batteria Pierpaolo De Salsi, già sul palco con il chitarrista americano nell’edizione 2010 del festival. Un omaggio costruito sulla memoria diretta, più che sull’effetto celebrativo.

Chuck Berry e Carmelo Genovese

Negli Stati Uniti, il Bruce Springsteen Center for American Music della Monmouth University, nel New Jersey, ha dedicato al centenario una giornata di approfondimenti e musica il 10 ottobre. Il 17 ottobre, a Columbia, nel Maryland, è previsto un concerto con Charlie Berry III, Jahi Eskridge, Daryl Davis e altri interpreti. Il giorno esatto del compleanno, al Birchmere di Alexandria, in Virginia, saranno invece i Nighthawks e il pianista Daryl Davis, storico collaboratore di Berry, a rendergli omaggio. Anche Tokyo partecipa alla ricorrenza, con uno spettacolo al Top Beat Club.

Non mancano dunque gli appuntamenti, ma colpisce la loro dimensione prevalentemente locale. Persino l’omaggio della St. Louis Symphony Orchestra, che ha coinvolto musicisti legati ai Rolling Stones, ai Pretenders e ai Living Colour, è arrivato nell’ottobre 2025, in anticipo rispetto alla ricorrenza.

La questione non è stabilire quante manifestazioni servano per onorare un gigante. È piuttosto chiedersi perché l’industria musicale, sempre pronta a trasformare qualsiasi anniversario in un evento planetario, non abbia finora mobilitato per Berry le energie riservate ad altri monumenti del rock.

C’è anche una contraddizione storica. Il rock’n’roll è nato dall’incontro fra tradizioni musicali afroamericane e cultura popolare bianca, ma la sua mitologia è stata spesso raccontata attraverso i protagonisti bianchi che ne hanno raccolto l’eredità, conquistando fama e fortune immense. Berry non è certo un artista dimenticato, ma il divario fra la sua influenza e la visibilità delle celebrazioni rimane sorprendente.

Forse è soltanto una questione di calendario, di organizzazione, di un mercato discografico che preferisce anniversari facilmente monetizzabili. O forse è il segno di una memoria musicale sempre più selettiva, capace di venerare gli eredi e meno attenta ai padri fondatori. O, forse, alla fine l’ha avuta vinta Ludwig van Beethoven.

In fondo, tuttavia, la scena più appropriata per il centenario di Chuck Berry non sarebbe una cerimonia solenne, ma una chitarra collegata a un amplificatore e qualcuno che attacca il riff di Johnny B. Goode. Quel riff lo conoscono tutti. Sarebbe bello che altrettanti ricordassero chi lo ha inventato. Perché il rock’n’roll ha compiuto molta strada. Ma il suo celebre passo dell’anatra continua a portare la firma di Chuck Berry.

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