– Diario, aneddoti e memorie del giornalista, saggista e musicista Carmelo Genovese che ha vissuto da vicino la leggenda del padre del rock ‘n’ roll

«Se il rock ‘n’ roll dovesse mai avere un altro nome, si chiamerebbe Chuck Berry». La celebre citazione di John Lennon risuona con una forza speciale oggi, in occasione del centenario della nascita dell’artista che ha plasmato l’immaginario e la musica del Novecento. A guidarci dentro questo mito non è uno storico qualunque, ma Carmelo Genovese, saggista per Editori Riuniti, considerato tra i massimi esperti europei del genere.
Calabrese d’origine, nato a Sanremo e milanese d’adozione, Genovese unisce la rigida analisi del saggista alla passione viscerale del musicista. «Ho iniziato a suonare la chitarra a 12 anni, poi ho messo su una band e ho cominciato a scrivere di musica per diverse riviste, tra cui Jam», racconta. Il suo sguardo sul rock ‘n’ roll non si ferma alle note: indaga la nascita del fenomeno, le sue implicazioni sociali, le lotte per i diritti civili e l’impatto dirompente della musica nera sull’America del Dopoguerra.
Un urlo barbaro di liberazione
Genovese ricorda un momento emblematico risalente ai PEN Awards del 2011, dove vennero premiati Leonard Cohen e lo stesso Berry. «Il primo a salire sul palco fu l’autore di Suzanne, e il suo discorso fu una vera e propria elegia. Cohen ricordò che quando comparve la figura di Chuck Berry, l’unica definizione possibile era quella presa in prestito da Walt Whitman: il “barbaric yawp”, l’urlo barbaro di liberazione dell’uomo che vuol trovare la propria strada e spezzare ogni catena. E aggiunse: “Tutti noi poeti del rock venuti dopo siamo solo note a piè di pagina di quello che è stato Chuck Berry”. Forse è il più grande omaggio mai ricevuto».
- Ma cosa ha reso davvero unico l’autore di Johnny B. Goode, definito da Bob Dylan lo «Shakespeare del rock’n’roll»?
«È stato il primo a scrivere testi in modo moderno», spiega Genovese. «All’inizio degli anni Cinquanta le canzoni parlavano solo di sesso, amore e rime baciate. Berry ha iniziato a descrivere la vita americana vera: il benessere del Dopoguerra, le automobili, la corsa allo spazio e quella figura sociale nuova che prima semplicemente non esisteva: i teenagers. Senza contare che il modo di stare sul palco, il performer moderno, l’ha inventato lui».
Dal primo autografo al palco di “Johnny B. Goode”

Il legame tra Genovese e il suo idolo non è rimasto solo sulle pagine dei libri. Il primo incontro risale al 1983, al mitico Covo di Nordest a Santa Margherita Ligure: «Avevo 18 anni, in sala c’erano anche Edoardo Bennato e Gianni Minà». Da quel momento, Genovese lo ha visto dal vivo almeno una ventina di volte.
Col tempo, i brevi incontri per un autografo si sono trasformati in frequentazioni dirette, cene condivise e persino session improvvisate nel camerino nel 1997. Fino all’epilogo più emozionante, avvenuto nel 2013 durante l’ultima tournée italiana dell’artista.
«Aveva 87 anni, la demenza senile era avanzata, faceva fatica a ricordare le parole e a volte cambiava tonalità all’improvviso a metà brano. Durante il concerto, suo figlio – con cui ero in contatto – mi chiamò da parte: “Vieni sul palco a cantare Johnny B. Goode”. Mi tremavano le gambe. È stata l’ultima volta che l’ho visto, ed è un ricordo che porterò sempre con me».
Luci e ombre di un gigante

Nell’ambiente, Chuck Berry ha sempre avuto la fama di un uomo difficile, scontroso, segnato da una giovinezza inquieta, finì in riformatorio a 18 anni per un’auto rubata e una notte brava. Genovese, tuttavia, ha conosciuto un lato ben diverso.
«Con me è sempre stato gioviale e gentile. Ricordo una cena in cui mia moglie disse che le piaceva Downtown Train, un pezzo che lui non eseguiva mai dal vivo. Berry ha preso la chitarra e, con un sorriso sornione, ha accennato l’accordo iniziale solo per lei».
Un atteggiamento che ha sorpreso persino i mostri sacri della musica. Genovese racconta un aneddoto legato a Charlie Watts, lo storico batterista dei Rolling Stones incontrato al Blue Note di Milano: «Quando un amico comune mi presentò a Watts come il chitarrista italiano che aveva suonato con Chuck Berry, Charlie sbarrò gli occhi. Mi chiese subito com’era stato con me. Risposi che era stato gentilissimo. Watts mi guardò con una smorfia tra il disgusto e la meraviglia e disse: “Sei una persona fortunata”».
Una reazione che Genovese spiega così: «Tra Berry e i giganti del rock bianco c’era un complesso rapporto di amore e odio. Da un lato riconosceva che le band inglesi e americane lo avevano fatto conoscere al mondo; dall’altro sentiva di essere stato derubato. Vedere questi ragazzi diventare miliardari, viaggiare con i jet privati, suonando i suoi riff, mentre lui e Bo Diddley non avevano raccolto i medesimi frutti economici, gli lasciava un retrogusto amaro».
L’aneddoto dell’Alabama e l’eredità artistica

Tra i tanti racconti che Genovese porta oggi nei teatri e nei circoli culturali con la conferenza-spettacolo ideata insieme al trombettista Simone Dabusti – un format dinamico che intreccia video storici, aneddoti e musica dal vivo -, ce n’è uno che riassume l’assurdità e la grandezza della sua vita.
«Nel 1955, subito dopo l’uscita del suo primo singolo Maybellene, Berry dovette suonare in un locale in Alabama con una band del posto. Quando bussò alla porta del locale, l’organizzatore vide un ragazzo nero e gli disse: “E tu cosa vuoi? Qui stasera deve suonare Chuck Berry!”. Lui rispose: “Ma sono io Chuck Berry!”. L’altro lo squadrò da capo a piedi e non volle sentir ragioni: “Impossibile, Chuck Berry è bianco!”, sbottò. Maybellenefondeva blues e country con una dizione così chiara che nessuno, ascoltandolo alla radio, pensava che a cantare fosse un artista nero. Alla fine, Berry dovette rimanere fuori dal locale ad ascoltare la band del posto che suonava la sua canzone».
«Questo episodio è un po’ la metafora della sua vita», conclude Genovese. «È rimasto per certi versi all’ombra della macchina commerciale di Elvis Presley e non ha raccolto tutto quello che avrebbe meritato. Ma alla fine, forse, ha vissuto meglio lui. Elvis è stato manipolato dal colonnello Parker e ha vissuto una parabola tanto sfolgorante quanto infelice. Chuck Berry, con tutte le sue contraddizioni, è rimasto padrone della propria musica e della propria libertà». Tant’è che ha vissuto suonando fino a 91 anni.
