Storia

FONTAINES D.C. dalla Kalsa al mondo

In “Dopamine Chamber” cantano il declino dell’Europa

– È tra le strade di Palermo, sotto l’eco dei bambini che giocano a calcio vicino al Duomo e al suono fisso della voce di Mina nelle cuffie, che ha preso forma il quinto e forse miglior album della band irlandese in uscita il 16 ottobre
– Un lavoro nato tra le inquietudini di una città che sprofonda nella propria bellezza e i rumori della vita quotidiana siciliana. Un disco che trasforma l’ansia del presente in canzoni da stadio, tra apocalisse digitale e crisi climatica
– Il cuore emotivo dell’album è l’avvolgente ballata cinematografica “Where Is Gone?”, un duetto con Rosalía affascinante quanto “Henry Lee” di Nick Cave e PJ Harvey e una impareggiabile colonna sonora di James Bond

È tra le strade di Palermo, sotto l’eco dei bambini che giocano a calcio vicino al Duomo e al suono fisso della voce di Mina nelle cuffie, che ha preso forma Dopamine Chamber, il quinto e forse miglior album dei Fontaines D.C. In uscita il 16 ottobre, il nuovo lavoro della band irlandese ha trovato nel capoluogo siciliano il luogo ideale in cui registrare e dare sostanza sonora al proprio isolamento creativo e alle inquietudini del nostro tempo.

C’è un pallone che rimbalza nei dintorni del Duomo di Palermo, il rumore dei bambini che giocano, la vita che continua indifferente alle grandi inquietudini del mondo. È da qui che bisogna partire per entrare in Dopamine Chamber. Non da Dublino, la città che li ha fatti incontrare, né da Londra, dove il rock irlandese ha trovato una delle sue capitali d’adozione. E nemmeno da Venezia, che pure ha offerto a Grian Chatten le immagini e le suggestioni necessarie per scrivere alcuni dei testi. Il nuovo capitolo della band comincia a Palermo, dove quelle parole hanno incontrato la musica e dove il paesaggio sonoro della città è entrato, quasi clandestinamente, nelle canzoni.

La malinconica One Man, uno dei vertici del disco, è incorniciata proprio dai suoni dei bambini che giocano a calcio fuori dalla cattedrale. Un dettaglio apparentemente marginale, e invece decisivo: mentre il mondo adulto si affanna a descrivere la catastrofe imminente, la vita continua a giocare per strada. La contraddizione è tutta qui, in questo scarto fra l’angoscia globale e la normalità di un pomeriggio palermitano. «Camera di dopamina, cerco solo di uccidere il dolore», canta Chatten, cercando una via di fuga che forse non esiste. E il titolo dell’album diventa la formula di una dipendenza collettiva: quella da stimoli, immagini, connessioni e gratificazioni istantanee con cui proviamo a non sentire il peso del presente.

Per i Fontaines D.C., Palermo non è dunque una semplice tappa del viaggio europeo che ha preceduto la registrazione. È il luogo in cui le riflessioni maturate durante gli spostamenti di Chatten hanno trovato una forma musicale. La città siciliana, con il suo impasto di magnificenza e disordine, di bellezza stratificata e contraddizioni quotidiane, sembra offrire uno scenario particolarmente adatto a un disco che osserva il mondo contemporaneo come un edificio monumentale nel quale si sono aperte crepe sempre più profonde.

Il quintetto irlandese arriva a questo appuntamento dopo un percorso che, dal debutto Dogrel del 2019, lo ha portato dalle cronache della vita quotidiana dublinese ai palcoscenici internazionali. Il successo inatteso del primo album, con la sua miscela di chitarre nervose, ritmi incalzanti e poesia urbana, aveva fatto dei Fontaines D.C. una delle formazioni più interessanti della nuova scena irlandese. Poi sono arrivati A Hero’s Death, Skinty Fia e soprattutto Romance, il disco che nel 2024 ha allargato ulteriormente il loro pubblico, accompagnato dalla forza ipnotica di Starburster, brano dalla tensione quasi trip-hop diventato anche sigla della serie MobLand.

A consacrare la band non è stato soltanto il recupero di un’idea di rock che sembrava appartenere a un’altra epoca. Chitarre distorte, sintetizzatori malinconici, melodie oblique e la voce di Chatten, sospesa tra declamazione e canto, sono diventati il veicolo di testi nutriti di poesia e letteratura. Paul Mescal, attore irlandese e fan dichiarato del gruppo, ha riassunto l’effetto delle loro canzoni con una frase semplice: «Ti entrano in testa e non se ne vanno più».

Con Romance, i Fontaines D.C. avevano abbandonato in parte il realismo urbano degli esordi per avventurarsi in un territorio più visionario, tra colori al neon, suggestioni distopiche e una produzione elettronica più elaborata. Il nuovo album prosegue quel viaggio, ma cambia temperatura. Se il precedente lavoro si concedeva, con Favourite, una conclusione luminosa, quasi una finestra aperta sulla possibilità di un futuro diverso, Dopamine Chamber sceglie tonalità più fredde, bluastre, e una tensione che attraversa quasi tutte le sue undici canzoni. Le parentesi di leggerezza sono poche; l’impressione dominante è quella di un mondo che continua a girare mentre i suoi abitanti perdono progressivamente l’orientamento.

Chatten ha definito il progetto un «avvertimento catastrofico». Non è una dichiarazione da prendere come una semplice posa apocalittica. L’album attraversa infatti alcune delle ansie più riconoscibili del nostro tempo: il sospetto nei confronti dell’intelligenza artificiale, il declino della centralità europea, l’emergenza climatica, l’edonismo come anestetico e la difficoltà di immaginare una direzione condivisa. La catastrofe non è necessariamente un evento spettacolare, con un prima e un dopo chiaramente distinguibili. È piuttosto una condizione quotidiana, un lento accumulo di segnali inquietanti a cui ci siamo abituati fino a non riuscire più a riconoscerli.

Grian Chatten, frontman dei Fontaines D.C.

In questo senso Palermo, con la sua storia e le sue stratificazioni, è un contrappunto efficace alla visione europea che attraversa il disco. La città conserva le tracce di civiltà differenti, esibisce la propria bellezza e insieme le proprie ferite, convive con ciò che il tempo ha costruito e con ciò che il presente non riesce a sistemare. È una metafora possibile, non un programma politico: un luogo in cui la storia appare ancora materialmente presente, mentre il futuro sembra arrivare sotto forma di minaccia.

Non a caso, uno dei riferimenti intellettuali che hanno accompagnato la lavorazione è il sociologo e filosofo francese Bruno Latour, con il libro Dove sono? Lezioni di filosofia per un pianeta che cambia. Conor Deegan III, il bassista, cita un passaggio che ha colpito profondamente la band: «La luna è l’unica cosa in natura che posso guardare senza sensi di colpa». Una frase tanto suggestiva quanto scomoda. Guardare un fiume o un albero significa anche ricordare quello che abbiamo fatto al mondo naturale; la luna, invece, rimane uno dei pochi corpi celesti che possiamo contemplare senza sentirci responsabili della sua condizione.

È una sensazione che appartiene pienamente a Dopamine Chamber: persino la bellezza è diventata qualcosa da guardare con un senso di colpa. La natura non è più soltanto il paesaggio nel quale ci muoviamo, ma il testimone delle nostre responsabilità. E la tecnologia, che dovrebbe aiutarci a governare il mondo, finisce per moltiplicare le occasioni di disorientamento.

Chatten ha cercato risposte viaggiando per l’Europa. A Vienna ha visitato il Museo Sigmund Freud, si è soffermato sulle opere di Egon Schiele e Gustav Klimt al Leopold Museum e ha letto Doppio sogno di Arthur Schnitzler, il racconto da cui Stanley Kubrick avrebbe tratto Eyes Wide Shut. Venezia è stata però la città determinante per la scrittura dei testi. La sua bellezza, minacciata dal tempo e dalla pressione esercitata dagli esseri umani, sembra condensare in un’unica immagine il rapporto fra splendore e precarietà che attraversa il disco. Dopo la scrittura è arrivata Palermo, dove le parole hanno preso forma definitiva in studio, tra le sonorità costruite dalla band e i rumori della strada.

C’è anche un’altra presenza italiana, meno prevedibile e forse ancora più rivelatrice: Mina. Chatten l’ha ascoltata ossessivamente durante questo periodo. La voce della cantante italiana, capace di passare dalla precisione tecnica a un’espressività quasi vertiginosa, costituisce una suggestione che si inserisce bene nella ricerca dei Fontaines D.C., sempre più interessati a mettere in tensione la tradizione della canzone e le possibilità offerte dalla sperimentazione sonora. Non si tratta di cercare citazioni riconoscibili, ma di assorbire un modo di intendere la voce come materia espressiva, qualcosa che può essere insieme melodico, drammatico e inquietante.

L’album è stato prodotto da James Ford, già al lavoro con numerosi protagonisti della musica britannica, mentre l’ingegneria del suono è stata affidata a Marta Salogni. Il risultato è una costruzione ambiziosa, nella quale le trame elettroniche e gli archi convivono con le chitarre senza trasformarsi in un esercizio di virtuosismo produttivo. L’obiettivo è mantenere la tensione tra sperimentazione e immediatezza, tra la volontà di spingersi oltre i confini del rock e la necessità di scrivere canzoni capaci di raggiungere un pubblico vasto.

«Si tratta di cercare di mescolare insieme un sacco di cose diverse che sulla carta sembrano non avere senso o che sembrano in conflitto tra loro», spiega Deegan. «Ma in realtà, si combinano molto bene». È una descrizione che potrebbe valere anche per Palermo: una città nella quale epoche, culture e linguaggi differenti si sovrappongono senza risolversi in un ordine perfetto. E che, proprio per questo, può diventare un laboratorio di suoni e idee.

La traccia d’apertura, Six Shot Morning, imposta immediatamente il clima. Il suo pulsare meccanico ha qualcosa di cardiaco, ma è il battito di un organismo artificiale, come se la vita fosse stata costretta a adeguarsi al ritmo di una macchina. Due brani più avanti arriva Mimesis, una delle canzoni più riuscite del disco, nella quale la band mostra di non aver perso la capacità di costruire melodie memorabili. Chatten canta con una leggerezza quasi beffarda: «Beh, siamo tutti depressi / Stiamo correndo su una ruota».

La frase ha l’apparenza di una battuta generazionale, ma il suo bersaglio è più ampio. La ruota è quella dell’iperattività contemporanea, dell’obbligo di essere sempre connessi, produttivi, informati e visibili. Una corsa che non garantisce alcun progresso e che, anzi, può diventare il modo più efficace per evitare di chiedersi dove si stia andando. «C’è anche molta ansia che stiamo vivendo e che le persone stanno vivendo», osserva Deegan. «Una mancanza di speranza. Disconnessione. Tutti cercano qualcosa in cui rifugiarsi e sentirsi meglio».

È qui che il titolo Dopamine Chamber acquista tutto il suo peso. La camera di dopamina è il nostro ambiente quotidiano, costruito per offrire ricompense immediate e distrazioni continue, mentre fuori si accumulano problemi che non possono essere risolti con un altro scorrimento sullo schermo. La promessa del piacere si trasforma in una gabbia: più cerchiamo di liberarci dall’ansia, più finiamo per alimentare il sistema che la produce.

Troviamo You Miss Me, che si rifà allo stile di Robert Smith con una strofa oscura e intricata come una ragnatela, seguita da un ritornello che sboccia come un fiore, e Japan, un brano acustico agrodolce da cantare tutti insieme, che fluttua nell’aria e si chiede “perché hai dovuto renderlo reale?”, mentre Chatten riflette su una relazione a senso unico.

Grian Chatten e Rosalìa

Ma il cuore emotivo del disco è Where Is Gone?, una ballata avvolgente impreziosita dalla partecipazione di Rosalía. La cantante catalana, che i Fontaines D.C. seguono e ammirano da tempo, porta nel brano una presenza vocale capace di amplificarne il senso di smarrimento. L’incontro non è soltanto un’alleanza fra artisti di successo. Nasce da una comune curiosità per le possibilità della musica popolare, per il modo in cui una canzone può incorporare linguaggi differenti senza perdere la propria forza emotiva.

«Abbiamo rispetto per la sua musica da anni», racconta la band. Coll e Carlos O’Connell sono andati a vedere Rosalía dal vivo l’anno precedente e sono rimasti colpiti dalla dimensione teatrale del suo spettacolo, dalla danza, dalla costruzione visiva, dalle riprese e dalla presenza di una fossa d’orchestra al centro della scena. «Era uno spettacolo di danza, uno spettacolo teatrale», ricordano, sottolineando quanto li abbia impressionati la capacità della cantante di trasformare un concerto in un’esperienza complessiva.

In Where Is Gone? l’incontro prende la forma di una ballata malinconica, Con un mix di grandiosità alla Morricone e ballate di metà secolo, il duetto assolutamente sorprendente è affascinante quanto Henry Lee di Nick Cave e PJ Harvey e una impareggiabile colonna sonora di James Bond: i due si intrecciano, belli e letali come una densa coltre di fumo. Il viaggio verso il passato non offre necessariamente una via di salvezza; come nella madeleine proustiana, il ricordo può riaprire una porta, ma non garantisce di sapere che cosa fare una volta attraversata. La domanda del titolo riguarda tanto la destinazione quanto la possibilità stessa di riconoscerla: non sappiamo dove stiamo andando, ma non siamo neppure sicuri di quale forma avrà il mondo quando arriveremo.

È un interrogativo che investe anche il percorso della band. I Fontaines D.C. hanno costruito la propria identità proprio attraverso una forma di isolamento creativo. Nonostante la crescente popolarità, continuano a considerare il gruppo il principale riferimento artistico, il luogo in cui le idee vengono messe alla prova senza inseguire troppo le tendenze del momento. «Siamo andati avanti per la nostra strada, senza guardare troppo quello che facevano gli altri, senza fare troppi paragoni, semplicemente facendo le nostre cose. Abbiamo i nostri obiettivi e sappiamo cosa dobbiamo fare per raggiungerli».

A volte mi stupisco del fatto che noi ragazzi, che ci siamo conosciuti a Dublino al BIMM, il conservatorio che frequentavamo, e che abbiamo passato anni in quella minuscola sala prove, cercando di accordare le nostre chitarre, siamo riusciti a raggiungere tutto questo, e che non ci sia mai stato un momento in cui qualcuno di noi abbia pensato: “Non ce la faccio”

Grian Chatten

Una fedeltà al proprio percorso che non esclude il dubbio. «A volte mi stupisco del fatto che noi ragazzi, che ci siamo conosciuti a Dublino al BIMM, il conservatorio che frequentavamo, e che abbiamo passato anni in quella minuscola sala prove, cercando di accordare le nostre chitarre, siamo riusciti a raggiungere tutto questo, e che non ci sia mai stato un momento in cui qualcuno di noi abbia pensato: “Non ce la faccio”», si meraviglia Grian Chatten.

Dal debutto del 2019 sono passati appena sette anni, ma la traiettoria della band è stata rapidissima. Eppure, Dopamine Chamber non ha il suono di un gruppo intenzionato a consolidare una formula vincente. Al contrario, sembra il tentativo di verificare quanto lontano possa spingersi senza smarrire la propria identità. Il modello evocato dai musicisti è quello dei Velvet Underground, capaci di allargare i confini della musica pop senza rinunciare alla forma della canzone.

«Ciò che ci entusiasma ancora oggi è la filosofia dei Velvet Underground, che spingevano i confini della musica pop, pur rimanendo sempre musica pop», spiegano. «La fusione tra l’arte di John Cale e quella di Lou Reed è stata la ricerca di un equilibrio zen davvero interessante. Vogliamo continuare a spingerci sempre di più oltre i confini, a essere più sperimentali, ma senza mai compromettere il fatto che una canzone debba funzionare, che debba essere piacevole da ascoltare, anche se facciamo cose folli al suo interno».

La copertina dell’album

I Fontaines D.C. non si accontentano di trasformare l’inquietudine contemporanea in un repertorio di slogan generazionali, né di rifugiarsi nella solennità del rock impegnato. Cercano invece una forma capace di tenere insieme il disagio e il piacere, l’angoscia e la melodia, la sperimentazione e il ritornello. La loro apocalisse ha un battito regolare, una voce riconoscibile e, quando serve, anche una linea melodica da cantare in coro.

Palermo, in questo percorso, non è un semplice fondale esotico sul quale una band irlandese ha registrato il proprio disco. È entrata nella trama sonora dell’album attraverso un elemento minimo e concreto: il rumore di bambini che giocano a pallone. Fuori dalla cattedrale, mentre la vita scorre, il mondo non sembra ancora finito. Dentro le canzoni, invece, i Fontaines D.C. provano a immaginare che cosa resterà quando le nostre illusioni tecnologiche, le nostre dipendenze e le nostre certezze avranno smesso di funzionare.

Dopamine Chamber, in uscita il 16 ottobre, potrebbe essere il loro disco più ambizioso: non perché pretenda di fornire risposte, ma perché riesce a trasformare le domande più scomode in musica che non rinuncia a sedurre. È il paradosso dei Fontaines D.C.: raccontare una società sull’orlo del precipizio con canzoni destinate a essere cantate da migliaia di persone. Anche questo, in fondo, è un modo per resistere alla catastrofe.

I Fontaines D. C. saranno in concerto a Bologna (26 ottobre), Roma (18 giugno) e Milano (19 giugno)

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