– Dal lutto alla lenta ricostruzione di sé, “Dietro il sole” è il primo album solista dell’ex Madame du Bois: un viaggio dentro le crepe dell’esistenza. Chitarre ruvide, improvvise aperture psichedeliche e parole che non cercano consolazioni facili. Un disco poetico, scheletrico, carico di emozioni, attraversato da una profonda malinconia. Jeff Buckley, echi di Seattle, atmosfere alla Radiohead si mescolano con Tenco, Benvegnù e Andrea Laszlo De Simone

Per Saverio Guerrini, la spinta a firmare il suo primo lavoro da solista è arrivata nel febbraio 2020, quando l’urgenza di elaborare un grave lutto personale si è incrociata con l’atmosfera distopica della quarantena. Dietro il sole è il racconto in musica di questa crepa: un viaggio lungo due anni attraverso la memoria, il dolore e la complessa ricerca di una guarigione.
Dietro il sole, primo album solista del cantautore toscano, ex Madame du Bois, è un lavoro che porta addosso il peso di una perdita, ma soprattutto la fatica di trovare una posizione nel mondo dopo che qualcosa lo ha irrimediabilmente spostato. Non c’è una luce in fondo al tunnel, almeno non quella rassicurante che certe canzoni promettono per contratto. C’è piuttosto la possibilità di attraversare il buio senza fingere che sia già passato.
Le prime idee risalgono al febbraio 2020, quando il confinamento pandemico trasformò le case in rifugi obbligati e il futuro in una parentesi senza scadenza. Per Guerrini, però, l’isolamento collettivo si intrecciava con una tragedia privata, un lutto che chiedeva di essere affrontato anche attraverso la scrittura. La lavorazione, tra interruzioni e ripartenze, si è sviluppata nell’arco di due anni, nell’home studio del musicista. Un tempo lungo, coerente con la natura di un album che non ha fretta di ricomporre ciò che si è spezzato. Un lavoro d’artigianato, come da tempo non si ascoltava.
Il brano da cui tutto prende forma è Il giorno in più, una sorta di dichiarazione d’intenti: “Avevi ragione tu, c’è troppa luce / ora vivo dietro il sole così l’ombra non mi ferisce / è cambiata per sempre la mia solitudine / così attendo il giorno nuovo che mi porta un giorno in più / così attendo il giorno che porta /un giorno in più”. Quando il passato non può essere recuperato e il presente non assomiglia più a quello di prima, resta da decidere se rimanere immobili o tentare, un giorno alla volta, di andare avanti. Non è una scelta eroica, né una vittoria. È una necessità. E proprio qui si trova il cuore di Dietro il sole: nella consapevolezza che guarire non significa cancellare, che il dolore non obbedisce a una trama ordinata e che perfino lasciarsi alle spalle luoghi e affetti può essere una forma di fedeltà a ciò che si è stati.

Guerrini arriva a questo esordio dopo l’esperienza con i Madame du Bois, formazione di cui è stato fondatore, voce e principale autore. Qualcosa di quella storia rimane, naturalmente: riaffiora soprattutto in Il mondonuovo, dove si riconoscono le atmosfere di Gli occhi di qualcun altro. Ma qui cambia il punto di osservazione. La dimensione del gruppo lascia spazio a una scrittura più spoglia, raccolta, personale; la canzone non cerca tanto di costruire un paesaggio quanto di mostrarne le ferite. È un cambio di passo che non rinnega il passato, ma lo attraversa per arrivare altrove.
Il riferimento ad Andrea Laszlo De Simone, evocato come una sorta di parente spirituale per l’approccio artigianale e l’amore ostinato per la musica, aiuta a intuire la natura del progetto. Dietro il sole è un disco scuro, a tratti claustrofobico, attraversato da una profonda malinconia, nel quale l’intimità non coincide mai con la quiete. Le canzoni sembrano chiudersi attorno a chi ascolta, eppure non rinunciano a cercare spiragli: un cambio di prospettiva, una chitarra che si sfalda, un verso capace di illuminare per un istante ciò che fino a poco prima appariva indecifrabile. La disperazione non diventa spettacolo e neppure posa autoriale. È una materia con cui fare i conti.
In Nei luoghi tranquilli, Guerrini mette a fuoco una delle contraddizioni più dolorose dei rapporti umani: voler salvare qualcuno e scoprire che non sempre l’amore basta, che nessuno può sottrarre un altro alla propria sofferenza. «E io volevo tenerti / ti volevo salvare / ma nessuno salva nessuno, lo sai», canta, prima di riconoscere nell’altro un’ulteriore lezione a cui sopravvivere. La frase non cerca l’effetto a buon mercato: è una constatazione amara, quasi una resa che non coincide con l’abbandono. Musicalmente, il brano oscilla fra l’intensità emotiva di Jeff Buckley e le tensioni più introspettive dei Radiohead di The Bends, con quella sensazione di fragilità sul punto di rompersi che attraversa tanta parte del rock alternativo degli anni Novanta.

È proprio l’epopea di Seattle a fornire una delle coordinate più riconoscibili del disco. In Qsi avvertono le ombre dei Pearl Jam e degli Alice in Chains, mentre La città senza invernospinge le chitarre verso una maggiore abrasività, soprattutto nel finale, dove il contributo di Salvatore Papotto accentua la tensione elettrica. Ma Guerrini non si limita a riprodurre un immaginario rock già codificato. Le distorsioni si alternano a momenti di rarefazione, come se la canzone cercasse continuamente un punto di equilibrio fra il bisogno di urlare e quello di scomparire.
È in questo spazio che si colloca Margine, con il riverbero luminoso della chitarra che apre una parentesi quasi onirica, vicina alle suggestioni dello shoegaze. Il suono sembra perdere consistenza, dissolversi nell’aria, mentre la voce rimane ancorata a una scrittura che non concede facili vie d’uscita. Anche Il giorno in più lavora per sottrazione: gli accenti spostati della chitarra producono una sospensione, una bolla sonora nella quale il tempo pare rallentare. E proprio quando la musica sembra sul punto di smarrirsi, arriva il verso che rovescia la prospettiva: «La purezza è una gabbia / ed è l’unica che ho / come te». In poche parole, la vulnerabilità diventa anche consapevolezza dei propri limiti, del rischio di trasformare ciò che amiamo in una prigione.
Guerrini lavora sul contrasto: ciò che dovrebbe liberare diventa una prigione, ciò che annuncia la luce convive con l’oscurità. Sono immagini semplici solo in apparenza, perché incrinano le certezze e rovesciano il significato consueto delle cose. Anche il paesaggio, quando compare, non è mai un fondale neutro: diventa la proiezione di un dissidio interiore, il luogo in cui la natura continua il proprio corso mentre l’individuo resta sospeso.

C’è in questa scrittura una parentela con la tradizione della canzone d’autore più inquieta, da Luigi Tenco a Paolo Benvegnù, ma anche con una sensibilità rock che affida alle fratture, più che alla levigatezza, la propria verità. La poesia di Guerrini non procede per sentenze definitive: preferisce le ambivalenze, le immagini oblique, le verità che fanno male proprio perché non pretendono di essere universali.
L’ombra di Neil Young attraversa da tempo l’immaginario di Guerrini e qui si manifesta come una febbre più che come un semplice debito stilistico: l’idea che la canzone possa reggere l’urto dell’emozione senza bisogno di nasconderlo sotto arrangiamenti troppo levigati. Ma Dietro il sole si muove anche lungo una linea tutta italiana. Non tanto per somiglianze dirette, quanto per una comune attitudine a fare della fragilità una forma di conoscenza, trasformando gli inferni privati in parole che possono appartenere anche agli altri.
In La neve sul mare, per esempio, le immagini sembrano nascere da un paesaggio interiore nel quale le coordinate abituali hanno perso significato: «Mentre il giorno cinguetta / fuori è ancora buio». La luce e l’oscurità coesistono, il tempo procede ma non porta necessariamente con sé un cambiamento, e persino la distanza fra una decisione e l’altra si annulla. La colpa, poi, passa da una persona all’altra, travestita di ghiaccio: una metafora che restituisce bene l’ambiguità dei legami, quando il dolore rende difficile distinguere le responsabilità dai sentimenti.
Il rischio di un lavoro tanto concentrato sul trauma è quello di trasformare ogni canzone in una variazione dello stesso stato d’animo. Guerrini lo evita soprattutto quando lascia che siano le differenze musicali a introdurre nuove prospettive: la ruvidezza delle chitarre, le aperture psichedeliche, le pause e le sospensioni impediscono alla cupezza di diventare un colore uniforme. Resta un album esigente, poetico, che chiede ascolto e disponibilità a sostare in emozioni scomode, senza offrire in cambio ritornelli salvifici o riconciliazioni di comodo.
