Storia

ELZA SOARES, la voce che veniva dal pianeta fame

– Era nata poverissima, nera, donna, in un Paese che sembrava averle assegnato in anticipo il posto degli ultimi. Ha attraversato miseria, violenze, razzismo, dittatura, scandali e lutti, trasformando tutto in musica. Eryk Rocha, figlio del padre del Cinema Novo, la racconta in  “Elza”, presentato alla Festa del cinema di Roma
– Non il monumento a una diva, ma il ritratto di una sopravvissuta che ha fatto della propria voce un’arma di ribellione. In un’industria musicale che spesso considera le donne artisticamente finite appena superata una certa età, Elza ha pubblicato alcuni dei suoi dischi più importanti dopo gli ottant’anni

Il Brasile ha inventato la saudade, ma Elza Soares non aveva tempo per la malinconia. Doveva sopravvivere. E possibilmente cantare. La sua voce sembrava uscire da un grammofono rotto, attraversare una tempesta di sabbia, inciampare in un assolo di jazz e risalire dalle viscere della terra. Ruvida, graffiata, carnale, a tratti quasi disumana. Una voce che non chiedeva permesso e non cercava di piacere. Sembrava piuttosto voler regolare i conti con il mondo.

Se il Brasile ha avuto in Elis Regina la perfezione dell’interpretazione, in Gal Costa la sensualità psichedelica e in Maria Bethânia la solennità del rito, Elza Soares è stata la ferita aperta della sua musica popolare. Il lato oscuro del carnevale, il sangue sotto le piume, la fame dietro il sorriso. Cantava il samba come se fosse blues, il blues come se fosse un grido di battaglia. E quando il Brasile ha cominciato a pensare che appartenesse al passato, lei si è reinventata, diventando più radicale, sperimentale e politicamente scomoda di tanti musicisti che avrebbero potuto essere suoi nipoti.

È questa creatura irriducibile che Eryk Rocha racconta in Elza, documentario costruito attraverso otto anni di riprese, incontri e conversazioni con l’artista, scomparsa nel 2022. Il regista, figlio di Glauber Rocha, il grande rivoluzionario del Cinema Novo brasiliano, rinuncia alla biografia convenzionale per comporre un memoir cinematografico libero, frammentato, non cronologico. Un ritratto in cui il tempo non procede in linea retta, ma segue il movimento della memoria, le sue improvvise illuminazioni, i ritorni, le omissioni.

È una scelta che sembra accordarsi perfettamente alla protagonista. Perché la vita di Elza Soares non si può raccontare come una normale successione di eventi. È stata troppe vite insieme. Bambina poverissima, moglie adolescente, madre, vedova, cantante, diva, reietta, icona, sopravvissuta, rivoluzionaria. E ogni volta che sembrava finita, ricominciava.

La bambina che cantava per non morire di fame

Elza Gomes da Conceição nasce il 23 giugno 1930 a Rio de Janeiro, in una famiglia poverissima. Cresce fra le privazioni, in un Brasile in cui essere nera e donna significa partire da una posizione di svantaggio quasi insuperabile. Da bambina conosce il lavoro, la fame, l’umiliazione. A dodici anni viene data in matrimonio a Lourdes Antônio Soares e diventa madre giovanissima.

La sua adolescenza è un’esperienza che somiglia più a una condanna che a una stagione della vita. La maternità precoce, la violenza domestica, la perdita di figli, la precarietà economica: prima ancora di diventare una cantante, Elza ha già attraversato un’intera enciclopedia della sofferenza. Ma non è la sofferenza, da sola, a renderla straordinaria. È quello che riesce a farne.

La leggenda della sua scoperta comincia nel 1953, quando si presenta a un programma radiofonico condotto dal celebre compositore Ary Barroso. Indossa abiti troppo grandi, presi in prestito, e ha un aspetto che suscita l’ilarità del pubblico. Barroso le domanda da quale pianeta provenga. Lei risponde: «Dal pianeta fame». È una delle frasi più famose della storia della musica brasiliana. Non soltanto per la sua forza drammatica, ma perché contiene già tutta Elza Soares: la capacità di trasformare l’umiliazione in una sfida.

Quando comincia a cantare, il pubblico smette di ridere. In quella voce c’è qualcosa che la tradizione del samba non ha ancora ascoltato in quella forma. Un timbro raschiato, un fraseggio sincopato, una libertà ritmica che guarda al jazz americano senza rinunciare alle radici afrobrasiliane. Elza non interpreta semplicemente una canzone: la piega, la spezza, la ricostruisce.

La sua vocalità viene spesso accostata a quella di Louis Armstrong, per la grana roca e per l’uso quasi strumentale della voce. Ma sarebbe riduttivo considerarla una versione femminile e brasiliana di Satchmo. Elza possiede una personalità interpretativa che sfugge alle classificazioni. È una cantante che sembra avere dentro di sé un’intera orchestra di contraddizioni.

Il successo arriva alla fine degli anni Cinquanta e si consolida con l’album Se Acaso Você Chegasse, pubblicato nel 1960. Il samba acquista una nuova aggressività, una modernità che anticipa alcune trasformazioni della musica popolare brasiliana. Eppure, mentre la carriera prende slancio, la sua vita privata sta per diventare un bersaglio nazionale.

Garrincha, l’amore che diventò una condanna

Garrincha e Elza Soares

Nel 1962 Elza incontra Mané Garrincha, il calciatore dalle gambe storte che ha trasformato il dribbling in un’arte. È uno degli uomini più amati del Brasile, il genio irregolare che ha contribuito a regalare alla nazionale due titoli mondiali. Lui è sposato, lei è già una celebrità. La loro relazione diventa uno scandalo nazionale.

È un amore travolgente, ma anche devastante. Il Brasile perdona quasi tutto ai suoi eroi del pallone, molto meno alle donne che li amano. Elza viene accusata di aver distrutto una famiglia, insultata, perseguitata. Il razzismo e il sessismo si mescolano al moralismo di una società che celebra il corpo nero quando balla, canta o segna un gol, ma continua a discriminarlo nella vita quotidiana.

La relazione con Garrincha attraversa anche gli anni della dittatura militare. La coppia conosce l’esilio, le difficoltà economiche e soprattutto l’alcolismo del calciatore, che rende la convivenza sempre più dolorosa. Elza subisce violenze, cerca di aiutarlo, tenta di salvare un rapporto che lentamente la sta distruggendo. Garrincha muore nel 1983, a soli 49 anni. Tre anni dopo, il figlio che hanno avuto insieme, Garrinchinha, perde la vita in un incidente automobilistico.

Il dolore sembra non concederle tregua. Ma Elza rifiuta di trasformarsi nella vedova eterna di una leggenda sportiva. Ha una propria storia da raccontare, una propria musica da difendere. E soprattutto non intende farsi ricordare soltanto come la donna di Garrincha.

La donna della fine del mondo inventa il futuro

La parte più sorprendente della carriera di Elza Soares, però, arriva quando quasi tutti i suoi contemporanei hanno già smesso di incidere dischi importanti. Nel 2002 pubblica Do Cóccix Até o Pescoço, un album che guarda alla musica elettronica, al rap, alle contaminazioni contemporanee. Due anni dopo Vivo Feliz approfondisce la sperimentazione. Elza dimostra di non essere interessata a conservare intatto il proprio repertorio. Vuole cambiarlo, contaminarlo, persino tradirlo.

Ma il vero terremoto arriva nel 2015, quando ha 85 anni. A Mulher do Fim do Mundo è uno dei dischi più coraggiosi della musica brasiliana del nuovo millennio. Registrato con musicisti della scena sperimentale di San Paolo, fra cui figure legate ai Méta Méta, mescola samba, punk, jazz d’avanguardia, rock distorto ed elettronica. Non è il tentativo di una vecchia gloria di sembrare giovane. È esattamente il contrario: una cantante che porta ottantacinque anni di vita dentro un linguaggio musicale radicalmente contemporaneo.

In Maria da Vila Matilde affronta la violenza domestica con una rabbia che non lascia spazio al vittimismo. In A Mulher do Fim do Mundo canta come se stesse danzando sopra le macerie della propria esistenza. Il samba non è più soltanto ritmo, festa, nostalgia. Diventa una forma di resistenza. Il disco conquista il Latin Grammy nel 2016 e viene riconosciuto come uno dei momenti fondamentali della sua carriera.

La sua rivoluzione prosegue con Deus É Mulher nel 2018, un titolo che da solo vale un manifesto femminista, e Planeta Fome nel 2019, che riprende la frase pronunciata davanti ad Ary Barroso più di sessant’anni prima. Il cerchio si chiude, ma senza nostalgia. La bambina arrivata dal pianeta fame è diventata una delle voci più autorevoli del Brasile contemporaneo. E continua a parlare di disuguaglianze, razzismo, violenza contro le donne, diritti civili.

In una testimonianza raccolta nel 2015 dall’Itaú Cultural, Elza descriveva così la donna della fine del mondo: «È una donna che sa quello che vuole, che lotta, che cerca. Una donna che crede e non si ferma mai». Poi aggiungeva di essere sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, rifiutando di ripetersi. È forse la migliore definizione della sua arte.

Eryk Rocha, il figlio del Cinema Novo incontra la regina del samba

Il documentario di Eryk Rocha nasce da una lunga frequentazione con la cantante. Otto anni di conversazioni, immagini inedite, materiali d’archivio, ricordi e riflessioni. Il film, presentato in prima mondiale al Festival do Rio e alla Festa del Cinema di Roma, ha conquistato il premio per il miglior documentario al festival brasiliano.

La scelta fondamentale è lasciare che sia Elza a raccontarsi. Non un narratore onnisciente, non una successione di esperti chiamati a spiegare la sua grandezza, ma la voce della protagonista che attraversa il tempo e riorganizza la propria esistenza. «Raccontare la sua storia significa raccontare anche la storia del nostro Paese», ha dichiarato Rocha, definendo Elza un faro che continua a orientare attraverso la propria arte. È una dichiarazione che acquista un significato particolare considerando la genealogia cinematografica del regista.

Suo padre, Glauber Rocha, è stato uno dei protagonisti del Cinema Novo, il movimento che negli anni Sessanta ha rivoluzionato il cinema brasiliano con opere come Il dio nero e il diavolo biondo e Terra in trance. Un cinema politico, visionario, anticoloniale, interessato a raccontare il Brasile degli esclusi, delle contraddizioni sociali e della violenza del potere.

Glauber teorizzava un’estetica della fame, sostenendo che la miseria del continente non dovesse essere addolcita o trasformata in spettacolo esotico per il pubblico occidentale. Elza veniva letteralmente dal pianeta fame.

L’incontro fra queste due storie, quella cinematografica dei Rocha e quella musicale di Soares, possiede dunque un’evidente forza simbolica. Entrambe appartengono a una tradizione artistica che rifiuta l’immagine rassicurante del Brasile tropicale, allegro e spensierato.

Il Brasile di Elza non è soltanto quello delle spiagge, del calcio e del carnevale. È un Paese attraversato da disuguaglianze feroci, razzismo strutturale, violenza politica e sociale. Ma anche da una vitalità culturale straordinaria, capace di trasformare la sofferenza in forme artistiche radicalmente nuove.

Il film intreccia la testimonianza di Elza con immagini della storia cinematografica brasiliana, costruendo un dialogo fra memoria personale e collettiva. Il montaggio coinvolge anche Ava Rocha, figlia di Glauber e sorella di Eryk, a sua volta musicista e artista sperimentale. È una scelta che sottrae il documentario alla semplice celebrazione biografica. Elza non diventa soltanto l’oggetto di un racconto, ma il punto di osservazione attraverso cui leggere quasi un secolo di storia brasiliana.

La voce come corpo politico

C’è un elemento che rende Elza Soares diversa da molte altre grandi interpreti: il suo corpo non è mai stato separabile dalla sua voce. La sua maniera di cantare portava i segni della vita vissuta. La raucedine, i graffi, le improvvise esplosioni, il modo di spezzare le parole e di trasformare una frase melodica in un urlo sembravano raccontare qualcosa che andava oltre il significato dei testi.

Non era una cantante che cercava la bellezza del suono in senso convenzionale. Cercava la verità espressiva, anche quando questa richiedeva di deformare la melodia. In questo senso la sua arte può essere avvicinata a quella di Billie Holiday, Nina Simone o, in un territorio completamente diverso, Diamanda Galás. Artiste per le quali la voce è stata anche uno strumento di conflitto, una forma di testimonianza, talvolta un’accusa.

Ma Elza possedeva un elemento ulteriore: la capacità di attraversare le trasformazioni della musica popolare senza perdere il rapporto con il samba. Non la considerava un reperto da conservare, ma una materia viva da manipolare. Il samba poteva diventare jazz, rock, punk, elettronica. Poteva essere sensuale, violenta, ironica, politica. Poteva raccontare l’amore e la morte, la festa e la miseria, la liberazione e la sconfitta. E soprattutto poteva invecchiare senza diventare vecchia.

È forse questo il suo lascito più rivoluzionario. In un’industria musicale che spesso considera le donne artisticamente finite appena superata una certa età, Elza ha pubblicato alcuni dei suoi dischi più importanti dopo gli ottant’anni. Non ha cercato di ringiovanire artificialmente la propria immagine. Ha semplicemente continuato a essere curiosa, irriverente, sperimentale.

Cantare fino alla fine

Elza Soares muore il 20 gennaio 2022, a 91 anni, nella sua casa di Rio de Janeiro. È lo stesso giorno in cui, trentanove anni prima, era morto Garrincha. Una coincidenza quasi romanzesca, come se la sua vita non avesse mai smesso di intrecciarsi con i miti e le tragedie del Brasile. Fino agli ultimi anni aveva continuato a lavorare, progettare, cantare. La morte interrompe una carriera durata più di sette decenni, ma non la sua presenza culturale.

Il documentario di Eryk Rocha arriva quattro anni dopo, quando il Brasile continua a confrontarsi con molte delle contraddizioni che Elza aveva denunciato per tutta la vita. E qui sta il punto più interessante di Elza. Non tanto ricordare una grande cantante, quanto restituirle la possibilità di parlare ancora. Far emergere, attraverso le registrazioni realizzate negli ultimi anni, una donna che non ha mai accettato di essere ridotta alle proprie disgrazie. Perché esiste una maniera consolatoria, e in fondo un po’ crudele, di raccontare artisti come Elza Soares: trasformarli in monumenti alla resilienza, accumulare tragedie e poi celebrare la loro capacità di rialzarsi. È una narrazione che rischia di rendere quasi inevitabile, persino necessaria, la sofferenza che hanno subito.

Ma Elza non è stata grande perché ha sofferto. È stata grande perché ha saputo inventare una lingua musicale che nessun altro possedeva. La fame non le ha dato il talento. Il razzismo non le ha insegnato a cantare. La violenza non l’ha resa un’artista migliore. Sono stati ostacoli contro cui ha dovuto combattere per poter diventare ciò che era. Il suo genio appartiene a lei, non alle sue disgrazie. È questa la distinzione che rende la sua storia molto più potente di una normale biografia edificante.

Nel Brasile che ha inventato la bossa nova, la tropicalia e alcune delle musiche più seducenti del Novecento, Elza Soares ha rappresentato una voce fuori dal coro. Una voce che non cercava di conciliare le contraddizioni, ma le faceva esplodere. La chiamavano la donna della fine del mondo. Lei ha trascorso la vita a dimostrare che, anche quando tutto sembra finito, si può ancora inventare qualcosa. E quando il mondo finisce davvero, resta almeno una possibilità. Cantare più forte del rumore delle macerie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *