– Dopo gli scontri nelle piazze, la scena hip hop italiana rompe il silenzio. Marracash difende la rivolta, Fedez attacca i milionari della protesta. Ghali, Sayf, Kid Yugi e Artie 5ive si schierano con i manifestanti. Ma dietro la polemica si nasconde una contraddizione: può una musica che celebra denaro, lusso e successo diventare la colonna sonora di una ribellione contro le disuguaglianze?
C’era una volta il rock che voleva cambiare il mondo. Oggi c’è il rap che vorrebbe cambiarlo, possibilmente senza rinunciare alla Lamborghini. Le barricate sono tornate nelle strade di Milano, le vetrine sono andate in frantumi, la rabbia sociale ha trovato nuove forme di espressione. E i rapper italiani, che di periferie, esclusione, denaro e rivalsa hanno fatto una fortuna, si sono improvvisamente ritrovati davanti a una domanda piuttosto scomoda: da che parte stare quando la ribellione smette di essere una strofa e diventa cronaca?
La risposta è arrivata attraverso Instagram, naturalmente. Perché anche le rivoluzioni, nell’epoca dei social, hanno bisogno di una buona connessione e di qualche milione di follower. Il primo a esporsi con parole destinate a fare rumore è stato Marracash.«Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose». Una dichiarazione che ha immediatamente acceso la polemica, interpretata da molti come una legittimazione delle violenze. Il rapper della Barona, però, non ha fatto marcia indietro. Anzi, ha rilanciato.
Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose. Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita
marracash
«Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita». E agli indignati ha riservato una risposta senza troppi complimenti: «Io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni. Cambiate artista».

Marracash ha poi spostato il discorso dalla violenza delle piazze a quella, meno spettacolare ma quotidiana, di una società che produce frustrazione, precarietà e marginalità. «La violenza va condannata, ma anche quando la polizia manganella gli studenti», ha scritto, ricordando i problemi legati all’identificabilità degli agenti e alle tutele penali. E descrivendo una generazione «senza futuro, che studia per niente», costretta a vivere davanti a una vetrina di simboli del successo che non potrà mai permettersi.
La vetrina, appunto. È lì che si concentra tutto il paradosso. Perché quelle stesse vetrine, simbolo di una ricchezza inaccessibile, sono anche il paesaggio ideale di buona parte dell’immaginario rap contemporaneo. Orologi costosissimi, automobili di lusso, abiti firmati, champagne, gioielli. Il catalogo dei desideri che la trap ha trasformato in una religione popolare. Prima si insegna ai ragazzi che il successo coincide con il possesso, poi ci si sorprende se qualcuno decide di prenderselo con la forza.
Naturalmente sarebbe semplicistico attribuire alla musica la responsabilità delle devastazioni. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che i modelli culturali siano innocenti.
Fedez contro Marracash

A rovinare l’armonia della solidarietà hip hop ci ha pensato Fedez. Che, per una volta, ha pronunciato parole meno banali di quanto ci si potesse aspettare. Il bersaglio è Marracash, accusato di solidarizzare con i manifestanti dopo essersi fatto fotografare accanto al sindaco Beppe Sala alla Prima della Scala.
Non credete ai proclami, non credete agli artisti ricchi che vi sostengono, non c’è nessun noi. A promuovere quell’idea di vita e di successo ci siamo noi
fedez
«Non credete ai proclami, non credete agli artisti ricchi che vi sostengono, non c’è nessun noi», ha scritto Fedez, mettendo in discussione la credibilità dei colleghi che oggi si schierano con la rivolta e domani tornano a esibire i privilegi conquistati.
Il ragionamento contiene una contraddizione che lo stesso Fedez, almeno stavolta, non cerca di nascondere. Anche lui appartiene a quel mondo. Anche lui ha trasformato il successo economico in spettacolo, fino a fare della propria vita privata un prodotto televisivo. La differenza è che adesso lo riconosce.
«A promuovere quell’idea di vita e di successo ci siamo noi», ammette, ricordando orologi di lusso, sfilate e abiti firmati. E la sua conclusione è forse la più spietata dell’intera polemica: i ragazzi che protestano non dovrebbero fidarsi troppo di chi li applaude dalle proprie residenze milionarie.
È un’accusa che merita di essere discussa, anche se arriva da un pulpito tutt’altro che immacolato. Il problema non è che un artista ricco non possa denunciare le disuguaglianze. Sarebbe una sciocchezza: seguendo questo principio, buona parte della storia della musica impegnata dovrebbe essere cancellata. Il problema è la coerenza fra ciò che si racconta, ciò che si vende e ciò che si rappresenta. E, soprattutto, il rischio di trasformare anche la rabbia sociale in un’occasione di autopromozione.
La replica di Marra
Non si è fatta attendere la contro-risposta di Marracash, sempre via social. «Ok, mi sono preso una vagonata di merda, ci sta, me l’aspettavo» ha scritto su Instagram. «Un paio di cose non mi stanno bene però. La prima è che non ho mai inneggiato alla violenza» prosegue. E chiarisce: «Siamo tutti d’accordo a condannare la violenza, ogni tipo di violenza. Ce ne sono molte forme. Ma quando questa violenza succede, bisogna farsi delle domande. Cosa porta dei minorenni a mettersi il cappuccio e andare a rischiare di essere presi a manganellate o arrestati in centro? Pur nella follia del gesto sono sintomo di qualcosa. Di un fallimento della nostra società di cui tutti siamo responsabili». «Un risentimento crescente sta maturando in tutti, un rigetto, un’insostenibilità della vita in questo paese e non solo – prosegue -. Per ora riguarda le classi più deboli e ai margini, le periferie e le seconde generazioni, ma sta crescendo anche nel ceto medio che manifesta pacificamente e gli stessi commenti sotto ogni post sono indice di questo malessere. Non dite che non li avete visti arrivare perché quest’onda si sta ingrandendo da un po’ e dovremo farci tutti i conti.».
Poi l’attacco, indiretto, a Fedez: «Un’altra cosa che non tollero è il più stupido dei commenti, la retorica del “tu hai i soldi, tu non puoi parlare”. Ho visto i primi euro intorno ai 30 anni, ora ne ho 47, non sono ancora in pari. Ho faticato, lavorato e costruito partendo da meno di zero, mi sono fatto strada senza violenza pur venendo da un contesto violento (…). Aver fatto i soldi non cancella più di metà della mia vita e soprattutto non mi impedisce di desiderare un mondo più equo e più giusto per tutti, né di lottare per questo».
Ghali, Sayf e gli altri: il rap cerca una coscienza politica

Ghali ha scelto toni meno incendiari, rivolgendo un messaggio di solidarietà ai ragazzi che manifestano e invitandoli a continuare a difendere le proprie convinzioni. Una posizione coerente con l’immagine pubblica di un artista che negli ultimi anni ha fatto dell’identità, delle migrazioni e dei diritti civili una parte importante del proprio discorso.
Quelle sulle diseguaglianze sociali sono risposte che i giovani stanno cercando di ottenere ormai da un po’. Secondo me dobbiamo ascoltarli. È un problema che ha preso tutto il nostro Paese. Oggi riguarda non solo i giovani, ma anche i grandi. È un problema reale. E sono contento che le persone stiano scendendo in piazza a manifestare il proprio diritto e a cercare delle risposte. Sarebbe necessario usare questo tempo per parlare di chi sta manifestando pacificamente, perché è la vera cosa
Ghali
Quelle sulle diseguaglianze sociali «sono risposte che i giovani stanno cercando di ottenere ormai da un po’», ha aggiunto Ghali al termine della proiezione di A Mare, il film di Alessandra Cutolo presentato al Maxxi per la Festa del Cinema di Roma. «Secondo me dobbiamo ascoltarli. È un problema che ha preso tutto il nostro Paese. Oggi riguarda non solo i giovani, ma anche i grandi. È un problema reale. E sono contento che le persone stiano scendendo in piazza a manifestare il proprio diritto e a cercare delle risposte».
- Cosa pensa degli eccessi di violenza durante le proteste a Milano?
«Sarebbe necessario usare questo tempo per parlare di chi sta manifestando pacificamente, perché è la vera cosa. Non distraiamoci, sono due cose ben distinte, chi sta usando la violenza e chi scende in piazza a manifestare il proprio diritto in questo momento. Non distraiamoci. Loro ci tengono concentrati sull’oggi».
A Mare è un racconto corale che coinvolge un gruppo di madri e figli provenienti da Nigeria, Etiopia, Senegal, Marocco, Eritrea e Tunisia, residenti nei palazzi occupati “Spin Time” e “4 Stelle” di Roma. La narrazione segue lo svolgersi di una giornata al mare: dalla sveglia del mattino al viaggio in treno, dall’incontro con il mare fino alla scomparsa del piccolo Adonai, che attiva e rende visibile il trauma condiviso del viaggio attraverso il Mediterraneo.

Più radicale Sayf, secondo il quale la condanna degli episodi violenti rischia di diventare un pretesto per cancellare le ragioni della protesta. La sua sintesi è efficace: «Non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto».
Puntano il dito contro la violenza delle manifestazioni per delegittimarle, per togliere il diritto alle persone di ribellarsi a un sistema che non funziona e di avere un futuro senza essere prese per il c*lo da una classe dirigente degenerata
sayf
Una lettura che recupera il vecchio linguaggio della lotta di classe, anche se sostituisce operai e padroni con una più generica contrapposizione fra privilegiati ed esclusi. Una distinzione che, curiosamente, lascia aperta la domanda su dove debbano collocarsi i rapper diventati milionari.

Artie 5ive invita a guardare alle difficoltà di chi fatica ad arrivare alla fine del mese. Nayt denuncia una società assuefatta al benessere materiale e incapace di riconoscere la sofferenza degli altri.
Questa società addomesticata ama l’innocuità, la ricerca e ritrova in tutto quello di cui si nutre, e ogni individuo non vede a più di un metro di distanza da sé. Ma siccome in questo mondo viviamo insieme, a un certo punto, se non vedi l’altro, l’altro ti entrerà in casa per essere visto. Tutto questo finto benessere materiale ha reso borghesi anche i più poveri. Poverini e poveracci
Artie 5ive
Luchè affida la propria posizione a Se non ci fosse la rabbia: “Non voglio unione / Voglio divisione / Combatto con chi ha / La mia stessa missione”. Mentre Kid Yugi sposta l’attenzione verso il Sud, dove le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori hanno provocato blocchi e difficoltà negli approvvigionamenti.
La mia gente non merita questo, la Puglia non merita questo, il meridione non merita questo. Però so che prima o poi scoprirete cosa meritate voi, e sarà troppo tardi per fare ammenda
Kid Yugi
Non tutti, però, confondono solidarietà e giustificazione. 22simba distingue il diritto alla protesta dagli atti violenti. Nerone condanna apertamente i saccheggi, pur criticando la strumentalizzazione politica degli scontri. Una distinzione importante, perché comprendere le cause di una rivolta non significa necessariamente assolverne ogni conseguenza.

Dalle barricate alle boutique
La storia della musica popolare è piena di artisti che hanno trasformato la rabbia in coscienza politica. Bob Dylan cantava contro i mercanti di guerra, i Clash raccontavano una Londra attraversata dalla disoccupazione e dai conflitti razziali, i Public Enemy denunciavano il razzismo istituzionale. In Italia, dagli Area ai 99 Posse, la musica ha accompagnato movimenti, occupazioni e battaglie sociali. Non sempre erano canzoni capaci di cambiare il mondo. Ma almeno provavano a raccontarne uno diverso.
Oggi il paesaggio appare più confuso. Il rap è diventato la musica dominante fra i giovani, ma ha progressivamente sostituito l’immaginario della ribellione collettiva con quello della scalata individuale. Non più cambiare il sistema, ma conquistare un posto fra i vincitori. Non abbattere le disuguaglianze, ma guadagnare abbastanza per non subirle.
È il capitalismo raccontato dal punto di vista di chi parte svantaggiato, ma sogna di arrivare in cima. E non c’è necessariamente nulla di illegittimo in questa aspirazione. Il problema nasce quando l’ostentazione della ricchezza diventa l’unico modello di emancipazione disponibile.
La trap ha raccontato con efficacia le periferie, l’esclusione, la frustrazione di chi cresce guardando una città che promette tutto e concede poco. Ma troppo spesso ha offerto come soluzione esattamente ciò che produce quella frustrazione: denaro, consumo, prestigio sociale. Un cortocircuito perfetto.
Milano, in questo senso, è uno scenario quasi didascalico. La capitale italiana della moda e della finanza, la città delle boutique inaccessibili e degli affitti impossibili, delle opportunità e delle disuguaglianze. Durante gli scontri del 17 e 18 ottobre, gruppi di manifestanti hanno danneggiato negozi, assaltato esercizi commerciali e affrontato la polizia. Una protesta nata anche dal malcontento per il costo della vita e il deterioramento dei servizi pubblici, degenerata in episodi di vandalismo e saccheggio.
Ma sfondare una vetrina di lusso non equivale a mettere in discussione il sistema che l’ha prodotta. Soprattutto quando l’obiettivo è impossessarsi degli oggetti esposti.
C’è infine una differenza sostanziale rispetto alle grandi stagioni della protesta giovanile. Il Sessantotto aveva le sue canzoni, il punk aveva i suoi inni, i movimenti no global avevano una colonna sonora riconoscibile. Le manifestazioni di oggi sembrano invece muoversi dentro un immaginario musicale frammentato, dove convivono rap, trap, tormentoni virali e slogan improvvisati.
La musica accompagna la rabbia, ma raramente riesce a organizzarla in un racconto collettivo. I rapper intervengono dopo gli scontri, commentano, solidarizzano, litigano. Sono opinionisti con milioni di ascoltatori, più che autori di un nuovo canzoniere della rivolta.
Eppure, sarebbe sbagliato liquidare tutto come una posa. Dietro le contraddizioni della scena hip hop esiste una questione reale: una generazione che vede allontanarsi la possibilità di costruire un futuro, mentre viene quotidianamente bombardata da immagini di ricchezza, successo e felicità acquistabile. La politica risponde soprattutto con il linguaggio dell’ordine pubblico. Il rap oscilla fra denuncia sociale e celebrazione del lusso. I ragazzi, nel frattempo, continuano a guardare quelle vetrine.
Forse la domanda più interessante non è se Marracash abbia ragione o se Fedez sia più coerente. È un’altra: può una generazione cresciuta con l’idea che i soldi siano la misura di ogni successo immaginare una ribellione che non abbia come obiettivo quello di diventare ricca? Perché la rivoluzione, quando sogna soltanto di entrare nella boutique, rischia di finire appena raggiunta la cassa.

