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Quel miracolo brasiliano che l’Italia non ha più saputo ripetere

– Cinquant’anni dopo torna “La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria”, uno dei dischi più liberi e sensuali della canzone nazionale. Con registrazioni inedite, conversazioni rubate al tempo e una sorprendente versione di “Nun è peccato”. Storia di un incontro fra Milano, Napoli e Rio de Janeiro, orchestrato da Sergio Bardotti, quando la malinconia sapeva ancora ballare

C’è stato un momento in cui Ornella Vanoni, la cantante milanese per eccellenza, quella dell’eleganza un po’ sghemba, della voce che sembrava aver già conosciuto tutte le delusioni sentimentali possibili, ha deciso di trasferirsi idealmente a Rio de Janeiro. Senza rinunciare a Milano, naturalmente. E nemmeno a Napoli. Perché il Brasile di Ornella non era una cartolina con le palme, ma un luogo dell’anima dove si poteva essere disperatamente tristi senza perdere il gusto di vivere, dove una canzone d’amore diventava una confessione e una confessione poteva trasformarsi in una risata.

Era il 1976. L’Italia viveva gli anni di piombo, il terrorismo, la crisi economica, le contrapposizioni ideologiche. La musica leggera oscillava fra melodramma sentimentale e canzone impegnata. E invece Ornella Vanoni, insieme a un poeta brasiliano che aveva fatto della vita un’arte e a un chitarrista capace di racchiudere un’intera spiaggia in sei corde, realizzava un album che sembrava provenire da un altro pianeta.

Si chiamava La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria. Un titolo lunghissimo, senza una virgola, come una dichiarazione d’amore pronunciata tutta d’un fiato. Mezzo secolo dopo è ancora uno dei dischi più sorprendenti della nostra musica popolare: colto senza essere accademico, raffinato senza diventare snob, malinconico senza indulgere nell’autocommiserazione. E soprattutto allegro senza essere stupido. Una qualità, quest’ultima, diventata piuttosto rara.

Il 13 novembre torna in un’edizione per il cinquantenario che recupera i nastri originali, aggiunge un intero disco di registrazioni mai pubblicate e restituisce le conversazioni fra i protagonisti durante le sessioni romane. Ad anticiparlo, arriva Nun è peccato, una versione rimasta inedita per cinquant’anni del classico napoletano reso celebre da Peppino di Capri. E già questa è una piccola notizia musicale: perché la distanza fra Napoli e Rio de Janeiro, quando si parla di nostalgia, sensualità e amori impossibili, è molto più breve di quella indicata dagli atlanti.

Un poeta, un chitarrista e una cantante
che non aveva paura di cambiare pelle

Per capire come nacque quell’album bisogna partire dai suoi protagonisti. Ornella Vanoni non era una cantante alla ricerca di un’identità. Aveva già attraversato il teatro di Giorgio Strehler, le canzoni della mala, il repertorio d’autore, l’incontro artistico e sentimentale con Gino Paoli. Aveva una personalità musicale riconoscibilissima, ma anche una curiosità che le impediva di trasformarsi nel monumento di se stessa.

Vinícius de Moraes, invece, era qualcosa di difficilmente classificabile: poeta, diplomatico, paroliere, seduttore, protagonista della rivoluzione musicale che aveva portato la bossa nova fuori dai confini brasiliani. Era stato, con Antônio Carlos Jobim, uno degli artefici di Garota de Ipanema, la canzone che aveva insegnato al mondo come si potesse parlare di desiderio senza alzare la voce.

Accanto a lui c’era Toquinho, chitarrista dalla tecnica formidabile e dal tocco leggerissimo, capace di far convivere il rigore della tradizione brasiliana e la spontaneità di una conversazione fra amici.

Il quarto protagonista, quello che non compare nel titolo ma senza il quale il disco difficilmente sarebbe esistito, era Sergio Bardotti. Autore, produttore e soprattutto mediatore culturale, Bardotti aveva capito una cosa essenziale: tradurre una canzone brasiliana non significava sostituire le parole portoghesi con quelle italiane. Bisognava trasportarne il carattere, l’ironia, il doppio fondo emotivo. Farla nascere una seconda volta.

Fu lui a costruire l’incontro e a curare gli adattamenti italiani di un repertorio che comprendeva composizioni di Vinícius, Toquinho, Jobim, Baden Powell e altri grandi autori brasiliani. Un’operazione che oggi verrebbe probabilmente definita crossover, con tanto di campagna social e dichiarazioni sull’abbattimento delle frontiere culturali. Allora bastarono tre artisti, un produttore intelligente e uno studio di registrazione.

Quella volta che il Brasile
entrò negli studi Fonit-Cetra

Da sinistra: Toquinho, Ornella Vanoni e Vinícius de Moraes

Le registrazioni si svolsero negli studi Fonit-Cetra di Roma. Ornella, Vinícius e Toquinho incisero le loro parti in presa diretta, mentre i cori e le orchestrazioni di Gianfranco Lombardi furono aggiunti successivamente. Un procedimento che conservò il carattere immediato delle esecuzioni, la sensazione di ascoltare musicisti che non stanno semplicemente registrando delle canzoni, ma stanno condividendo un’esperienza.

Il particolare più affascinante, recuperato adesso dalla nuova edizione, riguarda proprio ciò che accadeva fra un’esecuzione e l’altra. Le voci che parlano, discutono, si confrontano. Il clima di una sessione che non aveva ancora subito la sterilizzazione digitale e nella quale gli errori, le esitazioni e le battute potevano diventare parte della musica.

Il nuovo Nun è peccato comincia proprio così, con Ornella, Lombardi, Vinícius e Toquinho che ragionano sulle affinità fra canzone napoletana e musica brasiliana. Un piccolo documento che racconta più di tante celebrazioni ufficiali.

E c’è anche un retroscena interessante: Nun è peccato, registrata allora, venne lasciata fuori dall’album, dove trovò invece posto Anema e core. Una scelta che, cinquant’anni dopo, consente di ascoltare un’altra possibile direzione di quell’incontro musicale. Napoli e Rio condividono una particolare inclinazione a trasformare la sofferenza amorosa in bellezza. Nella canzone napoletana il sentimento tende spesso al melodramma; nella bossa nova viene trattenuto, quasi nascosto dietro il sorriso. Ma la sostanza è simile: il desiderio, l’abbandono, la nostalgia, la consapevolezza che la felicità sia qualcosa di meraviglioso proprio perché non dura.

Basta riascoltare Senza paura, che apre l’album, per capire quanto fosse insolito quel progetto. Una canzone che affronta le paure e le insicurezze con un’andatura apparentemente leggera. Oppure Samba della rosa, con il suo gioco di immagini sentimentali, e La rosa spogliata, dove la sensualità non ha bisogno di esibizioni.

In Samba in preludio, firmata da Baden Powell e Vinícius, il dialogo fra le voci assume un’intensità quasi teatrale. È una canzone costruita sull’assenza, sulla necessità dell’altro, e Vanoni possiede esattamente il tipo di voce necessario per interpretarla: non quella di chi implora, ma di chi ha già capito quanto possa essere doloroso desiderare qualcuno.

Poi arriva Anema e core, piccolo capolavoro della canzone napoletana che in quel contesto sembra improvvisamente appartenere anche al Brasile. Non c’è nulla di esotico o di forzato. La melodia si adagia naturalmente sulla sensibilità dei musicisti, come se Napoli e Rio avessero sempre condiviso lo stesso repertorio.

La canzone che dà il titolo all’album, La voglia, la pazzia, è invece una dichiarazione di poetica. L’amore non come promessa di stabilità, ma come disponibilità a lasciarsi sorprendere, a perdere il controllo, a godere dell’attimo senza sottoporlo continuamente a un esame di coscienza.

E c’è Semaforo rosso, adattamento di Sinal Fechado di Paulinho da Viola, uno dei momenti più singolari del disco: un incontro mancato, una conversazione interrotta, la vita moderna che impedisce persino di parlarsi. Una canzone che sembra anticipare quella solitudine urbana che oggi abbiamo imparato a chiamare disconnessione, nonostante siamo tutti permanentemente collegati.

Nella seconda parte dell’album, Io so che ti amerò mette in scena uno dei vertici del romanticismo brasiliano, mentre i brevi interventi parlati di Vinícius, come Assenza e L’assente, interrompono la sequenza musicale con la naturalezza di un poeta che, fra una canzone e l’altra, decide di raccontare qualcosa. Il finale di Samba per Vinícius chiude il cerchio con il calore di una festa che non vorremmo finisse.

Il successo di un disco
che non assomigliava a niente

L’album conquistò rapidamente il pubblico, ottenendo il disco d’oro a poche settimane dalla pubblicazione. Ma la sua importanza va oltre il successo commerciale. In un’Italia che conosceva già alcune melodie brasiliane, La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria contribuì a rendere familiare un intero universo musicale. E soprattutto dimostrò che la canzone d’autore poteva essere sofisticata senza diventare respingente. Che la leggerezza non era necessariamente superficialità. Che una cantante italiana poteva interpretare il Brasile senza travestirsi da brasiliana.

È questo il segreto del disco: Ornella non imita nessuno. Non cerca di assumere un accento diverso, né di addolcire artificialmente la propria personalità. Rimane Ornella, con quella voce un po’ roca, quella dizione inconfondibile, quella maniera di stare leggermente dietro al tempo musicale che trasforma ogni frase in un pensiero appena formulato.

Vinícius porta la poesia e il gusto della parola pronunciata. Toquinho costruisce un paesaggio ritmico e armonico di straordinaria eleganza. Bardotti trova il modo di farli dialogare. E Lombardi aggiunge una cornice orchestrale senza soffocare l’intimità delle esecuzioni. Un equilibrio difficile da ottenere e ancora più difficile da ripetere.

Cinquant’anni dopo,
le voci rimaste sui nastri

Il poster che accompagna la ristampa

La nuova edizione celebrativa, pubblicata da Nar International il 13 novembre in doppio vinile, doppio CD e digitale, recupera il disco originale rimasterizzato dai nastri dell’epoca e vi affianca un secondo album di registrazioni inedite e conversazioni di studio.

Le edizioni fisiche, in tiratura limitata, comprendono testi, fotografie inedite, un apparato critico curato da Giulia Cavaliere e un progetto grafico firmato da Ciao Discoteca Italiana, che interviene sulla copertina storica senza stravolgerla.

Ma il valore autentico dell’operazione non sta nei poster, negli adesivi o nel consueto armamentario delle ristampe per collezionisti. Sta nella possibilità di entrare nuovamente in quella stanza romana del 1976 e ascoltare ciò che normalmente viene cancellato dalla versione definitiva di un album. Perché i dischi sono anche il risultato di tutto quello che non vi compare: le prove, le discussioni, le canzoni escluse, le intuizioni abbandonate. Nun è peccato restituisce proprio una di quelle strade non percorse. E il fatto che sia una canzone napoletana interpretata da tre artisti così diversi rende la scoperta ancora più significativa.

Vinícius de Moraes sarebbe morto appena quattro anni dopo, nel 1980. Ornella e Toquinho avrebbero continuato a coltivare il rapporto con il repertorio brasiliano, e il chitarrista tornerà in Italia nel febbraio 2027 per il tour 60 anni di musica, con concerti a Firenze, Milano e Roma e la partecipazione di Camilla Faustino. Un’occasione anche per ricordare quella stagione irripetibile.

Riascoltato oggi, La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria sembra appartenere a un’epoca nella quale l’industria discografica era ancora capace di concedersi qualche deviazione imprevedibile. Non tutto doveva essere progettato per funzionare su una piattaforma, inseguire una classifica o durare il tempo necessario a diventare un video virale. Si poteva incidere un disco per il piacere di incontrarsi. Si poteva far dialogare la poesia brasiliana con la canzone italiana e quella napoletana. Si poteva essere sentimentali senza vergognarsene e intelligenti senza ostentarlo. Soprattutto, si poteva essere malinconici e felici nello stesso momento.

Era il 1976. Ornella Vanoni aveva trovato il suo Brasile. E noi, cinquant’anni dopo, non abbiamo ancora finito di ascoltarlo.

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