Storia

MANUEL AGNELLI: Litfiba più importanti dei Nirvana

– Gli Afterhours ricevono il Premio Tenco alla carriera dopo quasi quarant’anni trascorsi sui palchi rock. Il frontman racconta la rivoluzione del passaggio all’italiano, attacca il rap dell’ostentazione, prende le distanze dai saccheggi di Milano e guarda ai giovani che tornano nelle piazze
– «All’inizio volevo rompere con la generazione dei cantautori e ascoltavo quasi solo musica straniera. Poi ci siamo accorti che l’inglese era una barriera enorme». E ora canta “Lontano lontano”. «Non abbiamo inventato niente. Litfiba, Diaframma, Denovo e Gaznevada hanno aperto loro le porte»
–  «Il rap? Mi è sempre piaciuto finché era militante e parlava di società. Ha perso la sua forza inseguendo Ferrari e catene d’oro». «Quello che sta nascendo nella protesta sana, che non saccheggia i simboli del lusso, non c’entra con il rap e con la trap. La scena che vedo nascere oggi, per fortuna, va in un’altra direzione»
– «Chi è andato in piazza per manifestare aveva delle ragioni e quel diritto va difeso. Ma chi ha approfittato della situazione per rubare delle scarpe costose e devastare ha finito per rovinare tutto ciò che di buono c’era». «Non mi convince l’idea che andare a saccheggiare dei negozi sia una forma di protesta»

Manuel Agnelli è arrivato all’età in cui quelli che una volta facevano rumore diventano patrimonio culturale. Succede anche ai migliori. Prima ti accusano di suonare musica incomprensibile, poi ti chiedono di raccontare come hai cambiato la storia del rock italiano. E magari ti consegnano un premio alla carriera. È quello che accade agli Afterhours, attesi stasera, 23 ottobre, al Teatro Ariston di Sanremo per ricevere il Premio Tenco, riconoscimento che suggella quasi quarant’anni trascorsi a prendere a calci le convenzioni della canzone italiana, salvo poi scoprire di aver contribuito a riscriverne le regole.

Agnelli, però, non sembra particolarmente interessato alla celebrazione. Preferisce parlare di quello che succede fuori dai teatri: dei ragazzi che tornano ai concerti e nelle piazze, dell’industria musicale che trasforma tutto in prodotto, del rap che ha scambiato la ribellione con le Ferrari e le catene d’oro. E delle recenti proteste milanesi, nelle quali distingue nettamente le ragioni di chi manifesta dalle azioni di chi approfitta dei cortei per saccheggiare i negozi.

Intanto, una piccola sorpresa l’ha già regalata. Ieri sera ha inaugurato l’edizione 2026 del Premio Tenco interpretando Lontano, lontano di Luigi Tenco, la canzone che ogni anno apre la rassegna attraverso la voce di un artista svelato soltanto quando si alza il sipario. Un Agnelli insolitamente raccolto, lontano dalle scariche elettriche degli Afterhours. «Questa è una canzone che ascoltavo a casa. Ho cercato di farla come la cantava mio padre», ha raccontato. È un’immagine che sembra chiudere un cerchio. Il musicista che da ragazzo voleva rompere con la tradizione cantautorale italiana apre il Tenco cantando proprio una delle sue canzoni simbolo. E il giorno dopo riceve un premio che riconosce soprattutto la qualità della sua scrittura.

«Al di là dell’attitudine rock’n’roll e rumoristica, nei nostri dischi e nelle nostre canzoni c’è sempre stato un lavoro sulla scrittura», spiega Agnelli in una intervista all’Adnkronos. Il riconoscimento, aggiunge, ha anche un valore che supera quello personale: «I premi oggi hanno anche un’altra funzione: danno visibilità a una musica che nei media trova sempre meno spazio».

Una considerazione che dice molto sullo stato di salute della musica italiana. Il rock alternativo, un tempo terreno di sperimentazione e conflitto, è progressivamente scomparso dal centro della scena mediatica. Non perché siano spariti i musicisti, ma perché si sono ristretti gli spazi nei quali possono esprimersi senza adeguarsi alle regole dell’intrattenimento.

Gli Afterhours hanno attraversato questo cambiamento quasi per intero. Nati nel 1987, inizialmente cantavano in inglese, inseguendo modelli britannici e americani. Poi arrivò la decisione che avrebbe cambiato la loro storia: usare l’italiano senza rinunciare alle strutture musicali del rock alternativo. «All’inizio volevo rompere con la generazione dei cantautori e ascoltavo quasi solo musica inglese e americana», ricorda Agnelli. «Ma a un certo punto ci siamo accorti che l’inglese era una barriera enorme. Quando abbiamo iniziato a scrivere in italiano abbiamo scoperto una potenza comunicativa incredibile».

La svolta sarebbe arrivata con Germi, nel 1995, e avrebbe trovato una consacrazione in Hai paura del buio?, due anni dopo. Dischi nei quali la lingua italiana veniva sottoposta a un trattamento poco rassicurante: testi taglienti, immagini disturbanti, erotismo, sarcasmo, nevrosi, chitarre che sembravano voler demolire qualsiasi tentazione melodica. «Abbiamo cercato di infilare l’italiano dentro strutture musicali che non appartenevano alla tradizione italiana. Credo che proprio questo ci abbia resi riconoscibili e unici».

Ma guai a chiamarli inventori del rock d’autore nazionale. «Non abbiamo inventato niente», precisa Agnelli, ricordando Litfiba, Diaframma, Denovo e Gaznevada. «Hanno aperto loro le porte. I Litfiba, per la nostra generazione, in Italia sono stati più importanti dei Nirvana». Una dichiarazione che farà storcere il naso a qualche devoto del grunge, ma che restituisce le proporzioni di un’epoca. Prima che Seattle diventasse la capitale mondiale delle camicie di flanella, in Italia esisteva già una scena sotterranea che cercava di costruire un linguaggio rock autonomo, lontano tanto dalla canzone tradizionale quanto dall’imitazione dei modelli anglosassoni. Del resto, la storia del rock italiano è piena di gruppi che hanno aperto strade senza ricevere la stessa attenzione riservata a chi le ha percorse successivamente. Agnelli almeno non dimentica i predecessori.

Più complicato è il suo rapporto con il presente. Secondo il cantante, una parte della vitalità che caratterizzava la scena alternativa degli anni Novanta si è perduta con la progressiva scomparsa dei luoghi fisici della musica. Internet avrebbe promesso una comunicazione senza confini, finendo invece per produrre nuove forme di isolamento. «Ci ha dato l’illusione di poter comunicare senza muoverci da casa e invece ci ha divisi tantissimo. Essere presenti fisicamente in un luogo è passato di moda».

Poi è arrivata la pandemia, con la chiusura di molti locali e un ulteriore indebolimento del tessuto culturale indipendente. Ma Agnelli non indulge nel solito lamento generazionale secondo cui una volta era tutto migliore. Anzi, intravede segnali di cambiamento proprio fra i più giovani. «La generazione tra i 15 e i 30 anni si è accorta del malessere prodotto da questa situazione e sta tornando nei concerti, nelle manifestazioni culturali e anche nelle piazze».

È un’osservazione interessante, soprattutto in un momento in cui si tende a raccontare i ragazzi come prigionieri degli smartphone, incapaci di costruire relazioni fuori dai social. Agnelli sostiene di riconoscere in loro molte delle inquietudini che animavano la propria generazione. «Questa nuova generazione usa la musica per raccontarsi e per trovare un linguaggio proprio, esattamente come facevamo noi. Quando parlo con loro non ho bisogno di un traduttore».

Afterhours

Il problema, semmai, è quello che succede quando l’industria intercetta questa energia. «Spero soltanto che non vengano subito assorbiti dalle logiche dell’industria e del mercato». Una preoccupazione che attraversa da sempre la storia degli Afterhours, anche se lo stesso Agnelli ha dimostrato negli anni di sapersi muovere dentro il sistema televisivo e discografico, da X Factor a Sanremo, senza rinunciare completamente alla propria identità. Una contraddizione? Forse. Ma il rock italiano è sempre stato costretto a negoziare con il mercato, anche quando dichiarava di volerlo combattere.

Quanto alla presunta fragilità delle nuove generazioni, Agnelli invita a non trasformare gli anni Novanta in un paradiso perduto. «Noi uscivamo dagli anni Ottanta e dalla Milano da bere: se entro i trent’anni non ti realizzavi, eri considerato un fallito. C’erano ancora i due blocchi e la minaccia nucleare, il punk nasceva dal “no future”, dal nichilismo».

La differenza, sostiene, era soprattutto nella possibilità di agire. Organizzare un concerto, aprire uno spazio culturale, costruire una scena musicale erano operazioni più accessibili. I centri sociali, pur osteggiati, rappresentavano una rete di produzione artistica e aggregazione. «Oggi fanno una fatica mostruosa e il controllo è molto più soffocante».

Il discorso finisce inevitabilmente sulle proteste milanesi degli ultimi giorni, segnate da devastazioni e saccheggi che hanno alimentato uno scontro politico e culturale. Qui Agnelli prende una posizione netta. «Chi è andato in piazza per manifestare aveva delle ragioni e quel diritto va difeso. Ma chi ha approfittato della situazione per rubare delle scarpe costose e devastare ha finito per rovinare tutto ciò che di buono c’era». Il cantante rifiuta l’idea che qualsiasi atto di vandalismo possa essere automaticamente interpretato come espressione di disagio sociale. «Non mi convince l’idea che andare a saccheggiare dei negozi sia una forma di protesta».

Le vetrine infrante durante i disordini di Milano

E non risparmia qualche critica a chi, nel mondo del rap, ha cercato di leggere quei fatti attraverso la lente della ribellione giovanile. «Non direi che Marracash e Fedez siano la nuova scena, anzi», osserva con una punta di sarcasmo. Su Marracash il giudizio è articolato: «Sono in parte d’accordo, ma credo abbia difeso troppo i disordini, sopravvalutando le motivazioni di ragazzi che in molti casi erano andati soltanto a rubare». Poi arriva l’affondo contro una certa deriva dell’hip-hop contemporaneo. «Il rap mi è sempre piaciuto finché era militante e parlava di società. Quando è diventato ostentazione di ricchezza, status e successo individuale, di Ferrari, catene d’oro, droga e violenza, ha perso la sua forza originaria».

È una critica che intercetta una contraddizione evidente del rap mainstream: un linguaggio nato come espressione di marginalità e rivendicazione sociale è diventato spesso la celebrazione individualistica degli stessi simboli di ricchezza e potere che un tempo contestava.

Naturalmente sarebbe ingeneroso ridurre tutto il rap contemporaneo a questa caricatura. Esistono artisti che continuano a raccontare periferie, disuguaglianze e conflitti sociali. Ma il bersaglio di Agnelli è riconoscibile: quella cultura dell’ostentazione che ha trasformato il successo economico nell’unica misura del valore artistico. 

E soprattutto il cantante non sembra convinto che la nuova protesta giovanile debba necessariamente cercare la propria colonna sonora nella trap. «Quello che sta nascendo nella protesta sana, che non saccheggia i simboli del lusso, non c’entra con il rap e con la trap. La scena che vedo nascere oggi, per fortuna, va in un’altra direzione». Resta da capire quale sia questa nuova scena, quali musicisti la rappresentino e se riuscirà davvero a costruire un linguaggio capace di accompagnare il malessere generazionale. Perché la storia insegna che le rivolte non producono automaticamente grandi canzoni. E le grandi canzoni, per fortuna, non hanno sempre bisogno di una rivolta.

Intanto gli Afterhours preparano il futuro. La formazione attuale comprende, oltre ad Agnelli, Andrea Viti al basso, Dario Ciffo al violino e alla chitarra, Giorgio Prette alla batteria e Giacomo Rossetti dei Negrita come polistrumentista, tastierista e corista. Dopo il Tenco arriveranno un tour europeo e una lunga serie di concerti nei club italiani. Nel 2027, poi, la celebrazione dei quarant’anni della band con uno spettacolo che attraverserà l’intero repertorio. «Con questa formazione l’anno scorso ho vissuto una delle esperienze più belle della mia vita», racconta Agnelli.

E Sanremo? Il festival nazionalpopolare per eccellenza, quello che un tempo rappresentava tutto ciò da cui il rock alternativo voleva prendere le distanze? «In gara ho già dato e oggi tornarci non mi interessa». Il rapporto con l’Ariston, però, è ormai consolidato. Nel 2009 gli Afterhours conquistarono il Premio della Critica con Il Paese è reale. Successivamente Agnelli è tornato per i duetti con Daniele Silvestri e Rancore, con i Måneskin e con gIANMARIA. E proprio sul duetto con i Måneskin si concede una battuta: «Il giorno prima del nostro duetto erano diciottesimi, il giorno dopo erano primi. Forse qualcosa ha contato…».

Per una partecipazione come ospiti in occasione dei quarant’anni degli Afterhours, invece, la porta rimane aperta. «Come ospite non direi di no. Ma per andare ospiti bisogna ricevere un invito: se non ci invitano non è che possiamo occupare l’Ariston…».

In fondo è questa la parabola più curiosa di Manuel Agnelli. Partito con l’intenzione di rompere con la canzone italiana, oggi riceve il Premio Tenco, canta Luigi Tenco ricordando suo padre e considera l’Ariston quasi una seconda casa. La provocazione è diventata tradizione, l’underground è entrato nella storia ufficiale della musica italiana. Ma sarebbe troppo facile liquidare tutto come un addomesticamento. Perché, a quasi quarant’anni dalla nascita degli Afterhours, Agnelli continua almeno a ricordare una cosa che il mercato musicale tende sistematicamente a dimenticare: una canzone può essere qualcosa di più di un prodotto da vendere. E il rock, prima di diventare un genere da catalogo, era anche un modo di stare al mondo.

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