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FRATELLI MANCUSO, la Sicilia in bianco e nero 

– Domani, venerdì 30 ottobre alle 21, al Piccolo Teatro della Città di Catania, Enzo e Lorenzo Mancuso portano in scena un viaggio nella memoria dell’isola, tra canti popolari, migrazioni, preghiere e suggestioni mediterranee. Una musica che tiene insieme tradizione e ricerca, con la forza di una storia personale diventata universale
– «Quello che raccontiamo è il volto della nostra Sicilia, che abbiamo vissuto nella prima parte della nostra vita, che è una storia di grande amore e crudeltà». Un passato da emigranti: «In Inghilterra cantare in dialetto ci aveva permesso di dare dignità e senso alla nostra vita. Tenendoci stretti alle nostre radici, esprimeva i nostri sogni»

Cominciano spesso abbracciati, in piedi, con le voci che si intrecciano in una preghiera antica, Ti Preu Maria. È come se Enzo e Lorenzo Mancuso tornassero a quelle sere dell’infanzia a Sutera, nell’entroterra siciliano, quando la famiglia, segnata dall’emigrazione, cercava di restare unita nonostante le distanze e le difficoltà. Da quell’intimità, da quella fratellanza che è insieme legame di sangue e comunione spirituale, nasce una delle esperienze più originali della musica popolare italiana.

Venerdì 30 ottobre, alle ore 21, i due musicisti siciliani saranno al Piccolo Teatro della Città di Catania per il concerto inaugurale della nuova stagione dell’Associazione Musicale Etnea. Un appuntamento che promette di essere molto più di un’esibizione musicale: un racconto per voci e strumenti, un viaggio nella memoria collettiva di un’isola restituita attraverso canti, lamenti, ninne nanne, devozioni e storie di partenze.

«La nostra è una fratellanza che sottintende un’unione spirituale, non solo di sangue», raccontano i Mancuso. «Noi ci capiamo al volo e ci sosteniamo l’un l’altro ed è su questo che si basa il nostro modo di cantare, l’unione delle nostre voci». La loro musica nasce infatti da un’intesa profonda, affinata negli anni e capace di trasformare vicende private in un patrimonio condiviso. «Quello che raccontiamo è il volto della nostra Sicilia in bianco e nero, che abbiamo vissuto nella prima parte della nostra vita, che è una storia di grande amore e crudeltà».

È una Sicilia lontana dalle cartoline turistiche, priva dei colori smaglianti delle coste e degli aranceti. Quella evocata da Enzo e Lorenzo è la terra arsa e severa dell’interno, dei contadini e dei minatori, delle fatiche quotidiane, delle partenze e delle solitudini. Una Sicilia che ha conosciuto l’emigrazione di massa e che, proprio attraverso la musica, ha continuato a parlare ai suoi figli lontani.

Anche i fratelli Mancuso sono stati emigranti. Negli anni Settanta lasciarono la Sicilia per raggiungere Londra, seguendo le orme dei fratelli maggiori. Furono anni di lavoro in fabbrica, di catene di montaggio e di impegno politico e sindacale, ma anche di ricerca di un’identità da difendere. In Inghilterra scoprirono che cantare in dialetto poteva diventare un modo per ritrovare le proprie radici e dare dignità a un’esistenza segnata dallo sradicamento. L’incontro con la musica tradizionale e con le registrazioni dell’etnomusicologo Alan Lomax fu una rivelazione: «In Inghilterra cantare in dialetto ci aveva permesso di dare dignità e senso alla nostra vita. Tenendoci stretti alle nostre radici, esprimeva i nostri sogni».

Da quell’esperienza è nata una ricerca musicale che non si limita al recupero filologico del repertorio popolare, ma lo attraversa e lo reinventa. Le antiche melodie siciliane si incontrano con il folk anglosassone, il blues, il fado, le suggestioni arabe e la canzone d’autore. Alle litanie delle processioni e ai canti della Settimana Santa si affiancano le ninne nanne, i richiami dei venditori ambulanti e le nenie dei suonatori itineranti. Un mondo sonoro che sopravvive nella memoria e che i Mancuso riportano alla luce senza trasformarlo in una reliquia.

Il loro percorso artistico ha preso forma negli anni Ottanta, dopo il ritorno in Italia e i primi concerti dedicati alla condizione contadina, all’emigrazione, alla mafia, all’amore e alla solitudine. Dal debutto discografico con Nesci Maria ai successivi riconoscimenti, il duo ha costruito un linguaggio personale, capace di dialogare con il teatro, il cinema e la grande tradizione della canzone mediterranea. Nel 1993 vinsero il Premio della rassegna della canzone d’autore di Recanati con Lu munnu bellu; nel 1997 arrivò Bella Maria. Nel cinema furono scelti da Anthony Minghella per una scena de Il talento di Mr. Ripley, mentre per Medea di Euripide, nell’allestimento di Emma Dante, tradussero in siciliano le parti del coro e composero le musiche.

Un capitolo importante della loro storia è Manzamà, l’album pubblicato nel 2021 e premiato con la Targa Tenco per il miglior disco in dialetto. Un lavoro intenso, nel quale la tradizione si apre a nuovi orizzonti anche grazie agli arrangiamenti di quattro brani firmati da Franco Battiato, l’artista catanese con cui i Mancuso avevano stretto un rapporto di stima e collaborazione. La musica del duo trova qui una dimensione orchestrale che amplifica la forza evocativa delle voci senza cancellarne l’essenzialità.

È anche in questa capacità di tenere insieme antico e contemporaneo, memoria individuale e storia collettiva, che risiede la singolarità dei fratelli Mancuso. La loro Sicilia non è un’immagine immobile da contemplare con nostalgia, ma un luogo interiore che continua a trasformarsi attraverso i ricordi, le contaminazioni e la fantasia. «I tuoi ricordi d’infanzia e di gioventù sono solo i tuoi e rimangono dentro di te per sempre, in un mondo fantastico che ricostruisci nel tuo immaginario personale ma che è sempre diverso dal calco originale», spiegano. «I nostri ricordi sono sempre mediati dalla fantasia».

Venerdì sera, al Piccolo Teatro della Città, quelle immagini torneranno a vivere nella trama di due voci che sembrano inseguirsi e sostenersi, accompagnate da strumenti e sonorità capaci di restituire la profondità di un patrimonio musicale antico. Perché, come spiegano Enzo e Lorenzo, «la musica è un discorso corale come una pellicola». E quando cantano, i ricordi riaffiorano come scene di un film: «Chiudiamo gli occhi e ci lasciamo trasportare, le nostre voci entrano l’una nell’altra e la dimensione della nostra musica diventa mistica».

Un concerto per ascoltare la Sicilia che non si vede nelle cartoline, ma che continua a vivere nelle voci di chi è partito e di chi, attraverso la musica, non ha mai smesso di tornare.

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