– «È la forza e il motivo del successo di questa musica», spiega Mauro Durante, alla guida del Canzoniere Grecanico Salentino che il 6 settembre ha chiuso Lithos Festival a Ferla e il 24 settembre sarà a Catania
– «Come diceva Tolstoj, dalle piccole cose è possibile trarre un significato universale che parli alle persone di ogni latitudine». «La tradizione non può rimanere ferma, ma questo non significa che bisogna banalizzarla»
C’è una domanda che il Canzoniere Grecanico Salentino si porta dietro da più di mezzo secolo. È contenuta in una canzone scritta da Rina Durante e musicata da Daniele Durante che dà anche il titolo a un album del 1982: Come farò a diventare un mito?
In tutti questi anni, il Canzoniere Grecanico Salentino ha fatto da scrigno per quei codici non scritti che hanno richiesto un lavoro meticoloso dedicato alla cultura popolare del territorio. Allo storico gruppo si deve la trasformazione della pizzica e quel processo di rivelazione che ne ha fatto un fenomeno di portata internazionale. E oggi, la formazione salentina, alla quale nel 2018 è stato assegnato il “Songlines Music Awards”, è diventata un mito senza aver mai avuto bisogno di comportarsi da monumento. Ha preso la pizzica, la lingua grika, i tamburelli, le voci e le storie del Salento e li ha portati nel mondo, senza trasformarli in reperti da museo. È questa la singolare parabola del gruppo fondato nel 1975 da Rina Durante e oggi guidato da Mauro Durante, che ha raccolto nel 2007 l’eredità del padre Daniele. E Mito è il titolo del lavoro antologico con il quale hanno festeggiato cinquant’anni di carriera e dello spettacolo che il Canzoniere sta portando in giro per il mondo.
«Ci siamo ispirati a quell’album del 1982 e abbiamo chiamato il nuovo lavoro Mito per omaggiare il testo di Rina Durante e la musica di Daniele Durante. Che poi è l’idea che il Canzoniere ha rappresentato per il territorio, un processo condiviso, comunitario», spiega Mauro Durante, l’“ultimo cavaliere senza né briglia e né staffe / a portare il peso di una storia” senza tempo. «Quella canzone si chiudeva con quell’interrogativo: come si fa a lasciare un segno, a diventare un mito quando si parte da una realtà così tanto marginale, di provincia. Questa storia dimostra che, in qualche modo, loro lo siano diventati con quell’eredità che hanno lasciato, con quello che rappresenta il percorso del Canzoniere all’interno della musica popolare pugliese».

- La periferia e la sua umanità sono diventati un racconto universale.
«Assolutamente, anche perché c’è un aforisma molto azzeccato di Lev Tolstoj che recita: “Se vuoi essere universale, parla del tuo villaggio”. Partendo da quello che ci è vicino, dalla prossimità, da quello che riusciamo a vivere con coinvolgimento emotivo, dalle piccole cose, è possibile trarre un significato universale che parli alle persone di ogni latitudine».
- Il Canzoniere Grecanico Salentino è una storia che attraversa ormai più di mezzo secolo. Che cosa significa oggi portare sulle spalle un’eredità così importante senza trasformarla in un museo?
«Significa cercare di rimanere quanto più fedeli a noi stessi, senza scimmiottare qualcosa che poi non ci appartiene più. Né quando si tratta di lavorare su repertori tradizionali e quindi fare l’errore di avere un atteggiamento museale, nostalgico, né quando si scrive qualcosa di nuovo, cercando d’interpretare un personaggio già costruito, rispondere a certe esigenze. Bisogna partire da uno studio, da un amore, da una consapevolezza che alcuni linguaggi vadano compresi, metabolizzati e poi fatti propri. Ma anche avere l’onestà di fare una musica, una danza che assomigli a noi come siamo oggi, perché se non si è contemporanei, se non si mantiene quel senso di urgenza che ha fatto nascere quei canti, allora diventa un esercizio di stile».
- Tu sei entrato nel Canzoniere da giovanissimo e sei poi diventato il direttore artistico del gruppo. Quanto è cambiato il tuo rapporto con questa musica: da figlio di una tradizione a qualcuno che oggi deve decidere dove portarla?
«È cresciuto con me questo rapporto. Mi sono formato all’interno del Canzoniere, sono stato prima guidato da mio padre per tanti anni e ho potuto godere dei suoi insegnamenti. Poi ho avuto l’opportunità di crescere, sbagliare, facendo il mio percorso anche guidando questo progetto. Ogni giorno mi chiedo quello che sia più bello, giusto, interessante fare per il futuro e per il presente di questo gruppo. È come navigare in mare aperto, bisogna governare le correnti, assecondare il vento, tracciando una rotta, valorizzando la metafora espressa sulla copertina dell’album con questa palma: tenere le radici salde nel terreno, ma cercare di lanciare i rami verso l’alto per cercare di guardare oltre».

- La pizzica, negli ultimi anni, è diventata un fenomeno globale. Avete portato la musica del Salento in giro per il mondo, state tornando da un concerto in Austria: cosa succede quando una musica così legata a un territorio incontra un pubblico che magari non conosce neppure quella terra?
«È bellissimo, sorprendente, ogni volta noi suoniamo all’estero, nonostante non vengano compresi i testi e molte volte non si conosca il nostro genere musicale. Osserviamo le persone prima essere sorprese e travolte dall’energia ritmica, per poi essere coinvolte all’interno di un cerchio danzante. Le distanze vengono annullate dalla possibilità di essere insieme in questo simbolico rituale nel quale si respira, si balla, si suda, si passano ore in cui tutti i problemi vengono messi da parte, e si è parte di qualcosa che ci fa vibrare insieme. E questo avviene a qualsiasi latitudine in cui siamo stati. È la grande forza di una musica che affonda le radici nell’idea di condivisione, di comunità. Molto spesso si sente dire che “la musica sia un linguaggio universale”, non è del tutto esatto, perché non è che noi siamo tutti in grado di comprendere o partecipare a ogni tipo di musica senza conoscere un po’ i codici, i linguaggi specifici. Però, è vero che, anche senza comprensione delle parole, la musica può essere una chiave attraverso il ritmo, il movimento, per poi entrare in comunicazione in modo diverso».
- Il corpo è centrale nella vostra musica: si canta, si suona, ma soprattutto si balla.
«Silvia Perrone, che è la nostra danzatrice, molto spesso è il collante: con il suo movimento ci unisce e ci lega alla gente che sta sotto il palco. La danza è sicuramente il vettore più potente che riesce a unire le persone attraverso questa cosa primordiale come è la gioia di muoversi, la gioia di vibrare insieme, di annullare le distanze. Attraverso la danza si può davvero entrare in contatto con chiunque anche senza aver mai incontrato prima questa persona. Al giorno d’oggi questo è veramente prezioso, perché spesso siamo come isole, isolati in contesti virtuali che danno l’illusione della prossimità, e la danza ci riporta tutti sullo stesso terreno».

- Spesso la pizzica viene associata soltanto alla festa, alla danza, all’estate. Ma alle sue origini ci sono anche il tarantismo, il rito, la sofferenza, il bisogno di liberarsi. Secondo te abbiamo un po’ addomesticato questa musica trasformandola in intrattenimento? Vedi la svolta “sanremese” della Notte della taranta.
«Bisogna distinguere fra le varie funzioni della pizzica. Quella sicuramente più diffusa all’epoca era quella gioiosa, in occasione delle feste, legata alla danza, con funzione ludica. E poi c’era quella connessa al tarantismo che invece era terapeutica, rituale, legata a una sofferenza che andava curata. Oggi si fa confusione fra tutte le varie funzioni della musica popolare, che invece dovrebbero rimanere ben presenti quando si affrontano questi repertori. Ed è vero che il racconto venga banalizzato. È vero che non c’è attenzione affinché i contesti in cui questi brani sono nati vengano spiegati, in cui lo sforzo di tradurre, di adattare al presente, venga fatto in maniera giusta. È una responsabilità che ha ognuno di noi che facciamo questa proposta. Bisogna cercare di rendere giustizia al repertorio, alla tradizione, alla cultura, perché è verissimo che la tradizione non può rimanere ferma, che le cose devono evolvere, ma questo non significa che bisogna svuotare di significato e banalizzare tutto».
- Il Canzoniere è anche un laboratorio di incontro. Nel vostro percorso avete dialogato con artisti e musicisti provenienti da mondi molto diversi. Che cosa cercate in una collaborazione?
«Cerchiamo qualcosa che ci emozioni e che abbia senso musicalmente e possa lasciare un segno e creare qualcosa di nuovo, di bello e di importante. Penso che la vocazione del fare arte, del fare musica, del fare cultura, debba essere nel desiderio di creare qualcosa di bello, di creare qualcosa che abbia potenzialmente un impatto. Le collaborazioni devono seguire innanzi tutto questa ispirazione e poi l’accostamento dei nomi. Infatti, la maggior parte delle nostre collaborazioni nascono da una conoscenza personale che precede il momento in cui si va a fare musica insieme».
- Hai la sensazione che i giovani stiano riscoprendo le musiche popolari oppure che il successo della world music sia ancora un fenomeno soprattutto da festival e da pubblico adulto?
«C’è tantissimo interesse in Italia: la riscoperta da parte dei giovani, è bellissimo vedere quante persone di ogni età si appassionino. Se è vero che alcune volte la popolarità crescente di questi repertori porta a un appiattimento, è anche vero che la quantità di persone che si avvicinano e poi vogliono approfondire sta aumentando sempre di più. Questa comunità danzante e sonante si sente protagonista non soltanto spettatrice passiva di questa musica: è una delle cose più incredibili e uniche che troviamo nel panorama internazionale».

- C’è una melodia, un canto o una storia del repertorio salentino che ogni volta che esegui ti emoziona come la prima volta? E perché?
«Se devo citarne una, sicuramente dico Pizzica indiavolata. Nonostante sia il pezzo non soltanto che ho suonato di più nella mia vita dal vivo, ma anche quello che continuo a studiare, a variare, a perfezionare ogni giorno di più sul violino. Mi dà una grandissima energia catartica, dal vivo mi lascio totalmente rapire dal flusso di questo brano che dura anche moltissimo, tant’è che ogni sera i miei compagni di gruppo mi dicono: “Facciamolo oggi un po’ più breve”. Ma devo ammettere che sono incapace di controllare la durata, semplicemente seguo il flusso di quel brano che ancora per me è inebriante».
- Fra Salento e Sicilia c’è uno stretto legame, non solo linguistico.
«Quello linguistico è evidente, parliamo un dialetto con il quale ci capiamo. Il ceppo del salentino è lo stesso di quello siculo-calabrese. E poi la tarantella siciliana ha tanti punti in comune con la pizzica. Senza tralasciare i punti di contatto dal punto di vista enogastronomico. La Sicilia è una terra meravigliosa che portiamo nel cuore. Tanti amici artisti sono siciliani».
- E la Sicilia vi ha applaudito domenica 6 settembre sulla Scalinata dei Cappuccini di Ferla per la chiusura della XXVI edizione di Lithos e ora vi attende il 24 settembre in piazza a Catania.
«A Ferla abbiamo portato lo spettacolo che presenta sia brani di repertorio sia dall’album Mito, un lavoro antologico che fa un percorso storico attraverso i cinquant’anni del Canzoniere. A Ferla eravamo con la nostra formazione standard, quella che va in giro per tutto il mondo (ovvero Mauro Durante, voce, tamburi a cornice, violino; Alessia Tondo, voce, tamburi a cornice/percussioni; Silvia Perrone, danza; Giulio Bianco, zampogna, armonica a bocca, flauti/fiati popolari, basso; Massimiliano Morabito, organetto diatonico; Emanuele Licci, voce, chitarra, bouzouki; Giancarlo Paglialunga, voce, tamburieddhu – ndr). A Catania saremo insieme al duo Inude, con il quale stiamo collaborando sempre di più».

- Tuo padre Daniele Durante è stato una figura fondamentale nella storia del Canzoniere e della ricerca sulla musica popolare salentina. Cosa pensi che direbbe oggi ascoltando il percorso che hai portato avanti? E, soprattutto, qual è la lezione più importante che ti ha lasciato come musicista e come uomo?
«Sicuramente sarebbe orgoglioso. Lo era già anche prima di morire, perché quello che stavamo realizzando, portando questa musica in giro per il mondo, è un sogno condiviso che ci ha legato e che, in qualche modo, continua a tenermi legato a lui, anche adesso che non c’è più. L’insegnamento più importante? È difficile dirlo. Sia genitore che “padre musicale”, è difficile parlare di un solo insegnamento. Lui è stato sempre animato da una grandissima energia, da una grandissima volontà nel seguire le passioni, i sogni, nel cercare di piegare la realtà con la sua determinazione, ed era contagioso nel sognare le cose che andava a fare. E in questo mi riconosco anch’io e continuo a farlo ancora oggi».
- E, a proposito di sogni, tra cinquant’anni, cosa ti piacerebbe che restasse del Canzoniere Grecanico Salentino: le canzoni, un modo di suonarle o l’idea che una tradizione, per restare viva, debba avere il coraggio di cambiare?
«Non c’è modo di fermare una tradizione. Al massimo, quando finisce di essere attuale, smette di essere rilevante. Ma non può restare uguale a se stessa, non c’è modo di fermare il tempo che passa, è l’illusione con cui l’umanità si è scontrata nel corso della storia. È come voler fermare a forza di leggi le persone che si spostano, i flussi migratori. Non c’è modo di fermare il tempo e l’umanità che si muove. Il mio augurio è che quel senso di comunità, quella realtà del tarantismo che faceva sì che una comunità si curasse insieme, quel senso di solidarietà a tutti i livelli sia sempre più vivo e protetto. La pizzica come simbolo dell’idea di affrontare la vita insieme e non come tante isole individualiste. Sul Canzoniere posso dire che cinquant’anni sono tanti. Non posso dire che mi auguro che fra cinquant’anni sia ancora insieme, perché significherebbe obbligare i nostri figli o figlie a portare avanti questo progetto come se fosse un macigno. L’augurio è che quello che abbiamo fatto possa essere d’ispirazione positiva per quante più persone possibili».
