– La superband palermitana fa riemergere la Sicilia sommersa, trasformandola in materia viva, contemporanea. Un album di debutto che ha meravigliato perfino la patria dei Beatles
– In questi giorni in concerto a Palermo, Messina e Catania e in inverno si apriranno le porte del Regno Unito. «Abbiamo ricevuto inviti anche dal Nord America»
– «Su melodie vocali e testi tendiamo a essere più fedeli possibili al documento sonoro, invece la musica che costruiamo intorno è tutta una nostra visione/allucinazione», dice Fabio Rizzo
Prima ancora di ascoltarli, i Lero Lero sembrano volerci raccontare una storia. Sulla copertina del loro album d’esordio, una tavola apparecchiata sembra immersa in una normalità sospesa, quasi domestica, quando dal basso irrompe un coccodrillo. Non è un dettaglio surreale messo lì per decorazione: è un animale che arriva da una delle leggende più enigmatiche di Palermo, quello della Vucciria, il coccodrillo imbalsamato oggi conservato nella memoria del mercato e legato, nella tradizione popolare, al Papireto, l’antico corso d’acqua della città poi scomparso sotto le strade.
È una simbologia perfetta per introdurre la musica dei Lero Lero. Perché anche il loro disco nasce da qualcosa che sembrava scomparso e che invece, sotto la superficie, continuava a respirare: le voci, i canti, le nenie, i lamenti, le grida delle lavandaie e dei salinai raccolti nell’Archivio sonoro siciliano del Novecento. Alessio Bondì, Donato Di Trapani e Fabio Rizzo non li recuperano per imbalsamarli un’altra volta dentro la teca del folklore, ma per farli tornare a mordere il presente.
Il coccodrillo, allora, diventa la metafora più precisa del progetto: una presenza antica e sommersa che riaffiora quando meno te l’aspetti e mette in crisi l’ordine delle cose. Proprio come quelle melodie che per decenni sono rimaste ai margini della narrazione ufficiale della Sicilia e che oggi i Lero Lero trasformano in materia contemporanea, mescolando voci e strumenti tradizionali con elettronica, microtonalità, synth e pulsazioni ipnotiche.

Non c’è, dunque, una Sicilia da cartolina in questo disco. C’è una Sicilia sotterranea, irregolare, arcaica e insieme sorprendentemente futuribile. Una Sicilia che riemerge dal buio non per chiedere nostalgia, ma ascolto. E quel coccodrillo che attraversa la tavola apparecchiata sembra dirci proprio questo: attenzione, sotto la superficie c’è ancora qualcosa di vivo. E potrebbe avere fame.
«Abbiamo cominciato a condividere questo interesse per l’archivio intorno al 2022», racconta Fabio Rizzo. «Già lavoravamo assieme da anni al progetto cantautoriale di Alessio (Bondì), mentre con Donato (Di Trapani) abbiamo uno studio a Palermo da più di dieci anni. Questo gruppo di lavoro quattro anni fa ha cominciato a scavare negli archivi etnomusicologi siciliani e man mano trovavamo delle gemme che ci colpivano».
Il cantautore Alessio Bondì, il produttore e chitarrista Fabio Rizzo e il “mago” dell’elettronica Donato Di Trapani, ai quali sul palco si aggiunge Giovanni Parrinello alle percussioni, non sono soltanto degli eccellenti musicisti e autori, ma soprattutto amici che condividono la stessa passione, la stessa ricerca.
«Non abbiamo mai avuto dei maestri che ci hanno introdotto a questo materiale, è stata pura necessità di rispondere a delle domande, non estetiche, non artistiche, ma prima di tutto esistenziali: chi siamo? Noi siciliani di questo tempo chi siamo? E abbiamo pensato che potessimo trovare delle risposte andando alla fonte».
Lo stesso nome che si sono dati proviene da questi studi, ma vuole avere anche una chiave ironica contro la Sicilia turistica dei “leru leru”, alla Dolce & Gabbana, oleografica. «Esplorando non solo le registrazioni ma anche il corpus di canti raccolti da Alberto Favara alla fine dell’Ottocento, abbiamo notato che alcuni di questi lui li chiamava “Leru leru”, li annotava così nelle campagne. E allora c’è sembrato un bel modo per chiamarci. È vero, è anche un po’ ironico, esprime la nostra posizione anti-folk», sottolinea Rizzo.

Il primo risultato di questa ricerca è l’album omonimo pubblicato quest’anno dai Lero Lero. Archeologia sonora proiettata nel futuro: elettronica mediterranea, synth, drum machine, percussioni, marranzani, corde microtonali e una vocalità aspra e ipnotica costruiscono un paesaggio nel quale la Sicilia sembra arrivare da un passato remoto per parlare al presente.
Si apre con Com’haiu a fari, un testo enigmatico estratto dalla registrazione originale della voce lamentosa di una lavandaia del Comisano. I Lero Lero trasformano questo lamento solitario in una potente esecuzione a tre voci, ispirandosi apertamente alla struttura polifonica e corale dei canti della Settimana Santa siciliana. La perdita materna diventa metafora, simbolo dell’eredità culturale rotta della Sicilia.
Un’atmosfera psichedelica e tribale avvolge Franculina, un antico canto di carrettiere registrato originariamente nella zona di Bagheria. Nella successiva Bedda ca cantari mi sintisti, documento sonoro del 1955, raccolto a Palma di Montechiaro ed eseguito in carcere da Pietro Spampinato, un uomo che all’epoca aveva 71 anni e cantava accompagnandosi solo con il marranzano, lo strumento originale è campionato all’interno di una fitta trama di sintetizzatori e texture elettroniche industriali e cupe, che amplificano il senso di isolamento e prigionia.

In Salinai, le filastrocche surreali e ritmiche cantate dai lavoratori delle saline della costa occidentale siciliana sono trasformate in una traccia techno/clubbing primitiva. E, ancora, Monrealesi, sospesa fra Mediterraneo e desert-blues, e Aieri ci passava, più inquieta e pulsante, mostrano quanto il progetto sia lontano dalla semplice operazione di recupero. La cosa più sorprendente è che i Lero Lero non cercano di rendere “moderno” ciò che è antico: fanno qualcosa di più intelligente, dimostrano che forse non era mai diventato davvero vecchio. Le voci dell’archivio, filtrate dalla sensibilità dei tre musicisti, conservano una forza quasi fisica. Sono fantasmi che non vogliono essere commemorati, ma tornare a parlare.
«Su melodie vocali e testi tendiamo a essere più fedeli possibili al documento sonoro, invece la musica che costruiamo intorno è tutta una nostra visione/allucinazione», sorride Fabio Rizzo. Non è, invece, una allucinazione la sua “chitarra palermitana”. «Avendo fatto il chitarrista per una vita con forti influenze blues, americane, afroamericane, quando ho cercato di andare indietro con la mia chitarra ai canti bagheresi o degli zampognari di Monreale mi mancavano delle note». Spiega. «Perché è tutta roba microtonale quella che viene fuori dai documenti sonori, in particolare della nostra area, del palermitano. E, allora, ho pensato di far modificare le mie chitarre alla mia liutaia. Così sono entrato nel mondo microtonale, ma non per fascinazione esotica, ma proprio per suonare bagherese o monrealese».
E poi l’elettronica, che gioca un ruolo importante nel fasciare di nuove sonorità questi documenti. «Anche questo è frutto delle persone che siamo, Donato in particolare. A lui piace fare l’esploratore elettronico più degli altri. Ma ognuno porta se stesso dentro questo percorso e questo è l’esito di quello che siamo».

Il coccodrillo della Vucciria non solo è riemerso, ma dopo aver nuotato dal Nilo al Papireto, attraversando lo Stretto di Gibilterra, l’Atlantico e il Canale della Manica, è andato a bagnarsi nelle acque del Tamigi. A lui, o, meglio, ai Lero Lero ha infatti dedicato un paginone il quotidiano britannico The Guardian.
«Non ce l’aspettavamo», ammette Fabio Rizzo. «Il disco ha funzionato molto fin dalla sua uscita su questa piattaforma che è Bandcamp. E questo ha acceso una serie di scintille. Il Guardian ci ha intervistati perché hanno colto che ci fosse qualcosa di politico in questi siciliani che cercano di raccontarsi da sé invece di avere un racconto turistico, televisivo».
- C’è un contenuto politico nella vostra scelta?
«Penso che l’attitudine, il gesto di riappropriazione sia un fatto politico. Non lo dico nel senso più piatto o superficiale del termine, nel senso di militanza. Non facciamo parte di alcuna posizione politica: è un’azione totalmente indipendente. È una ricerca per entrare in contatto con quello che si è, per scoprire la nostra identità».
- Qual è l’obiettivo? Costruire una nuova musica sulla memoria?
«Non ci poniamo tanto il problema del futuro, perché riteniamo che lavorare con l’identità sia una cosa fuori dal tempo, come il mito è fuori dal tempo, non appartiene alla cronologia storica. Per noi è qualcosa che si accende. E quindi raggiunge le persone a prescindere dal tempo storico. Ma siamo consapevoli che da questa musica, da queste canzoni e da queste melodie, possiamo fare musica completamente nuova».
I Lero Lero, dopo aver chiuso il Dedalo Festival a Caltabellotta, saranno in concerto venerdì 25 alla Villa Filippina di Palermo, nell’ambito del festival “LOGOS – Parole del Mediterraneo”, sabato 26 al Retronouveau di Messina e l’indomani, domenica 27, a Catania nell’ambito di Ursino Buskers.
- All’estero quando?
«In inverno. Il Guardian ci ha spianato la strada per alcuni concerti nel Regno Unito e non solo: si stanno aprendo delle porte nel resto d’Europa, e abbiamo già degli inviti dal Nord America».
