Interviste

SABBA, ‘A verità viene dal blues. E parla napoletano

– Salvatore Lampitelli è passato dai talent televisivi ai palchi internazionali, dalla danza al rock, dal soul degli Showmen alle sperimentazioni di Daniele Sepe. Allievo di Franco Del Prete e figlio musicale del Neapolitan Power, pubblica il suo primo album solista: dieci canzoni tra dolore, memoria e rinascita. Un disco nato dalla perdita della madre: dal dolore alla rinascita
–  Una raccolta di canzoni coloratissima e variegata: blues, soul, funk, gospel, r&b, jazz e canzone d’autore. Ci sono Pino Daniele, Massimo Ranieri, Napoli Centrale, gli Showmen e Zucchero. Il Vesuvio e il Delta del Mississippi. Un lavoro che parla tre lingue – napoletano, italiano e inglese – senza trasformare il multilinguismo in un esercizio di cosmopolitismo da esportazione

Prima di diventare un cantante, Salvatore Lampitelli era un ballerino. E prima di scoprire Pino Daniele, James Senese e il Neapolitan Power, fu folgorato dalla chitarra di B.B. King. Una conversione sulla via del blues, che lo spinse ad abbandonare una promettente carriera nella danza sportiva per inseguire una musica che sembrava arrivare dal Mississippi ma parlava, con sorprendente naturalezza, la lingua di Napoli. Non una contraddizione, piuttosto una coincidenza geografica dello spirito. Perché tra il Delta del Mississippi e i vicoli partenopei, musicalmente parlando, la distanza è sempre stata molto più breve di quanto suggeriscano gli atlanti.

Da allora Sabba, nome d’arte di Salvatore Lampitelli («Sabba è la storpiatura del mio nome Salvatore, era diventato uno sfottò per via di un aneddoto legato al liceo. Lo esorcizzo facendolo diventare il mio nome d’arte), ha fatto praticamente di tutto. Ha cantato, suonato la chitarra, scritto canzoni, prodotto dischi, organizzato festival, vinto talent show, girato il mondo (è un idolo nei Paesi dell’Est europeo e in Giappone). Ha condiviso il palco con musicisti che hanno fatto la storia della musica napoletana e si è ritrovato anche davanti alle telecamere di Gerry Scotti. Ma per pubblicare il suo primo album solista ha aspettato fino allo scoccare dei 40 anni.

«Avevo bisogno probabilmente di un percorso di vita che mi segnasse al punto tale da dovermi ricostruire, da dover sprofondare e poi rinascere, e che è stato il momento più brutto della mia vita: il dolore per la perdita di mia madre. Che mi ha portato ad accettare il cambiamento e l’idea che adesso non ci sono più scorciatoie o ripensamenti, c’è quasi il dovere e la responsabilità di fare musica per me, nella maniera più libera», spiega mentre è in sala prove, dove sta preparando il debutto “live”.

Salvatore Lampitelli, in arte Sabba (foto di Riccardo Piccirillo)

Sabba appartiene a quella categoria di musicisti che hanno costruito la propria identità suonando, sbagliando, cambiando formazione, attraversando generi e palcoscenici. Gente che ha imparato prima a stare dentro una canzone e soltanto dopo a metterci la propria firma. Il risultato si intitola ‘A Verità, pubblicato lo scorso 9 ottobre da Soundinside Records. Dieci brani realizzati insieme al musicista e produttore Paci Ciotola, che mettono in comunicazione blues, soul, funk, gospel, r&b, jazz e canzone d’autore napoletana. Un album coloratissimo e variegato: ci sono i mille colori di Napoli e c’è la luce del blues, c’è il falsetto e c’è la potenza vocale, ci sono Pino Daniele, Massimo Ranieri, Napoli Centrale, gli Showmen e Zucchero. Un disco che parla tre lingue – napoletano, italiano e inglese – senza trasformare il multilinguismo in un esercizio di cosmopolitismo da esportazione. 

«Questo album è il contenitore di una serie di background che sono confluiti tutti in questa ricetta fatta da un piccolo chef musicale di provincia, che ha messo insieme i suoi ingredienti preferiti e ne ha tirato fuori un piatto che sicuramente piace a lui. Poi vediamo se piacerà, una volta servito, nel suo ristorante. E quel ristorante è il Teatro Bolivar di Napoli venerdì 23 ottobre», commenta Sabba. «Io sono appassionato di Massimo Ranieri, come di Pino Daniele, Napoli Centrale, ho avuto collaborazione con Tony Esposito, Enzo Gragnaniello, Franco Del Prete, Daniele Sepe. Io un po’ sono nato da quel fuoco. Però sono amante anche del cantautorato, della musica americana, della black music. Mettere tutto insieme per me era una sfida naturale». 

La title-track, che comincia con la citazione di Lucio Dalla – “com’è profondo il mare” – e si chiude con la frase “’a verità forse nun te fa male chiù”, introduce il disco e ne diventa la chiave di lettura. 

«È un brano che senza dirlo, come tanti altri che non sono così espliciti come possono sembrare, racconta della solitudine che si vive quando sei nel buio. “And you feel so lonely e chiagne e nun ce cride chiù”, è come se fosse un brano che nasce dall’accettazione della sconfitta, di sentirsi solo dopo un dolore, perché ti sei probabilmente autoisolato per proteggere te stessi e anche gli altri – lo dico anche in Darling: “No, no, non ti perderai nel mio mare di guai” – e un po’ perché stai cercando una nuova verità e, alla fine del brano, c’è un’esplosione con tutta la band per affermare che “’a verità forse nun te fa male chiù”. Perché hai accettato la verità più profonda: è il nostro mondo interiore che va scoperto, e quando la scopri, non dico che ci hai fatto pace, ma hai preso confidenza con tutti quelli che sono i tuoi demoni. Non possono più spaventarti».

Il punto di partenza è una ferita. La madre di Sabba è morta dopo una malattia oncologica durata appena due mesi. Una perdita improvvisa, devastante, che ha interrotto il corso ordinario delle cose e costretto il musicista a fare i conti con ciò che resta quando scompare una delle persone che definiscono la nostra identità. Mà influenza gran parte dell’album per quel senso di perdita, smarrimento e solitudine che lo attraversa.

«Mà è la prima canzone che ho scritto per questo album che racconta un percorso della vita che parte dal dolore, dal buio, dalla solitudine, dall’introspezione, dall’accettazione dei propri limiti, fino alla rinascita», racconta. «Nelle strofe scrivevo tutto quello che apparteneva al mio sentimento di dolore. Dico: “I say goodbye, tanto ‘o munno gira ‘o stesso”. Oppure. “Ho mentito anche a me stesso per sopravvivere … Ho seppellito il mio orgoglio … Ho fatto a pezzi i miei sogni … Mi sono perso dentro di me / Ma tu nun tuorne maje”. Però poi il producer Paci Ciotola mi disse: “No, qui, l’accordo da minore diventa maggiore, ovvero si fa più gioioso, e diremo soltanto: “Ma la luce torna”. “La luce torna” è stato il focus che ci ha portato a scrivere tutto il resto delle canzoni. Raccontiamo la verità delle storie che riguardano la vita umana, la terapia, le introspezioni, le relazioni che finiscono e quelle che nascono, come cambiamo noi, ma la raccontiamo sempre dicendo la verità più profonda: che il buio finisce a un certo punto, ma quando ci sei dentro non lo sai e hai bisogno di qualcuno che te lo ricordi. La storia del dolore e della rinascita riguarda tutti, spero di raccontarla attraverso le canzoni».

  • Quindi Mà è anche l’inizio della rinascita, che poi si avverte in 100 Fiori e Tira a campà.

«Sì. Tira a campà è nata nel momento in cui io e Paci ci stavamo immaginando una ipotetica nuova alba, una rinascita generale, del mondo, della Terra, delle persone, dello spirito che alimenta gli uomini, perché siamo in tempi di odio, rabbia, guerre, negatività e anche superficialità, dove i valori sono spariti. Si parte dall’idea che un giorno, con profonda emozione, ci sarà chi si ritroverà spaesato e in lacrime a guardare una nuova alba, in cui riscoprire quel senso di umanità che si sta perdendo».

Sarebbe, quindi, sbagliato considerare ‘A Verità soltanto un disco autobiografico. La perdita è il punto di partenza, non il perimetro entro il quale rinchiudere le dieci canzoni. Sabba allarga progressivamente lo sguardo alle contraddizioni del presente, alla solitudine, alle guerre (come in Guardame ‘nfaccia), alle nevrosi sociali, alla difficoltà di riconoscersi in un mondo che sembra aver sostituito i rapporti umani con la loro rappresentazione digitale.

Per capire da dove arrivi questa musica bisogna riavvolgere il nastro. Molto prima dei talent, dei concerti internazionali e delle produzioni discografiche, Lampitelli era un ballerino professionista, iscritto per dieci anni alla Federazione Italiana Danza Sportiva. Poi arrivò B.B. King, seguito da Stevie Ray Vaughan. Il blues prese il posto della danza, o forse ne divenne semplicemente un’altra forma.

La scoperta dei Bluestaff, formazione storica del blues napoletano, lo avvicinò a quella particolare tradizione musicale che aveva trasformato Napoli in uno dei laboratori più originali della musica italiana. Negli anni Settanta, mentre gran parte della canzone nazionale continuava a oscillare tra melodramma sentimentale e rassicurante intrattenimento, a Napoli succedeva qualcosa di diverso. Gli Showmen di Mario Musella e James Senese avevano già aperto la strada a una contaminazione tra soul americano e sensibilità mediterranea. Con Napoli Centrale, Senese e Franco Del Prete avrebbero spinto quella ricerca verso il jazz-rock e il funk, raccontando un Sud operaio, contraddittorio, lontano dalla cartolina di sole, pizza e mandolino. Poi sarebbe arrivato Pino Daniele a trasformare quell’eredità in una lingua musicale universale.

Sabba è cresciuto dentro questa genealogia. Non da spettatore nostalgico, ma lavorando accanto ad alcuni dei suoi protagonisti. L’incontro decisivo è quello con Franco Del Prete, storico batterista degli Showmen e di Napoli Centrale. Nei Sud Express, il progetto del musicista scomparso nel 2020, Lampitelli diventa cantante, chitarrista e collaboratore nella scrittura. Partecipa al disco L’ultimo Apache, un’esperienza che gli permette di entrare direttamente in contatto con una delle figure fondative del Neapolitan Power.

Il rapporto con Del Prete non è soltanto professionale. È un passaggio di testimone tra generazioni, un modo per apprendere una concezione della musica nella quale il ritmo non è un semplice accompagnamento, ma una dichiarazione di identità. Non a caso, forse, l’album si chiude con ‘A musica mia che r’è, un omaggio a Del Prete. Un brano teatrale, carico di pathos, drammatico.

«È una canzone scritta da Franco ed è a chiusura dell’album, perché volevo che si aprisse con una prima verità mia, personale, e chiudesse con la più grande verità del neapolitan power, del quale Del Prete è stato uno dei più grandi pilastri. Aveva scritto questo pezzo per Napoli Centrale, per la voce di James Senese. Secondo me, è il manifesto dell’artista, di come vive i dolori, le sofferenze, la sua quotidianità, sapendo intimamente di non essere capito fino in fondo. E, quindi, quell’urgenza di comunicare ancora di più, per essere compreso, per essere visto. L’introduzione è del batterista Alfonso Donadio, allievo di Franco, che urla: “Stai cun nuia pe’ sempe”. E poi c’è un mio assolo di chitarra al posto del sassofono di James Senese».

  • Con questo primo album è l’Italia l’obiettivo di Sabba, o c’è ancora l’Oriente all’orizzonte?

«È il mondo il mio obiettivo! Perché solo l’Italia? Per fortuna siamo tutti iperconnessi, questo è l’unico vantaggio che possiamo sfruttare. Spero di poter cantare queste canzoni dovunque nel mondo. Le ho già cantate in Giappone, da dove sono tornato da qualche mese dopo un tour teatrale». 

In ‘A Verità, Sabba non rinnega i maestri, né cerca di travestirsi da artista contemporaneo inseguendo suoni alla moda. Porta dentro quella tradizione la propria biografia, le ferite, le contraddizioni e il bisogno di raccontare qualcosa che non sia soltanto un omaggio al passato. È questa, probabilmente, la differenza tra un buon interprete e un autore: il primo sa dare voce alle canzoni degli altri, il secondo trova qualcosa per cui valga la pena scriverne di nuove.

A Salvatore Lampitelli sono serviti anni di concerti, dischi, collaborazioni, vittorie televisive e viaggi per arrivare al proprio esordio solista. Ma soprattutto gli è servito un dolore che nessun successo avrebbe potuto evitare. Il blues, in fondo, è nato proprio per questo. Non per cancellare la sofferenza, ma per impedirle di avere l’ultima parola. E Napoli, quando smette di recitare la parte di se stessa, quella lingua la conosce benissimo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *