– La popstar torna con quattro brani aggiunti a “The Life of a Showgirl”: quattro canzoni per un album che ci aveva garantito essere perfettamente concluso e in cui trasforma un sentimento privato in un oggetto di consumo universale
– Nell’ “Encore” della felicità c’è l’amore per Travis Kelce, ci sono i rimpianti e c’è soprattutto la miliardaria che ormai sembra vivere in un mondo dove anche la gratitudine ha bisogno di una deluxe edition. Il capitalismo con i brillantini
È arrivato l’autunno, dunque era inevitabile. Le foglie ingialliscono, i termosifoni ricominciano a funzionare male, i supermercati mettono il panettone sugli scaffali e Taylor Swift, la santa patrona delle sciarpe, aggiunge quattro canzoni a un album che, fino a ieri, ci aveva garantito essere perfettamente concluso. Non era un album. Era una pratica amministrativa.
Si chiama The Life of a Showgirl: The Encore e contiene Patient Zero, Cleveland!, Pink Clouding e Babylon, quattro brani scritti con Max Martin e Shellback in Svezia, dove Taylor era andata a festeggiare il successo di The Life of a Showgirl. Che è un po’ come andare al ristorante per celebrare quanto era buono il pranzo e, trovando ancora aperta la cucina, ordinare altre quattro portate.
La spiegazione ufficiale è commovente: Taylor e i suoi collaboratori erano talmente pieni di gratitudine che, trovandosi davanti a uno studio di registrazione, hanno fatto quello che fanno sempre quando provano qualcosa: hanno scritto altre canzoni. È una frase bellissima. Quasi disarmante. Noi, quando proviamo qualcosa, mangiamo biscotti. Taylor Swift scrive sedici canzoni, ne vende milioni di copie e poi, presa da un improvviso accesso di gratitudine, ne aggiunge altre quattro.

Il problema è che ormai Swift non pubblica più semplicemente della musica. Pubblica versioni della musica. L’album, la versione deluxe, la versione cabaret, la versione punk, l’encore, il cofanetto, la variante cromatica, la variante emotiva, la variante destinata a quel particolare segmento dell’universo che non aveva ancora acquistato il prodotto. L’operazione Showgirl era già arrivata a 34 edizioni nominalmente differenti. È il capitalismo, certo. Ma con i brillantini.
E allora eccole, le quattro nuove creature. Patient Zero è quella che dovrebbe aprire il nuovo capitolo: melodica, levigata, sospesa tra confessione e grande pop da stadio. Il titolo evoca il paziente zero, cioè l’individuo dal quale parte un contagio. Nel caso Swift, la metafora è fin troppo facile: il virus è la Swiftitudine e il paziente zero siamo ormai tutti noi, compresi quelli che sostengono di non ascoltarla.
Poi arriva Cleveland!, e qui la faccenda diventa più seria, perché Taylor introduce nella grande mitologia sentimentale della sua discografia un elemento destinato a sconvolgere Shakespeare, Jane Austen e Emily Dickinson: Cleveland. Non Parigi. Non Roma. Non New York. Cleveland. La città dell’Ohio associata a Travis Kelce diventa improvvisamente territorio lirico. La canzone racconta la felicità di aver trovato finalmente qualcuno che non trovi Taylor completamente insopportabile e contiene il riferimento alla città e alle Heights.
È forse il momento in cui la vita privata di Taylor Swift smette definitivamente di essere vita privata e diventa una specie di franchising sentimentale. Tu hai un fidanzato? Lei ne fa un singolo. Vai in vacanza? Lei ci costruisce un bridge. Ti sposi? Esce una deluxe. Lui ti porta a Cleveland? Arriva l’album concettuale.
Un tempo i cantautori usavano la propria vita per scrivere canzoni. Taylor Swift sembra aver trovato il modo di utilizzare le canzoni per certificare l’esistenza della propria vita. E così il matrimonio con Kelce, celebrato quest’estate, diventa materia prima per il nuovo capitolo.
Pink Clouding torna invece alla zona sentimentale più tradizionale, quella dei ricordi, delle ferite, dei rapporti osservati a distanza. È elegante, nostalgica, costruita con quella capacità ormai quasi industriale che Swift possiede di trasformare un sentimento privato in un oggetto di consumo universale. Tu hai lasciato qualcuno? Non preoccuparti: Taylor ha già provveduto. Hai rimpianti? C’è la versione deluxe. Hai nostalgia? C’è il vinile. Hai superato il trauma? Aspetta, perché potrebbe uscire una nuova edizione.

Resta Babylon, forse la più interessante delle quattro. Qui Swift sembra ricordarsi di essere stata, prima di diventare Taylor Swift Incorporated, una cantautrice. Il brano guarda al passato, ai rapporti che finiscono, a quella vecchia e poco commerciale tragedia secondo cui spesso ci accorgiamo del valore delle cose soltanto quando non le abbiamo più.
È una Swift più malinconica, meno impegnata a dimostrare qualcosa, e proprio per questo più convincente. Ci sono echi della vecchia Taylor, quella che sapeva fare della vulnerabilità una forma di precisione e non necessariamente un comunicato stampa. Fearless, evermore, persino certi fantasmi della Swift di qualche anno fa sembrano passare da queste stanze.
Ed è curioso che la canzone più riuscita sia quella in cui Taylor sembra avere meno bisogno di convincerci che Taylor Swift sta benissimo. Perché questa è la cosa più singolare dell’Encore: la felicità viene ribadita con una certa insistenza. Sono felicissima. Ho trovato l’amore della mia vita. Il mio uomo mi capisce. Il mio matrimonio funziona. Il mondo può pure odiarmi.

Benissimo. Siamo contenti. Ma una persona veramente felice, di solito, non ha bisogno di pubblicare quattro canzoni supplementari per dimostrarlo. Taylor Swift invece sembra avere trasformato la felicità in un progetto editoriale a uscite periodiche. E allora viene il sospetto che il vero titolo non sia The Life of a Showgirl: The Encore. Potrebbe essere semplicemente: Guardate quanto sono felice, parte quarta.
Del resto, la sua carriera è ormai una gigantesca contraddizione: più diventa potente, ricca, celebrata e apparentemente inattaccabile, più le sue canzoni hanno bisogno di tornare sul tema dell’essere fraintesa, odiata, invidiata, desiderata, abbandonata, amata. È la sindrome dell’imperatrice che continua a controllare se qualcuno in fondo alla sala abbia detto qualcosa.
E infatti Taylor ha ormai raggiunto il punto in cui persino il successo genera altro materiale sul successo. Ha avuto un album campione di vendite? Nuove canzoni. Ha vinto? Nuova celebrazione. Si è sposata? Nuove canzoni. È felice? Quattro nuove canzoni. Ha ancora qualcosa da dire? Probabilmente sì. Ma soprattutto ha ancora qualcosa da pubblicare. E questa, nell’era Swift, è una distinzione sempre più difficile da cogliere.
Per fortuna c’è Babylon, che per tre minuti e mezzo ci ricorda perché continuiamo ad ascoltarla: perché quando smette di raccontarci quanto è enorme Taylor Swift e torna a raccontare quanto è complicato essere una persona, può ancora essere molto brava.
Poi parte Cleveland!. E improvvisamente siamo di nuovo in Ohio. La felicità, evidentemente, aveva ancora una rata da pagare.
