Storia

SOFT CELL, l’ultima notte alla Danceteria

– Con il nuovo album, Marc Almond (domani sera a Parma) e Dave Ball tornano nella New York dei primi anni Ottanta, tra club, eccessi, desiderio e malinconia. Ma il disco è diventato, dopo la morte di Ball, anche l’ultimo capitolo di una storia lunga quasi mezzo secolo
– Un lavoro che doveva essere una festa e che il destino ha trasformato in un addio. «Volevo che questo disco trasmettesse un’atmosfera diversa. Se questa doveva essere la fine, volevo che ci fosse gioia». I Soft Cell se ne vanno come erano arrivati: dentro una notte

C’è un dettaglio che rende Danceteria qualcosa di più di un semplice nuovo album dei Soft Cell. Lo scorso ottobre Marc Almond e Dave Ball avevano finalmente ascoltato insieme i mix definitivi. Il disco era finito. Tutto era al suo posto. «Dopo, eravamo entrambi molto contenti», ha raccontato Almond. «Dave era euforico. Non vedeva l’ora di fare qualche concerto nel Regno Unito la primavera successiva». Due giorni dopo Dave Ball è morto nel sonno, a 66 anni.

La coincidenza temporale è di quelle che sembrano scritte da uno sceneggiatore troppo incline al melodramma: l’ultima nota dei Soft Cell era stata sistemata, il sipario poteva ancora restare aperto, ma uno dei due protagonisti non c’era più. Ball, alle prese da anni con gravi problemi di salute, aveva completato quello che sarebbe diventato il suo ultimo lavoro. Danceteria, uscito lo scorso venerdì, è dunque contemporaneamente un album nuovo, una celebrazione e un congedo. 

«Dave era in cattive condizioni di salute da così tanto tempo che ho sempre pensato che questo album sarebbe stato il nostro ultimo. Ora ne ho la certezza», dice Marc Almond che domani a Parma è ospite del festival “Il rumore del lutto”. La differenza è tutta in quell’ultima parola: certezza. Perché i Soft Cell non hanno deciso di sciogliersi, non hanno progettato un album-testamento, non hanno costruito a tavolino la propria uscita di scena. È stata la morte a trasformare un disco pensato come una celebrazione in un documento finale.

E, quasi per una forma di ostinazione, Almond ha voluto che fosse una festa. «Volevo che questo disco trasmettesse un’atmosfera diversa, un senso di festa. Se questa doveva essere la fine, volevo che ci fosse gioia».

Ritorno alla Danceteria

Il titolo porta direttamente a New York, al leggendario club della Lower East Side frequentato da Almond e Ball all’inizio degli anni Ottanta. Dopo l’esplosione di Tainted Love, i due erano arrivati nella città americana per registrare Non-Stop Erotic Cabaret, il disco che avrebbe trasformato i Soft Cell da bizzarro duo elettronico inglese in una delle formazioni più riconoscibili della nuova musica pop.

Di giorno si registrava alla Media Sound di Hell’s Kitchen. Di notte si entrava in un’altra dimensione: Danceteria, Paradise Garage, la New York notturna, la scena queer, la disco, la new wave, la trasgressione. Quella città avrebbe cambiato per sempre Almond e Ball. Come ha ricordato Almond, il periodo newyorkese fu «un’epoca creativa» decisiva tanto per la loro musica quanto per le loro vite.

Se Non-Stop Erotic Cabaret aveva raccontato quella notte mentre stava accadendo, Danceteria la guarda quasi mezzo secolo dopo, con la memoria di chi è sopravvissuto alla propria giovinezza. Il risultato è una specie di fotografia mossa: Times Square, i club, le luci, l’euforia, il sesso, la solitudine, l’alba che arriva troppo presto. Non è un disco che tenta di riprodurre semplicemente il suono del 1981. È piuttosto un disco che prova a recuperare la sensazione di quella stagione.

E qui la formula Soft Cell torna a funzionare: Ball costruisce l’architettura elettronica, Almond ci porta dentro la storia. Synth analogici, drum machine, pulsazioni da dancefloor, melodie pop e improvvisi squarci malinconici. La stessa combinazione che, all’inizio degli anni Ottanta, aveva fatto dei Soft Cell qualcosa di diverso dalla semplice variante britannica della musica elettronica. 

La festa dopo Tainted Love

È impossibile ascoltare Danceteria senza tornare a Tainted Love. Nel 1981 la loro versione del brano di Gloria Jones, originariamente inciso negli anni Sessanta, sembrava quasi un cortocircuito: una canzone soul trasformata in una pulsazione sintetica, fredda e sensuale insieme. Il brano arrivò al numero uno in Gran Bretagna e nella Top 10 americana, diventando uno dei grandi detonatori della rivoluzione synth-pop.

Da lì sarebbero passati Eurythmics, Yazoo, Pet Shop Boys, Erasure e una quantità di altri duo elettronici. Ma i Soft Cell avevano qualcosa che molti dei loro imitatori avrebbero perso per strada: il lato sporco della festa. La loro musica non ha mai raccontato il ballo come semplice felicità. Il dancefloor è sempre stato un luogo dove si può essere contemporaneamente liberi e disperati, desiderati e soli, euforici e devastati. Tainted Loveera una canzone d’amore che sembrava una fuga. Bedsitter raccontava la solitudine urbana. Sex Dwarf trasformava il cattivo gusto in teatro. Non-Stop Erotic Cabaret faceva della notte una specie di confessionale. Quasi cinquant’anni dopo, Danceteria riparte esattamente da lì.

Una giornata nella notte

Il nuovo album contiene quattordici brani e procede come una lunga notte newyorkese. Ci sono la title track, Times Square, The Rainbow Room, In Heaven (When I Dance With You), Decadence Is Hard Work, Losing Yourself, After Hours, fino alla conclusiva Out Come The Freaks, realizzata con la partecipazione di Nona Hendryx. 

Il titolo Danceteria non è dunque soltanto quello di un vecchio locale. È una metafora dell’esistenza stessa, come ha spiegato Almond: «La danza ci accompagna attraverso le diverse fasi della nostra vita, quindi viviamo in questa grande sala da ballo». Si balla quando si è giovani, quando si è innamorati, quando si fugge, quando si celebra e persino quando si cerca di non pensare alla fine. È una definizione sorprendentemente adatta all’ultimo disco dei Soft Cell.

The Rainbow Room, in particolare, porta il viaggio verso una dimensione più elegiaca. È una ballata ambientata nella New York dei primi anni Ottanta, una canzone che sembra osservare da lontano quel mondo mentre lentamente scompare. Il brano è stato accompagnato da un video realizzato da Vicki Bennett ed è uno dei momenti in cui il passato smette di essere soltanto memoria musicale e diventa memoria personale. 

Ma Danceteria non è un requiem. O almeno non voleva esserlo. Questo è forse il suo aspetto più interessante. Sapendo ciò che è successo a Ball, si è tentati di ascoltare ogni sintetizzatore come un epitaffio e ogni frase di Almond come un messaggio lasciato prima della morte. Ma il disco, per quanto inevitabilmente segnato dall’assenza, non sembra voler piangere se stesso. Ball, del resto, non aveva lavorato a un testamento. Aveva lavorato a un disco dei Soft Cell. E fino alla fine aveva avuto voglia di farlo.

Dave Ball, l’altra metà

Per capire davvero Danceteria bisogna ricordare che Soft Cell non sono mai stati semplicemente Marc Almond con un tastierista alle spalle. La voce di Almond è diventata immediatamente riconoscibile: teatrale, decadente, sensuale, vulnerabile. Ma senza le macchine di Ball quella voce avrebbe avuto un altro paesaggio nel quale muoversi.

Ball era l’uomo dei sintetizzatori, dei suoni minimali e delle atmosfere inquietanti. Era anche un musicista profondamente legato alla cultura elettronica che aveva preceduto il synth-pop. In una vecchia intervista aveva indicato Kraftwerk come una delle influenze fondamentali della sua generazione, mettendoli sullo stesso piano d’importanza dei Beatles.

La sua idea della musica elettronica non era quella della perfezione tecnologica. Al contrario, il fascino dei Soft Cell è spesso nato proprio dalla sensazione che dietro quelle macchine ci fosse qualcosa di instabile, umano, imperfetto. Anche per questo Danceterianon suona come un museo del synth-pop. Ball non tenta di dimostrare di conoscere il passato: il passato è il suo linguaggio. E Almond continua a fare quello che ha sempre fatto: raccontare personaggi, desideri, città, eccessi e perdite attraverso una voce che con gli anni ha acquistato una nuova fragilità senza perdere la teatralità.

Il disco che non avrebbe dovuto essere l’ultimo

C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che un album intitolato Danceteria, nato per celebrare una stagione di eccessi, sia diventato il documento conclusivo dei Soft Cell. Il gruppo avrebbe potuto chiudere la propria storia con Happiness Not Included, pubblicato nel 2022, o semplicemente continuare a esistere nella dimensione della nostalgia, affidandosi ai vecchi successi. Invece Almond e Ball hanno scelto di tornare in studio e di scrivere ancora. Il disco era finito. Ball lo aveva ascoltato. Era contento. Poi è morto.

È questo che rende Danceteria diverso da molti album postumi. Non è un lavoro recuperato da un archivio, completato da altri musicisti o assemblato dopo la scomparsa del suo autore. Ball ha partecipato alla scrittura e alla produzione e ha ascoltato i mix finali due giorni prima della morte. 

Per questo Almond ha deciso che non ci sarà un altro album dei Soft Cell. «Non possono esserci altre registrazioni dei Soft Cell senza Dave», ha spiegato. «Dave Ball era metà dei Soft Cell». La frase è semplice e definitiva.

L’ultima canzone, la pista da ballo

Marc Almond e, a destra, il compianto Dave Ball

Alla fine, Danceteria racconta una cosa molto più universale della storia dei Soft Cell: racconta il tempo che passa mentre noi continuiamo a ballare. La New York di Almond e Ball non esiste più. I club hanno chiuso, molte delle persone che li frequentavano non ci sono più, quella cultura è stata trasformata, commercializzata, archiviata. Ma la musica conserva una cosa che la memoria non può garantire: il movimento. Per questo Almond ha voluto la gioia. Non per negare la morte di Ball, ma quasi per sottrargli l’ultima parola.

I Soft Cell se ne vanno come erano arrivati: dentro una notte, con una macchina elettronica accesa, una voce che racconta il desiderio e una pista da ballo che continua a girare anche quando qualcuno ha smesso di ballare. Quarantacinque anni dopo Tainted Love, Danceteria chiude il cerchio nel modo meno prevedibile: non con il silenzio, ma con un’altra festa. Una festa che sappiamo essere l’ultima. Ma che, proprio per questo, non vuole piangere.

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