Interviste

FRANCESCA INCUDINE: la musica deve prendere posizione

– La cantautrice ennese parla del suo nuovo lavoro “Radica”, un album legato alla propria terra, d’impegno sociale e civile. «Con questo disco prendo posizione, perché quando si esprime una opinione ci si schiera»
– Le storie: dall’attivista pakistana alla maestra sarda che sfidò il fascismo, dalla canzone libertaria di Tenco all’appello di Ignazio Buttitta a non isolarsi, fra tarantelle e valzer, rock e un leggero tocco di elettronica
– «Chi fa musica ha una grande responsabilità culturale, che è quella anche di fare luce su determinate questioni, accendere delle riflessioni, tenere vivo un dibattito. E questo mi ha guidato in tutte le battaglie che ho intrapreso»
– Da quattro anni “emigrata” in Lombardia: «La Sicilia mi ha dato tanto, ma non mi ha dato tutto ciò che avrei voluto. Anche se a malincuore ho dovuto fare questa scelta e ora mi trovo qui, ma forse un giorno tornerò»

“E cantu, cantu ancora / La me terra / e abballu ancora a tarantella!”, canta Francesca Incudine in Unni vai. È la canzone che apre il suo nuovo album, Radica, ed è anche una sorta di manifesto.

«È stata una delle mie prime canzoni che ho scritto per la mia terra, lontana dalla Sicilia», rivela la cantautrice ennese. «Perché a volte si guarda meglio da lontano la propria terra con tutte le sue storture, le sue difficoltà… Però, rimane sempre la tua terra, per cui continui a cantarla, continui a portarla dentro di te in qualunque posto tu vada, perché “sentu lu sangue che mi chiama”, come canto nella canzone. Tutti veniamo richiamati dalle nostre radici, dalla nostra identità, Per questo motivo ho voluto aprire il disco in omaggio a una terra che sì ho lasciato fisicamente ma che comunque sta sempre nel mio cuore».

Da quattro anni Francesca Incudine vive nell’hinterland milanese: casa a Cinisello Balsamo, scuola, dove insegna, a Sesto San Giovanni. «Sono andata via per scelta, avevo bisogna di andare via, di guardare la mia terra da lontano», confessa. «Credo che casa sia dove ti senti bene, dove riesci a mettere radici… La Sicilia mi ha dato tanto, ma non mi ha dato tutto ciò che avrei voluto. Anche se a malincuore ho dovuto fare questa scelta e adesso mi trovo qui, ma probabilmente un giorno ritornerò».

  • Nel brano Malalingua, con un insert di tromba da brividi, canti: “Ma dove eravate quando mi sentivo persa…?”. È un riferimento autobiografico?

«Come in ogni storia che racconto, in qualche modo mi ritrovo, questa in particolare. Parla di un artista che ci parla dall’Oltretomba. Spesso gli artisti li ricordiamo quando non ci sono più. E lui chiede conto e ragione: “Quando io c’ero voi dove eravate?”. Si riferisce a se stesso, e, più in generale, all’arte che spesso dimentichiamo, la consideriamo un passatempo, un divertimento. In realtà ci eleva nello spirito, nell’animo. Dovremmo ricordarcene sempre, non solo quando gli artisti non ci sono più».

Il cordone ombelicale con la Sicilia, tuttavia, non è stato tagliato, come d’altro canto lascia intuire Radica sin dal titolo. E Francesca continua a mantenere rapporti con gli affetti e gli amici più cari che hanno scelto di restare. Al disco collaborano l’attore e regista leonfortese Sandro Rossino, co-autore del testo di Du paruleddi, l’autore ispicese Giuseppe Galfo, che interviene nel brano Tri scaluni, il maestro Antonio Vasta, arrangiatore del valzer Du paruleddi, e il fratello Mario, l’esatto contrario di Francesca: superattivo lui, più riservata lei.

«Di fatto ho composto e arrangiato e prodotto il disco con i miei musicisti di sempre, che sono Manfredi Tuminello, Raffaele Pullara, Salvo Compagno, lo “zoccolo duro” con il quale sempre mi accompagno. Ho voluto avere anche alcuni amici co-autori in alcuni brani. E poi mio fratello, perché parlando di radici volevo in qualche modo anche consolidare, rinsaldare un legame che è fraterno ma anche artistico all’interno di questo progetto, tra l’altro con un canto tradizionale della nostra città. Un canto che mi riporta all’infanzia: è dedicato a Maria SS. della Visitazione, che è la patrona della nostra città, alla quale siamo legati come famiglia. Quindi mi riporta a quando ero bambina, a quando lo cantavo insieme a mio fratello durante la festività a lei dedicata ed è proprio un canto che ci accompagna da sempre. Siamo una famiglia devota alla Madonna».

Francesca Incudine aspetta sei/sette anni prima di dare alle stampe un disco: Iettavuci nel 2013, Taraké nel 2018, Radica nel 2025. «C’è la crisi del settimo anno, come nelle relazioni: o ci lasciamo o continuiamo», ride. Nel frattempo, fa incetta di premi e riconoscimenti: dall’“Andrea Parodi” nel 2010 al Premio InCanto del 2016, nello stesso anno vince il “Botteghe d’Autore” e “Musica Controcorrente”, ricevendo una menzione anche per la rivisitazione del brano Lazzari felici di Pino Daniele. Nel 2018 vince la Targa Tenco per il miglior album dialettale con Taraké, il Premio Bianca d’Aponte e un altro contest dal titolo “Fai volare la tua musica”. 

  • Quanto ti hanno aiutato queste vittorie. E, soprattutto, hanno facilitato il tuo percorso di donna in un mondo, come quello musicale, dominato dagli uomini?

«Sicuramente questo gap esiste nel mondo artistico e l’ho avvertito più nel lungo percorso. All’inizio non ci sono stati casi particolari. Mi è servito moltissimo il percorso dei premi, per cimentarmi e mettere alla prova anche ciò che scrivevo e cantavo al di là della mia stanzetta, del mio territorio. Mi hanno fatto crescere tantissimo, mi hanno fatto soprattutto capire che cosa volessi trasmettere, che tipo di direzione artistica volessi dare al mio percorso».

  • Quanto è importante per te il messaggio? Il tuo impegno sociale e civile è una costante della tua attività di cantautrice. In questo lavoro, in Zinda, parli dell’attivista pakistana Sabeen Mahmud, mentre in Sa mastra, annunciata da “Avanti o popolo alla riscossa”, la protagonista è Mariangela Maccioni, una coraggiosa maestra sarda che sfidò il fascismo. E poi c’è l’Ignazio Buttitta che ispira l’impennata rock di Nun mi lassari sulu.

«Con questo disco prendo posizione, perché quando si esprime una opinione ci si schiera, anche politicamente. Di fatto io racconto storie che sono davvero accadute, come la maestra antifascista o l’attivista pakistana. Chi fa musica ha una grande responsabilità culturale, che è quella anche di fare luce su determinate questioni, accendere delle riflessioni, tenere vivo un dibattito. È fondamentale. E questo mi ha guidato sempre, così come mi hanno accompagnato determinate battaglie, penso al primo disco che conteneva un brano sulla violenza contro le donne, ad altri di denuncia e di resistenza, non ultimo questo di Buttitta. Mi piaceva il messaggio di non restare da soli e di farsi compagnia gli uni con gli altri. Soprattutto in questi tempi così bui, c’è bisogno di stare uniti, vigili, di essere molto critici su tutto ciò che accade e di esprimere il proprio pensiero. Da Iettavuci a Radica questo è il messaggio che ho voluto portare avanti e che ancora continuo a sentire l’urgenza di mettere in musica».

  • Come si inserisce nel contesto dell’album il brano Cara maestra di Luigi di Tenco?

«Tempo fa venni contattata per un progetto “live” dedicato a Tenco, che poi non si è sviluppato. Ognuno di noi doveva scegliere un brano. Io indicai Cara maestra. Qualche anno dopo, diventando io stessa maestra, mi sembrava un doveroso omaggio a Tenco, al quale mi lega il Premio a lui intestato, perché penso che questa canzone si possa sposare bene con il contenuto del disco. Pone in risalto le contraddizioni di quella società borghese italiana con la sua visione classista, la permanente ipocrisia ecclesiastica e il gattopardismo ancora presente in politica. Il brano fu ritenuto dalla censura “offensivo nei confronti della morale pubblica”. Oggi è più che mai importante riprendersi la libertà di parola e difenderla mostrando limiti e fragilità di una società disuguale e spaccata. Questa denuncia del tentativo di omologarci dietro dei formalismi, dietro delle etichette viene presentata con un linguaggio molto semplice, di grande impatto. Mi sembrava la pennellata più giusta, ovviamente dandole una veste personale, con un arrangiamento vocale e quasi tendente all’elettronico».

  • Le maestre sono le protagoniste del disco, presenti in tre storie. Deformazione professionale?

«Volevo evidenziare anche questa identità, che mi appartiene. C’è la storia vera di un’altra maestra in Due paruleddi ambientata nel Dopoguerra quando il tasso di analfabetismo era ancora alto e c’erano tante scuole per adulti. Un giorno una signora anziana andò da questa maestra, che mi ha raccontato la storia. Aveva le lacrime agli occhi e la pregò di aiutarla a imparare l’italiano soltanto per scrivere una lettera a suo figlio emigrato per lavoro in Germania. Di fatto, io faccio questo: raccolgo suggestioni, storie di altri e provo a farle mie, a farmi attraversare da queste suggestioni». 

  •  C’è una sorta di contiguità tra la Ballata ppi la bedda, dalle atmosfere vintage, e Tri Scaluna: in entrambe c’è una donna che resta in casa a guardare dal balcone.

«In Tri Scaluna c’è questa donna del romanzo di Novecento che, sulla suggestione di Baricco, vorrebbe poter prendere parte alla vita che scorre davanti a sé, però non ne ha il coraggio, così guarda tutto dalla finestra. Mentre in Ballata ppi la bedda mi sono ispirata all’articolo letto su Ondaiblea.it, a firma di Gabriella Fortuna, che si chiedeva che fine abbiano fatto Rosa, Saridda e Pippenedda, le donne di una rinomata canzone tradizionale siciliana (Si Maritau Rosa) che bramavano il matrimonio. Ho immaginato la vita al di là delle nozze, perché per tanto tempo in Sicilia per le donne il matrimonio è stato visto come compimento della propria vita, l’accasarsi come termine ultimo. E mi sono immaginata cosa è poi accaduto a Rosa, Saridda e Pippinedda e a quella bella. Le tre si saranno sposate, ma di fatto restano isolate dentro una relazione che non è soddisfacente, mentre “la bella” in realtà non l’ha voluta nessuno, proprio perché troppo bella, troppo pericolosa, però si gode la sua libertà: perché  a cosa serve avere un uomo a lato se poi quest’ultimo non ti rispetta, non ti ama, non ti gratifica, non ti completa?».

  • Radica è un lavoro corale e complesso, nel quale la tradizione si fonde con la modernità: la tarantella viene attraversata dalle chitarre elettriche rock e da un leggero tocco di elettronica.

«Proprio per questo motivo vorrei presentarlo con la mia band al completo. Certo, è difficile intraprendere un tour, ma non impossibile. Ci sono già in programma alcune date fra Sicilia, Campania e Lombardia. È difficile conciliare, ma ho tanta voglia di tornare al mio pubblico che per anni mi ha attesa, voglio restituire tutto questo amore che mi ha accompagnato in questi anni di latitanza».

  • Una ultima domanda. Alla cantautrice e alla maestra. Dopo il napoletano, anche il siciliano riuscirà a essere sdoganato?

«Io ci provo. Negli ultimi anni la Sicilia si è data un gran da fare. Ci sono tantissimi artisti siciliani che stanno tentando di sdoganare il dialetto. Forse i napoletani hanno avuto una tradizione più lunga, sono stati forse più coraggiosi, hanno osato. Noi, anche per retaggi culturali, abbiamo pensato che il dialetto è stato qualcosa da tenere solo in famiglia. Ricordo che mia madre si raccomandava: “Però in pubblico non parlare in siciliano”. Come se fosse una vergogna. Poi, a poco a poco, è diventata la lingua con la quale ho cominciato a comporre le canzoni. Bisogna sdoganare l’idea che non sia una lingua. Il siciliano è una lingua a tutti gli effetti, viva, e continua a riprodursi. Non è più il dialetto dei nostri nonni, è diverso. Noi abbiamo la responsabilità di alimentarlo rendendolo più moderno, più contestuale ai giorni nostri».

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