Interviste

BRANDO MADONIA, la linea sottile fra passato e presente

– “Arrivederci Paranoia” è il nuovo album dell’artista siciliano in uscita venerdì 20 marzo.  «Ho voluto usare tutte le mie radici musicali e mettere un po’ di contemporaneo per fare un mix fra vintage e moderno»
– Un disco che fotografa il disagio e la difficoltà che vive oggi la cosiddetta “Gen Z” nel tentativo di trovare il proprio posto nel mondo, un mondo che mette costantemente in competizione e non accetta tregua
La copertina dell’album

Brando Madonia appartiene a quella generazione di musicisti italiani cresciuti con la canzone d’autore nel sangue ma con lo sguardo inevitabilmente rivolto al presente. Non è un equilibrio semplice: da una parte il peso di una tradizione importante, dall’altra la necessità di trovare un linguaggio personale che non suoni come un’eco del passato. Con Arrivederci Paranoia, il nuovo album in uscita il 20 marzo, Madonia prova a muoversi proprio lungo questa linea sottile.

«Ho voluto usare tutte le mie radici musicali, tutta la musica che ho ascoltato per anni e che mi ha formato e mettere un po’ di contemporaneo, di diverso, e fare questo ibrido, questo mix fra vintage e moderno», spiega l’artista catanese. «Mi piace il risultato che è venuto fuori. Ci sono tracce che strizzano l’occhio agli anni Sessanta, altre più con una atmosfera anni ’80 anche se contaminate con l’attualità». 

Sul piano musicale, Arrivederci Paranoia lavora per contrasti. Parte da sonorità che potremmo definire “analogiche”, calde, quasi tattili, e le trascina dentro un paesaggio sonoro contemporaneo, fatto di stratificazioni, di interferenze, di piccoli glitch emotivi. C’è la melodia anni ’60 di Ogni volta, ci sono echi dei Baustelle in Laika, mentre il finale di Ragazza neve richiama il romanticismo dei Verve di Richard Ashcroft. I sintetizzatori non sono mai freddi, gli archi non sono mai puramente ornamentali: tutto concorre a costruire un’atmosfera che oscilla tra malinconia e inquietudine. Il risultato è un suono vintage, che però non si rifugia nella nostalgia e neppure si abbandona alla standardizzazione pop del presente.

Brando Madonia (foto di Chiara Marchese)

I brani alternano ritmiche più coinvolgenti a ballate dalle strutture meno prevedibili, come se la forma della canzone seguisse le oscillazioni emotive dei testi. L’elettro-pop dalle sfumature funky di Sento troppe voci ci porta in una discoteca anni ’80 e fa da introduzione a un album che fotografa il disagio e la difficoltà che vive oggi la cosiddetta “Gen Z” nel tentativo di trovare il proprio posto nel mondo, un mondo che mette costantemente in competizione e non accetta tregua. 

«Il brano parla proprio delle pressioni che si sentono, il fatto di sentirsi sempre costantemente in competizione. Anche le pressioni inconsce che sentiamo: l’età che avanza, la famiglia, il lavoro, la società, il denaro. Pressioni che, a lungo andare, ti opprimono».

Ansia, precarietà, paura del futuro, depressione: parole inflazionate, sì, ma che nelle canzoni di Arrivederci Paranoia riacquistano un peso specifico. Non sono slogan, sono stati d’animo. Non sono hashtag, sono crepe. Non c’è bisogno di alzare la voce quando il rumore è già ovunque. Le “voci” di cui parla il brano non sono soltanto quelle esterne – i giudizi, le aspettative, il confronto continuo – ma soprattutto quelle interne, più sottili, più insidiose, che finiscono per colonizzare il pensiero. È il cortocircuito di una modernità che non lascia tregua: tutto è visibile, tutto è commentabile, tutto è misurabile. E quindi tutto è, inevitabilmente, inadeguato.

«È la sensazione di non sentirsi mai appagati completamente, c’è sempre una ricerca di qualcos’altro che spesso non riusciamo a identificarlo», commenta Brando Madonia. «È uno dei problemi della mia generazione, ma anche di quella più piccola, di non sentirsi mai al proprio posto».

C’è in queste canzoni un bisogno quasi fisico di disintossicazione. Non tanto dal mondo, che resta lì, implacabile, ma dall’immagine di sé costruita per sopravviverci. Arrivederci Paranoia non è un addio definitivo – sarebbe ingenuo crederlo – ma piuttosto un tentativo, fragile e necessario, di prendere le distanze da una versione di sé che non funziona più. Una resa? Forse. O, più semplicemente, un atto di lucidità. «Lascio il dubbio», spiega Brando. «Non si sa se ci rivedremo oppure no, intanto è finita, arrivederci».

(foto di Chiara Marchese)

Nella visione dell’artista etneo oggi a governare il mondo sono i numeri, dalla musica alla politica è l’algoritmo a comandare. “La locura in parlamento / Gli scemi fuori dai bar” canta in Cosmonauta. «In questo brano voglio raccontare la società odierna. Tutto è dettato da un algoritmo, anche nei rapporti umani», sottolinea. «Dovremmo tornare a essere un po’ più umani». 

Nei testi c’è lo zampino del fratello Mattia Madonia, scrittore e giornalista, nonché appassionato di cinema, come si può intuire da alcuni titoli da cinefilo: da Cane di paglia(“Siamo bugiardi / siamo una copia povera / dei nostri pensieri scomodi”) alla “lynchiana” Laura Palmer di Twin Peaks, citata nell’omonima canzone, come la cagnolina Laika, primo animale a orbitare intorno alla Terra a bordo di una capsula sovietica, nel surreale e “negazionista” brano che porta il suo nome: “Eva non mangia più la mela / Roger ha vinto 9-7 / Elvis mi canta serenate / Elena non è affatto bella / Kurt non sa premere il grilletto / Abele non ha fratelli maschi / Laika è rimasta sulla Terra / Lʼindifferenza è la migliore guerra / A colazione napalm con il tè / Ho visto la mia astrologa rubare allʼEurospin”.  Un’altra denuncia della follia verso la quale si sta orientando il mondo contemporaneo.

«È un album realizzato a quattro mani con mio fratello, com’è stato fin dagli inizi con il gruppo dei Bidiel», tiene ad evidenziare Brando. «È un lavoro veramente indipendente, l’ho registrato e prodotto io nel mio piccolo studio di casa. Ho preso i miei tempi, ho scelto i miei suoni. È stato un lungo lavoro».

  • Quattordici brani, due dei quali sono sorprendenti interludi strumentali. Una produzione che va controcorrente.

«Lo so che è fuori dalle logiche. Sempre meno persone hanno il tempo di ascoltare un album dalla prima all’ultima traccia. Però questo lavoro l’ho immaginato sempre così, forse per il tempo che ho impiegato, per pensarlo, lavorarlo, registrarlo. Volevo che mi rappresentasse. E penso di aver raggiungere l’obiettivo».

(foto di Chiara Marchese)

In un panorama musicale spesso dominato dalla velocità e dall’immediatezza, Brando Madonia sembra scegliere una strada diversa: quella di una canzone che si prende il tempo di raccontare, di costruire immagini e domande. Arrivederci Paranoia nasce da qui, da una tensione tra intimità e apertura, tra memoria e presente.

Quello che colpisce, alla fine, è la coerenza. Non tanto stilistica – che pure c’è – ma emotiva. Arrivederci Paranoia è un disco che non cerca di risolvere il disagio generazionale, né di offrirne una versione consolatoria. Lo espone, lo attraversa, a volte lo subisce. E in questo stare, senza scorciatoie, c’è qualcosa di profondamente contemporaneo.

E allora Arrivederci Paranoia suona meno come una dichiarazione e più come un augurio. Uno di quelli che si fanno sapendo che non basterà, ma che vale comunque la pena pronunciare. Anche solo per provare, per un attimo, a respirare meglio.

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