–Venerdì 30 ottobre esce il nuovo album “Surface, Echo & Sound” che riporta la band alle chitarre. Dopo le fughe elettroniche di “EBM”, Tom Smith e compagni tornano a un suono più diretto, fatto di chitarre, amicizia e inquietudini contemporanee. «È un disco più diretto»
– «Gran parte del tema centrale è legato alle relazioni umane, alle serate con gli amici, allo stare in compagnia delle persone care. Il bombardamento di divisioni e rabbia-. Le cose terrificanti a cui siamo esposti ogni giorno, alimentano l’ansia presente in questo disco»
Ci sono canzoni che arrivano troppo presto, altre che sembrano non arrivare mai. E poi ci sono quelle che aspettano pazientemente, anno dopo anno, album dopo album, come ospiti dimenticati in una stanza della quale nessuno ha più la chiave. Much Love, una delle tracce del nuovo album degli Editors, appartiene a quest’ultima categoria. Tom Smith l’aveva scritta dopo il terzo disco della band, In This Light and On This Evening, in un periodo in cui il gruppo attraversava una crisi così profonda da far temere che fosse arrivato al capolinea. Provata, accantonata, ripescata e nuovamente lasciata da parte, la canzone è rimasta in sospeso per oltre quindici anni, sopravvivendo a quattro album e a successive trasformazioni sonore. Fino a quando, all’inizio delle sessioni di Surface, Echo & Sound, qualcosa è finalmente scattato.
«Le canzoni non esplodono da sole, sai? Aspettano solo il loro momento per prendere vita», racconta il frontman. È una frase che potrebbe funzionare come dichiarazione d’intenti per l’ottavo album degli Editors, in uscita venerdì 30 ottobre per una band che, dal singolo d’esordio Bullets del 2005, ha attraversato più di vent’anni di rock britannico senza lasciarsi imprigionare da una formula.
Sette album, una successione di svolte e ripartenze, il successo di An End Has a Start, la svolta elettronica di In This Light and On This Evening, fino alle contaminazioni di EBMdel 2022. Adesso Tom Smith, Russell Leetch, Ed Lay, Justin Lockey e Elliott Williams sembrano voler rimettere a fuoco la propria identità tornando a una formazione più essenziale: voce, chitarre, basso e batteria.
Non è una resa nostalgica, né il tentativo di rimettere in circolazione una copia aggiornata dei primi Editors. È piuttosto la ricerca di una nuova immediatezza dopo anni di esplorazioni sonore. «Ci è sembrato un disco un po’ più diretto», spiega Smith, precisando subito: «In senso positivo». Una distinzione importante per una band che ha sempre preferito rischiare di scontentare una parte del pubblico piuttosto che ripetere all’infinito la stessa ricetta.
Dalla lezione dei Roxy Music alla paura del presente
Il cambio di rotta si sente anche nei riferimenti evocati da Smith. Per Surface, Echo & Sound gli Editors guardano ai dischi rock chitarristici della metà degli anni Ottanta e Novanta, soprattutto americani, ma senza dimenticare una certa tradizione britannica: «Qualcosa come gli Echo and the Bunnymen». E in Rescue affiora persino l’eleganza obliqua dei Roxy Music di Flesh & Blood, mentre Call It In sposta il baricentro verso una dimensione pop più immediata. Non è un ritorno filologico a un’epoca precisa: è il tentativo di recuperare il respiro delle canzoni suonate da una band che condivide la stessa stanza, lasciando che le chitarre tornino a occupare il centro della scena.
Il nuovo album, prodotto dagli stessi Editors e registrato nel Gloucestershire, nasce proprio da questo desiderio di ritrovarsi musicalmente, dopo tre dischi in cui programmazioni, sequenze e architetture elettroniche avevano avuto un ruolo determinante. EBM, realizzato con Benjamin John Power, alias Blanck Mass, aveva portato il gruppo verso un suono più industriale, monumentale e abrasivo. Stavolta la scelta è un’altra: meno costruzione a tavolino, più confronto fra musicisti, più spazio per gli strumenti acustici e per le canzoni.
Ma sarebbe sbagliato scambiare questa svolta per un disco rassicurante. Il mondo che circonda Surface, Echo & Sound è tutt’altro che pacificato, e la voce di Smith continua a portarsi dietro quella malinconia inquieta che è diventata una delle cifre riconoscibili degli Editors. «Gran parte del tema centrale è legato alle relazioni umane, alle serate con gli amici, allo stare in compagnia delle persone care», racconta. La vicinanza degli altri diventa una forma di riparo, una parentesi necessaria dentro il frastuono quotidiano: «Il bombardamento di divisioni e rabbia. Le cose terrificanti a cui siamo esposti ogni giorno, che alimentano sicuramente l’ansia presente in questo disco».
Il titolo sembra riassumere proprio questo contrasto: la superficie delle cose, gli echi che ci arrivano da fuori, il suono che resta quando tutto il resto diventa troppo rumoroso. La musica come luogo in cui recuperare una dimensione umana, non per fingere che il disastro non esista, ma per trovare un modo di attraversarlo. Non a caso, i tre singoli già pubblicati — Call It In, The Rush e Seriously — mettono in evidenza facce differenti del progetto, senza ridurlo a una sola formula.
Il disco che li ha tenuti insieme
Smith sposta poi l’attenzione su In This Light and On This Evening, il terzo album degli Editors, uscito nel 2009 e ancora oggi, a suo giudizio, il capitolo più importante della loro storia. Non necessariamente il più amato da tutti, né quello più facile da vendere: piuttosto il disco che ha insegnato alla band a non aver paura delle conseguenze delle proprie decisioni.
«Sapevamo che a molti dei nostri fan non sarebbe piaciuto il terzo album, ma a noi sì. Lo adoravamo». La collaborazione con il produttore Flood fu una scelta coraggiosa, una frattura rispetto alle aspettative create dai primi due dischi. Per Smith, quella svolta ha rappresentato una specie di fondazione: il momento in cui gli Editors hanno imparato a non confondere il consenso con la necessità artistica. «Non pensare al pubblico. Si pensa a se stessi e si cerca di ottenere ciò di cui si ha bisogno dal processo creativo, per poi lavorare collettivamente come band per raggiungerlo».

È una dichiarazione che spiega anche il senso del nuovo album. Tornare alle chitarre non significa tornare indietro: significa ripartire da una scelta condivisa, senza obblighi nei confronti del passato e senza l’ansia di dover sorprendere a ogni costo. Dopo vent’anni di carriera, gli Editors possono permettersi di non inseguire la prossima trasformazione spettacolare. Possono riaprire un cassetto, recuperare una canzone dimenticata e scoprire che, nel frattempo, è diventata quella giusta.
E forse è questa la loro forma di coerenza più interessante: non aver mai avuto un solo suono da difendere, ma una certa ostinazione nel cercare quello di cui hanno bisogno in quel momento. Surface, Echo & Sound è il disco di una band che, dopo aver attraversato l’elettronica e le sue ombre, torna a guardarsi negli occhi. E prova a ricordare che, in mezzo al rumore del mondo, suonare insieme è ancora un buon modo per restare in piedi.

