Storia

ANASTASIO al Premio Tenco dopo la fuga dai numeri

– Nel 2018 conquistava “X Factor” con il rap di chi sembrava avere qualcosa da dire. Poi la scelta di non inseguire classifiche e compromessi, fino ai concerti annullati nel 2025 per mancanza di pubblico. Ora torna a Sanremo con un disco sull’intelligenza artificiale e un’idea controcorrente: la vera rivoluzione è ricominciare a parlarsi
– «Oggi interessa più il cantante della canzone. Più l’artista dell’arte. Più il gossip dell’arte». «Media e pubblico alimentano un circolo vizioso: si rincorrono continuamente». «Il social rende meno interessanti le persone dal vivo. L’algoritmo ti inserisce nella tua bolla: parli solo con quelli come te e con i tuoi nemici»

Dalla vittoria a X Factor ai concerti cancellati perché non c’era abbastanza gente, fino al palcoscenico del Premio Tenco. La parabola di Anastasio racconta qualcosa che va oltre la carriera di un rapper: la difficoltà di restare fedeli alle proprie idee in un’industria musicale che misura quasi tutto, tranne il valore di quello che si scrive.

Nel 2018 aveva conquistato il pubblico televisivo con La fine del mondo, un brano che trasformava il rap in una specie di comizio apocalittico, tra rabbia, letteratura e insofferenza per le convenzioni. Sembrava l’inizio di una carriera destinata a correre veloce. E invece la corsa si è fatta intermittente, con dischi, pause, scelte indipendenti e una progressiva sottrazione dalla vetrina mediatica. Nel 2025, poi, la notizia meno lusinghiera per chi era stato incoronato da un talent: due concerti annullati per la scarsa vendita dei biglietti.

Che fine aveva fatto Anastasio? In realtà, più che sparire, aveva scelto di sottrarsi a quel meccanismo che trasforma un artista in una presenza permanente, costretta a dimostrare quotidianamente di esistere attraverso numeri, classifiche e contenuti social. Una scelta che può avere un prezzo, soprattutto quando il pubblico conquistato in televisione non si traduce automaticamente in un seguito disposto a comprare un biglietto.

Adesso il rapper campano riappare al Premio Tenco, ospite per la prima volta della rassegna dedicata alla canzone d’autore. Venerdì 23 ottobre è stato tra i protagonisti della seconda serata al Teatro Ariston di Sanremo, in un’edizione che mette al centro l’intelligenza artificiale. Un tema che Anastasio ha già affrontato nel suo album Le macchine non possono pregare, titolo che sembra contenere una dichiarazione poetica prima ancora che una provocazione tecnologica.

Il ritorno non assume i contorni della rivincita personale, come spiega in una intervista all’AdnKronos. Anastasio non sembra interessato a raccontare una resurrezione né a presentare un bilancio commerciale della propria assenza. Preferisce parlare di musica, di scrittura e di un Paese nel quale, a suo giudizio, la moltiplicazione delle proteste non coincide necessariamente con la capacità di costruire una mobilitazione comune.

«Vedo sacrosante ragioni per scendere in piazza, ma vedo anche una rivolta frammentata in un’Italia frammentata», osserva. Il problema, spiega, è che le diverse componenti del malcontento non riescono a riconoscersi: «Vedo gli agricoltori al Sud che non dialogano con i ragazzi che al Nord seminano il caos nelle città, che a loro volta non dialogano con chi protesta pacificamente. Le parti non si parlano».

La sua idea di rivoluzione, allora, è meno spettacolare di quelle che riempiono le cronache e molto più difficile da realizzare: «La rivoluzione sarebbe che queste parti si parlassero. Sarebbe riconoscere un’umanità comune». Un’affermazione che suona quasi paradossale nell’epoca in cui tutti hanno a disposizione una piattaforma per esprimersi e pochissimi sembrano disposti ad ascoltare chi la pensa diversamente.

Gli algoritmi, secondo Anastasio, hanno una responsabilità precisa. «Il social rende meno interessanti le persone dal vivo. L’algoritmo ti inserisce nella tua bolla: parli solo con quelli come te e con i tuoi nemici». La piazza, però, può ancora interrompere questo isolamento: quando persone che abitualmente non si frequentano si ritrovano nello stesso luogo, può accadere che scoprano di avere qualcosa in comune. Un piccolo miracolo, lo definisce, in un tempo nel quale la contrapposizione è diventata spesso un’identità da esibire.

Il Premio Tenco, per lui, non è soltanto un appuntamento prestigioso, ma un riconoscimento che arriva da un mondo nel quale la scrittura conta ancora più della confezione. «Per me il Tenco è sempre stato un’istituzione di riferimento. Un punto di arrivo. Mi è sempre piaciuta la musica d’autore».

Ma che cosa significa oggi canzone d’autore? Una categoria che un tempo sembrava più facilmente delimitabile, legata a una tradizione cantautorale riconoscibile, mentre adesso comprende linguaggi, generazioni e forme espressive differenti. Anche il rap, naturalmente, può entrarci. Anastasio non pretende di stabilire confini definitivi, ma individua nella scrittura il terreno sul quale misurare le differenze. «Il rap ti dà tanta libertà espressiva e tante parole a disposizione. Le mie canzoni spesso sono dei ragionamenti, delle riflessioni, hanno un filo logico». È una rivendicazione che riporta al centro proprio ciò che la promozione musicale tende a lasciare ai margini: le parole, il loro significato, il percorso di un pensiero. Non basta avere un personaggio, insomma, bisogna avere qualcosa da dire.

Anche sull’intelligenza artificiale, tema portante di Le macchine non possono pregare, accompagnato da un fumetto. Anastasio evita le profezie catastrofiche. Non considera la tecnologia un nemico da abbattere a priori, né pensa che ogni suo impiego nella produzione musicale sia una minaccia. «L’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile. Non penso che vada demonizzata». Il problema comincia quando lo strumento si sostituisce all’autore: «Io faccio musica perché mi piace scrivere. Se fai scrivere a una macchina, allora cambia mestiere: che stai facendo a fare musica?».

La distinzione è semplice, ma non banale: utilizzare una macchina per sperimentare, elaborare o trasformare un suono è diverso dal delegarle l’atto creativo, rinunciando alla necessità di esprimere qualcosa di personale. La questione, per Anastasio, non è difendere una purezza tecnologica impossibile, ma capire quale spazio rimanga all’essere umano quando la produzione diventa sempre più automatizzabile.

È una posizione coerente con il suo rapporto complicato con la visibilità pubblica. Anche le prese di posizione degli artisti sui social lo mettono a disagio. «Mi imbarazza scrivere sui social. Mi imbarazza unirmi alla discussione. Trovo che spesso si aggiunga caos al caos e si cerchi solo l’applauso». E aggiunge, senza trasformare la propria ritrosia in una posa eroica: «Quando mi è capitato di farlo, poi mi è costato il mal di stomaco».

Non è difficile immaginare quanto questa attitudine sia poco funzionale a un sistema nel quale la presenza continua viene spesso scambiata per rilevanza. Il personaggio deve alimentare il personaggio, l’artista deve commentare l’attualità, l’attualità deve diventare contenuto. Anastasio preferisce chiamarsi fuori, almeno quando ritiene che la partecipazione serva più a raccogliere consensi che a produrre un confronto.

Del resto, la sua indipendenza non è una scelta recente. Fin dai tempi di X Factor, ha cercato di non lasciarsi definire esclusivamente dal successo televisivo. «L’unica vera coerenza della mia carriera è stata non scendere a compromessi sulla musica», dice. Una coerenza che rivendica anche quando comporta sacrifici economici o periodi lontani dai riflettori: «Se è per il bene di un disco sono disposto a sacrificare una parte economica, a sparire per qualche anno, a tornare indipendente. L’importante è essere fiero di quello che porto».

Qui si trova anche la chiave per leggere le difficoltà del suo percorso, senza trasformarle automaticamente in una storia romantica di resistenza al mercato. L’indipendenza artistica è una possibilità concreta, ma non garantisce pubblico, attenzione o sostenibilità. E annullare due concerti per mancanza di spettatori resta un segnale che non può essere cancellato dalla nobiltà delle intenzioni. La questione è capire se, fuori dalla macchina televisiva che lo aveva lanciato, Anastasio riuscirà a ricostruire un rapporto stabile con chi ascolta le sue canzoni.

Lui, intanto, sembra avere individuato il proprio avversario principale: l’ossessione per le prestazioni. «Mi sono rotto di rispondere a domande sulle performance. Vorrei parlare di musica, vorrei che agli artisti si chiedesse della musica». Non finge di essere indifferente al successo commerciale: «Mi piacciono anche i soldi, vivo di questo lavoro e vorrei che andasse bene». Ma chiede di restituire ai numeri la loro dimensione, senza farne l’unico criterio di giudizio. «Servirebbe più pudore sui numeri, meno articoli sugli streaming e più attenzione alle canzoni e ai testi».

La diagnosi finale è una critica al sistema mediatico, ma anche al pubblico che contribuisce ad alimentarlo: «Oggi interessa più il cantante della canzone. Più l’artista dell’arte. Più il gossip dell’arte». E i numeri, sostiene, sono diventati parte integrante dello stesso spettacolo: «Media e pubblico alimentano un circolo vizioso: si rincorrono continuamente».

Il ritorno di Anastasio al Tenco arriva dunque in un momento significativo. Non è detto che un palco prestigioso possa risolvere le contraddizioni di una carriera segnata dalla distanza fra notorietà televisiva e seguito reale. Ma offre al rapper l’occasione di rimettere al centro il motivo per cui, otto anni fa, aveva attirato l’attenzione: la scrittura, la voglia di ragionare attraverso le canzoni, il rifiuto di ridurre tutto a una gara di popolarità.

Dalla frammentazione delle proteste alla solitudine delle bolle digitali, dalla creatività artificiale alla musica trasformata in statistica, il filo del suo discorso è sempre lo stesso: recuperare uno spazio per le relazioni e per il pensiero. In fondo, la sfida di Anastasio è anche questa: dimostrare che si può uscire dal circuito dei numeri senza scomparire davvero. E che una canzone può ancora valere per quello che dice, non soltanto per quante volte viene ascoltata.

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