Interviste

ENZO AVITABILE, il Tenco al ragazzo di Napoli Nord

– Dal Neapolitan Power alle contaminazioni con l’Africa, dal rhythm & blues alla musica sacra, quasi sessant’anni di ricerca senza mai perdere le radici. Ieri sera all’Ariston l’artista napoletano ha ricevuto il premio alla carriera. «È un riconoscimento importante per una vita dedicata alla musica. Mi fa piacere perché c’è stata un’attenzione sia ai testi sia alla ricerca musicale. Oggi è uno dei giorni più belli della mia vita»
– «Il mio è stato un percorso inquieto. Ho sempre voluto toccare tutto: la musica scritta, quella sinfonica, strumentale, la forma canzone, la musica popolare e quella che poi diventa world music». «Con la musica abbiamo piantato un fiore che poi è diventato qualcosa di molto più grande». «Credo di essere un recordman mondiale degli incontri, delle collaborazioni, del fare musica insieme». Ora guarda alla nuova scena: La Niña, Nu Genea

Enzo Avitabile ha passato quasi sessant’anni a dimostrare che Napoli non è un genere musicale. È un continente. Un luogo dove il blues può incontrare la tammurriata, il jazz dialogare con i canti africani, il sassofono trasformarsi in una voce e la lingua napoletana attraversare il Mediterraneo senza bisogno di passaporto. Ieri sera, sabato 24 ottobre, al Teatro Ariston di Sanremo, ha ricevuto il Premio Tenco alla carriera. Ha 71 anni, un curriculum che sembra un atlante musicale e ancora la curiosità di un ragazzo che entra per la prima volta in uno studio di registrazione.

«È un riconoscimento importante per una vita dedicata alla musica. Mi fa piacere perché c’è stata un’attenzione sia ai testi sia alla ricerca musicale. Oggi è uno dei giorni più belli della mia vita», racconta incontrando i giornalisti prima della serata conclusiva del Tenco 2026.

La parola decisiva è ricerca. Perché Avitabile non ha mai avuto una carriera lineare, di quelle che si possono riassumere con tre successi, un disco d’oro e una raccolta celebrativa. Ha attraversato stili, epoche, continenti, spesso cambiando direzione proprio quando avrebbe potuto accomodarsi in una formula di successo.

«Il mio è stato un percorso inquieto. Ho sempre voluto toccare tutto: la musica scritta, quella sinfonica, la musica strumentale, la forma canzone, la musica popolare e quella che poi diventa world music». Un’inquietudine che è diventata metodo. E forse anche una forma di resistenza.

Napoli Nord, dove tutto è cominciato

Per capire Enzo Avitabile bisogna allontanarsi dalla Napoli da cartolina, quella del golfo, dei mandolini e dei panorami buoni per i turisti. Bisogna risalire verso Marianella, Miano, Piscinola. Quartieri popolari, periferie spesso dimenticate dalle amministrazioni e dalla narrazione ufficiale della città, ma capaci di produrre una delle stagioni musicali più fertili della cultura italiana.

È la Napoli dove crescono James Senese e Mario Musella, dove il rhythm & blues americano si mescola con la lingua dei vicoli, dove le radio e i dischi arrivati dagli Stati Uniti incontrano una tradizione musicale antichissima. Da quel laboratorio spontaneo nascerà ciò che verrà chiamato Neapolitan Power.

«Sono luoghi che, pur essendo vicinissimi tra loro, avevano ciascuno una propria identità. Insieme hanno creato un territorio straordinariamente fertile, dove siamo cresciuti io, Mario Musella, James Senese, dove è nato quello che è stato ribattezzato il Neapolitan Power e che fondeva la tradizione napoletana con il rhythm & blues americano».

Non era soltanto una questione musicale. Era una rivoluzione culturale. Napoli smetteva di guardare esclusivamente al proprio passato e cominciava a dialogare con il mondo. Il sassofono di James Senese, il blues dei Napoli Centrale, le sperimentazioni di Pino Daniele, il funk e il soul di Avitabile raccontavano una città diversa, meticcia, inquieta, lontana dalle rassicuranti rappresentazioni della canzone tradizionale.

«Con la musica abbiamo piantato un fiore che poi è diventato qualcosa di molto più grande», ricorda Avitabile. Quel fiore, a differenza di molte operazioni nostalgiche, continua a produrre semi.

Dal funk all’Africa, senza chiedere permesso

Negli anni Ottanta Avitabile è uno dei protagonisti della nuova musica napoletana. Il suo sassofono dialoga con il funk americano, le sue canzoni attraversano soul, jazz e rhythm & blues. Collabora con musicisti internazionali, da James Brown a Tina Turner, ma progressivamente capisce che il suo percorso non può fermarsi alla traduzione partenopea della musica afroamericana.

«Credo di essere un recordman mondiale degli incontri, delle collaborazioni, del fare musica insieme», commenta Avitabile. «Avevo iniziato andando alla ricerca di quelli che avevo sentito da ragazzo nel jukebox, star della black music come James Brown, Randy Crawford, Tina Turner, coi quali mi sono trovato subito in sintonia. I primi passi col sax con Michelangelo Piazza, fratello del mio amico Ciro, entrambi finirono a suonare nel gruppo di Rocky Roberts e col maestro Natale Ciccarelli, fondatore dell’antica banda musicale di Marianella. Subito dopo essermi diplomato in flauto al Conservatorio, ho continuato a studiar. E poi la trafila coi gruppi rock e jazz, con Edoardo Bennato e Pino Daniele, cercando una mia strada».

«Dopo il contratto discografico con la Emi, ho fatto un passo ulteriore, “deamericanizzando” la mia musica e avvicinandomi alle proposte dei tanti amici africani, come Daby Touré, quello di Mane e Mane, nato in Mauritania e trasferito in Mali, l’incontro della neve del deserto con la sabbia del Vesuvio, o per esempio cantando in lingua kabila con Idir, assimilando detti e proverbi, quasi dei mantra sonori. Un modo di accogliere i tanti popoli del mondo, recuperando l’esperanto, la lingua più nuova e più dimenticata del pianeta o il griko delle zone interne della Calabria e naturalmente il latino, l’Ave Verum (che compare in Don Salvatò), l’inno liturgico suonato anche da Mozart».

La svolta arriva quando comincia a cercare più indietro, dentro le radici popolari, nei rituali, nelle percussioni, nei canti della tradizione. L’incontro con i Bottari di Portici, percussionisti che trasformano botti, tini e falci in strumenti musicali, diventa una delle esperienze più originali della sua carriera. Non è folklore da esportazione. È musica fisica, tribale, costruita sul ritmo e sulla ripetizione, capace di dialogare con le culture africane e mediorientali senza perdere la propria identità campana.

Con Sacro Sud e poi Salvamm’o munno, Avitabile allarga definitivamente il proprio orizzonte. La sua musica diventa un territorio di incontri: Africa, Mediterraneo, Medio Oriente, tradizioni popolari e linguaggi contemporanei. Negli anni collaborerà con artisti come Khaled, Manu Dibango, Trilok Gurtu, Youssou N’Dour e tanti altri. Non per aggiungere un tocco esotico alle canzoni, ma per cercare affinità profonde fra culture apparentemente lontane. È la differenza tra la world music intesa come arredamento sonoro e quella vissuta come esperienza umana.

Anche il cinema ha riconosciuto questa forza espressiva. Nel 2012 Jonathan Demme gli dedica il documentario Enzo Avitabile Music Life, ritratto di un musicista che sfugge alle classificazioni e che, pur avendo lavorato con alcuni giganti della musica internazionale, continua a considerare Napoli il proprio centro di gravità.

Sul palco dell’Ariston quattro parole e una città

Per la serata del Tenco Avitabile ha scelto di non trasformare il concerto in una sfilata di successi. Il suo intervento sarà costruito attorno a quattro elementi: «La parola, il suono, il gesto e la danza». In scaletta ci sono Don Salvatò, Tutte quante so’ creature, Thalassa Cardia e Napoli Nord. Quest’ultimo brano è forse il più significativo per comprendere il senso della serata. «È un omaggio alla mia provenienza, a quella Napoli che non è frontale, che non sempre si vede, ma che ha avuto una forza enorme nell’alimentare la musica napoletana».

Una dichiarazione che suona quasi politica, soprattutto in un momento in cui Napoli è diventata una delle capitali italiane del turismo, della fiction televisiva e dell’intrattenimento. La città raccontata da Avitabile non è quella che si vende facilmente sulle piattaforme o nei pacchetti turistici. È quella delle periferie, delle contaminazioni, dei musicisti che imparavano ascoltando i dischi e suonando nei locali, quando nessuno parlava ancora di rigenerazione urbana e industria creativa.

La Niña, Nu Genea e gli eredi che non vogliono essere eredi

Il musicista guarda con interesse anche alla nuova scena napoletana. E, contrariamente a molti colleghi della sua generazione, non sembra soffrire della sindrome del «ai miei tempi era tutta un’altra musica». «Più che parlare di eredi, preferisco parlare di artisti che amo. Mi piace molto La Niña, così come i Nu Genea, che trovo autentici e naturali nella ricerca sonora».

Due nomi che rappresentano altrettante declinazioni della Napoli contemporanea. La Niña lavora sulla lingua, sul corpo, sulla tradizione popolare reinterpretata attraverso una sensibilità attuale e glamour. I Nu Genea hanno costruito un linguaggio riconoscibile mescolando funk, disco, suggestioni mediterranee e ritmi africani. Strade differenti, ma entrambe riconducibili a quell’idea di Napoli come crocevia culturale che Avitabile ha contribuito a sviluppare.

La sua lista comprende anche Ntò, Roberto Colella, Tommaso Primo, Dario Sansone e Ciccio Merolla. E fuori dai confini partenopei cita Sayf, uno dei nomi più interessanti della nuova scena rap italiana. «Sono depositari di una parola e di una tradizione che continua a evolversi».

È forse questo il lascito più importante del Neapolitan Power: non uno stile da riprodurre, ma la libertà di mescolare linguaggi senza chiedere il permesso ai custodi della tradizione.

La musica non può ignorare chi resta indietro

C’è poi un altro aspetto che attraversa la carriera di Avitabile: l’attenzione per gli ultimi, per il lavoro, per le persone che abitano ai margini della società. Una sensibilità che emerge anche quando parla delle recenti proteste degli autotrasportatori, alle quali ha espresso solidarietà. «Il mio non voleva essere né un comizio né un giudizio. Ho semplicemente detto di fare attenzione a tutte le persone che lavorano e vengono schiacciate».

Non è il linguaggio dei proclami né quello delle star che scoprono l’impegno civile in occasione di una campagna promozionale. È piuttosto la continuità con una visione della musica come esperienza collettiva, radicata nella vita quotidiana. «L’autotrasporto è fondamentale. Ho voluto unire la mia voce alla richiesta allo Stato di tempi certi e soluzioni immediate per problemi che riguardano la vita quotidiana delle persone».

Un premio alla carriera che non chiude niente

A consegnargli il riconoscimento è stato Federico Vacalebre, giornalista del Mattino che ne ha seguito e raccontato il percorso artistico. Avitabile dedicherà il premio alle figlie Connie e Angela, agli amici, al Club Tenco e naturalmente alla sua città.

  • A 71 anni questo premio rappresenta un punto d’arrivo?

«Mi ricordo quando ricevetti il primo riconoscimento: il Pulcinella d’Oro di Marianella. Non dormii tutta la notte prima. Ieri ho dormito ma lo vivo con grande gratitudine».

Intanto la musica continua. Nei prossimi giorni partirà per il Marocco, dove lo attende un concerto, e sta lavorando a un nuovo album con musicisti africani. Senza scadenze imposte, senza programmi rigidi. «Si prenderà il tempo che ci vorrà. Con la musica non ho mai ragionato per categorie o programmi rigidi. Le cose arrivano quando devono arrivare».

Una frase che riassume abbastanza bene la sua storia. In un’industria musicale che pretende produzioni continue, calendari programmati con anni d’anticipo e canzoni pensate per durare quanto un video sui social, Avitabile continua a difendere il diritto alla lentezza, alla ricerca, all’imprevisto.

Il Premio Tenco alla carriera, del resto, ha sempre avuto un significato particolare: riconoscere chi ha contribuito a dare dignità artistica alla canzone, spesso muovendosi fuori dalle strade più frequentate dal mercato. Enzo Avitabile appartiene a questa categoria. Ha attraversato quasi sessant’anni di musica senza diventare il monumento di se stesso. Ha portato Napoli in Africa e l’Africa a Napoli, ha fatto dialogare il sassofono con i tamburi, il funk con i canti popolari, la spiritualità con la strada. 

Ieri sera all’Ariston gli hanno consegnato un premio alla carriera. Ma per uno che a 71 anni sta già pensando al prossimo viaggio musicale, la parola carriera rischia di essere troppo stretta. Perché Enzo Avitabile non ha mai smesso di partire da Napoli Nord. Solo che, nel frattempo, ha allargato il quartiere fino a farci entrare il mondo.

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