– C’è chi combatte i propri diavoli, chi tenta di cacciarli, chi li chiude fuori dalla porta e chi, come la cantautrice e attrice palermitana, li invita a ballare nel suo album d’esordio in uscita venerdì 23 ottobre. «È un modo per esorcizzarli»
– «Parlo dei miei demoni, ma in realtà tutti abbiamo le nostre incertezze, le nostre paure, i nostri bilanci, gli amori che sono andati bene e quelli che sono andati male, quelli che ancora sogni, i giudizi e i pregiudizi, chi ti giudica»
– Un disco concept, manifesto intenso e passionale in dialetto siciliano che unisce le radici del teatro di strada e del folk teatrale alla tensione grezza dell’alt-rock moderno, alla world music e al pop. «È una world music folk pop»
Nel 2022 si era presentata a Musicultura con il nome di Ponente, portando per la prima volta una canzone in siciliano, aprendo così una strada che, quattro anni dopo, ha portato alla vittoria di Claudio Covato con un brano in dialetto. «Sono molto contenta, si vede che si sta muovendo qualcosa. È positivo per chi come noi scrive in lingua siciliana. C’è stata anche Delia a “X Factor” e persino Mina ha cantato nel nostro dialetto nel suo ultimo album», commenta la cantautrice e attrice palermitana che, nel frattempo, ha deciso di mantenere «il mio nome per intero: Alessandra Ponente».
La Sicilia dell’artista palermitana non è però quella di Al mio paese. Non ci sono fichidindia al tramonto, carretti tirati a lucido né il solito tamburello messo lì per ricordarci che siamo nel Sud. Ci sono invece le domande, le contraddizioni, gli amori che non funzionano, le superstizioni, le parole che restano incastrate in gola. E soprattutto ci sono i “riavuli”, i diavoli personali con cui prima o poi bisogna fare i conti.
È da qui che parte Alessandra Ponente per costruire il suo universo musicale. Un universo che ha preso forma nel primo EP Riavuli, pubblicato nel 2021 da The Vito Records, e che oggi si è allargato fino a diventare il suo primo album ufficiale, un progetto di tredici brani sviluppato nell’arco di circa tre anni, in uscita venerdì 23 ottobre.

In questa Sicilia, Ponente non sembra avere alcuna intenzione di scegliere fra tradizione e contemporaneità. Le prende entrambe e le mette nello stesso frullatore. Il risultato è una sorta di folk siciliano contemporaneo nel quale la memoria non è nostalgia, ma materiale da trasformare. Il siciliano, soprattutto, non è un effetto speciale. È la lingua naturale di queste canzoni, un palermitano contemporaneo che conserva tracce arcaiche e poetiche, ma senza rinunciare alla possibilità di raccontare il presente.
È una scelta che rischierebbe facilmente di trasformarsi in folklore da cartolina. Ponente invece prova a farne una lingua pop, elastica, capace di stare dentro una chitarra, una fisarmonica, una percussione, una melodia popolare e persino un arrangiamento più contemporaneo. «Se Carmen Consoli canta in catanese, Alessio Bondì in palermitano, il mio progetto è un misto tra palermitano e trapanese», sottolinea.
Fin dai primi singoli d’apertura, il disco mette subito in chiaro le regole del gioco:
Anatomia del pregiudizio: Malelingue , una delle tracce più emozionanti, drammatica e intensa, parte come un canto sotterraneo per poi esplodere in una dichiarazione d’orgoglio femminista. Il giudizio degli altri, invece di scalfire, diventa l’armatura.
L’esorcismo collettivo: in A malasorte, le sventure non vengono subite ma cantate in coro. C’è un’energia liberatoria nel modo in cui l’artista prende la sfortuna e la trasforma in un rito catartico di piazza.
Il lavoro di scrittura condiviso con Gaetano Mirabella e la produzione artistica curata da Giovanni Parrinello creano un tappeto sonoro in cui i tamburi a battente e la chitarra elettrica convivono senza strappi, lasciando spazio a momenti di pura intimità come la poetica e melodica Ammucciati o le sfumature di Occhi. Senza dimenticare la malinconia di Nuvoli bianchi, dove la speranza convive con l’amarezza, e Comu ciù ricu o mari, confessione intima affidata al mare come se fosse l’unico interlocutore disposto ad ascoltare. Parrami rumani mette invece in scena l’eterna arte del rinvio sentimentale: non decidere, rimandare, aspettare che sia qualcun altro a scegliere al posto nostro.
C’è molta Palermo antica e contemporanea dentro Riavuli. Si sente l’impronta del teatro popolare, degli anni passati tra le quinte del Ditirammu e le collaborazioni cinematografiche (tra cui quelle con PIF). La voce di Alessandra Ponente non si limita a cantare: interpreta, urla, sussurra, recita e graffia. È una voce teatrale nel senso più puro del termine, priva dell’artificio patinato della produzione da classifica.
«Graziella e la famiglia Parrinello mi hanno fatto riscoprire la tradizione, i canti, i racconti, le danze. Mi ha portato a scrivere in lingua siciliana, che già sentivo come una mia urgenza. Nel disco c’è l’impronta del teatro, c’è tutto un mondo sia teatrale che cantautorale, c’è anche il teatro popolare, al quale attingo, ma sono tante cose: c’è la musica balcanica, in Abballo c’è una parte in jazz manouche, in Come ciù ricu o mari c’è il bouzouki greco, in Occhi si sente la chitarra spagnola, ci sono percussioni brasiliane in Malasorte, c’è world music e c’è pop: una world music folk pop».

Riavuli è un disco autobiografico. Sin dal brano iniziale, Sissi. «Sono io, mia mamma mi chiamava così quand’ero bambina. Come l’imperatrice Sissi, mi diceva», racconta. «Mi descrivo da piccolina: giocavo sola, mi costruivo personaggi, storie inventate. Nel brano metto una frase in trapanese: “Ma questa bambina sembra un po’ strana”, me lo ripeteva mia nonna. Una bambina un po’ romantica che amava inventarsi le storie, che giocava cantando e recitando. E poi c’è una frase di Sissi dove dico – e tuttora lo faccio – che guardo le lampare di notte e sembrano delle stelle a mare. Sissi affidava i suoi sogni a queste stelle a mare. Oggi, quando le guardo, lo faccio ancora. Quella parte romantica di Sissi esce ancora un po’ fuori».
«Quasi tutto l’album è autobiografico, continua. «Perché quando dico “riavoli”, parlo dei miei demoni, ma in realtà tutti abbiamo le nostre incertezze, le nostre paure, i nostri bilanci, gli amori che sono andati bene e quelli che sono andati male, quelli che ancora sogni, i giudizi e i pregiudizi, chi ti giudica. C’è tanto di me in questo lavoro. Io abballo con i miei diavoli, perché è inutile cacciarli via, perché questi diavoli li porterò con me per sempre, fanno parte di me, sono in me. Invece di farmeli nemici e combatterli, io ballo con loro, canto con loro, canto per loro e di loro. Così li esorcizzo».
Abballo è il manifesto più immediato di questo lavoro: se la vita mette davanti ostacoli e delusioni, tanto vale danzarci sopra. Anche quando le “balate” bruciano ancora. La musica si muove in una allegra atmosfera gipsy jazz, con chitarre, contrabbasso, percussioni e tromba, e un folk energico, mentre la voce di Ponente cerca nella danza una forma di resistenza. Non è la felicità ingenua di chi ha risolto i propri problemi: è quella, molto più interessante, di chi decide di non lasciarsi paralizzare.

E poi c’è Riavuli, la canzone che dà il titolo al progetto e che funziona quasi come una dichiarazione d’intenti. Non soltanto un brano, ma un monologo musicato, un confronto con quei fantasmi quotidiani che Ponente definisce «domande, incertezze, contraddizioni, scelte». I diavoli, insomma, non arrivano dall’inferno: arrivano dalla vita normale. Si chiude con una sorta di taranta sicula, un ballo sfrenato, un esorcismo.
Riavuli è un disco viscerale e politico in cui le paure, i pregiudizi e la malasorte smettono di essere una condanna e diventano un atto di fierezza. C’è una differenza fondamentale tra chi i propri demoni cerca di scacciarli a bastonate e chi, invece, decide di invitarli a sedere al proprio tavolo per offrirgli da bere.
In un panorama musicale italiano spalmato su formule it-pop pallide e synth prefabbricati, la cantautrice e attrice palermitana arriva con la furia primordiale e sciamanica di chi la terra la calpesta a piedi scalzi. Il suo disco concept è un manifesto intenso e passionale in dialetto siciliano che unisce le radici del teatro di strada e del folk alla tensione grezza dell’alt-rock moderno. Un album che non chiede permesso, ma sfonda la porta.

