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DAVID BOWIE “live” nel 2027. Ma è un fantasma del 1978

– Riemerge dagli archivi il film perduto dell’Isolar II Tour, girato a Londra da David Hemmings, il protagonista di “Blow-Up”. Brett Morgen, regista di “Moonage Daydream”, ha restaurato le immagini per riportarle nelle arene quasi mezzo secolo dopo
– Il film concerto inedito di David Hemmings del tour mondiale di Bowie del 1978 sarà presentato in uno spettacolo multimediale che mira a “creare l’illusione” che sia presente sul palco. Quando Bowie aveva abbandonato i travestimenti e lasciava parlare la musica

David Bowie aveva già immaginato il futuro dei concerti senza esserci. Era il 1978, quasi mezzo secolo prima degli avatar degli Abba e delle resurrezioni digitali delle rockstar, quando il Duca Bianco pensò di spedire se stesso in tournée sotto forma di pellicola. Il pubblico avrebbe comprato il biglietto, le luci si sarebbero spente e sul palco sarebbe apparso Bowie. O meglio, la sua immagine. Niente ologrammi, niente intelligenza artificiale: soltanto cinema, musica e una buona dose di quella chiaroveggenza artistica che gli permetteva di arrivare sempre qualche anno prima degli altri. Il progetto rimase in un cassetto. Adesso quel cassetto si riapre.

Nel 2027, a quasi cinquant’anni dall’originale Isolar II Tour, David Bowie tornerà nelle arene con Stage, un film-concerto costruito attraverso il restauro di immagini rimaste in gran parte inedite. A riportarle in vita è Brett Morgen, il regista americano che nel 2022 aveva firmato Moonage Daydream, il documentario caleidoscopico dedicato all’universo bowiano, premiato con un Grammy nel 2024.

Questa volta non si tratta di raccontare Bowie attraverso frammenti, interviste e visioni psichedeliche. L’obiettivo è restituire al pubblico un concerto vero, quello di un artista che nel 1978 stava attraversando una delle trasformazioni più radicali della sua carriera.

Il film che Bowie non volle vedere

La storia comincia all’Earls Court di Londra, nell’estate del 1978. Bowie incarica David Hemmings di filmare due concerti dell’Isolar II Tour, lo spettacolo costruito intorno a Lowe Heroes, i dischi della cosiddetta trilogia berlinese realizzati con il contributo decisivo di Brian Eno e Tony Visconti.

Hemmings non è un nome qualsiasi. È l’attore che Michelangelo Antonioni aveva trasformato nel fotografo inquieto e alienato di Blow-Up, uno dei film simbolo della Swinging London. Nel frattempo, è passato dietro la macchina da presa e ha appena diretto Bowie in Just a Gigolo, insieme a Marlene Dietrich, in uno degli ultimi ruoli cinematografici della diva. Un film accolto malissimo dalla critica, ma anche un curioso incontro fra due icone che avevano attraversato il Novecento reinventando continuamente la propria immagine.

Bowie affida dunque a Hemmings il compito di documentare la nuova tournée. L’idea è ambiziosa: realizzare un film da proiettare nei luoghi della musica dal vivo, capace di sostituire, almeno temporaneamente, la presenza fisica dell’artista. Ma quando vede il risultato, Bowie non è convinto. Le riprese non gli piacciono, il montaggio non lo soddisfa e il progetto viene accantonato.

«Semplicemente non mi piaceva il modo in cui era stato girato», racconterà nel 2000. Poi, con il distacco che soltanto il tempo può concedere, aggiungerà: «Ora, naturalmente, sembra piuttosto buono e sospetto che prima o poi verrà pubblicato». Una previsione azzeccata. Anche se Bowie non avrebbe potuto immaginare di dover aspettare quasi cinquant’anni.

Intanto, la sua attenzione era già altrove. Dopo il tour sarebbero arrivati Lodger, le collaborazioni incompiute con John Cale e Scary Monsters (and Super Creeps). Bowie cambiava pelle troppo velocemente per fermarsi a contemplare quella appena abbandonata. Il passato, per lui, diventava vecchio nel momento stesso in cui smetteva di essere presente.

Il film di Hemmings finì così nel limbo dei progetti perduti. Un autentico Santo Graal per i collezionisti, accanto ad altre apparizioni scomparse dagli archivi televisivi britannici: il debutto con i Buzz a Ready Steady Go! nel 1966 e l’esibizione di Starman a Lift Off With Ayshea nel 1972, precedente alla celeberrima apparizione a Top of the Pops che avrebbe fatto scoprire Ziggy Stardust a un’intera generazione.

Quando Bowie smise di interpretare Bowie

L’Isolar II Tour rappresenta un momento particolare della storia del rock. Bowie ha ormai lasciato alle spalle Ziggy Stardust, Aladdin Sane e il Thin White Duke. Dopo gli eccessi americani, la cocaina, Los Angeles e la fuga europea, cerca un linguaggio diverso, più asciutto, sperimentale, meno dipendente dalla teatralità. Sul palco non ci sono più soltanto personaggi da interpretare. C’è soprattutto la musica.

Il tour, partito nel marzo 1978 e concluso a dicembre, è costruito come uno spettacolo in due atti. La prima parte esplora il territorio inquieto e avveniristico di Low e Heroes: elettronica, atmosfere ambientali, ritmi spezzati, paesaggi sonori che sembrano provenire da un’Europa industriale e malinconica. La seconda recupera invece il repertorio dei primi anni Settanta, comprese molte canzoni dell’epopea di Ziggy Stardust. È un Bowie che mette in comunicazione il proprio passato con il futuro. Il glam rock incontra la sperimentazione berlinese, la canzone pop si lascia contaminare dall’avanguardia e il concerto diventa una sorta di autoritratto in movimento.

Ad accompagnarlo c’è una formazione straordinaria: Carlos Alomar alla chitarra, George Murray al basso, Dennis Davis alla batteria, Roger Powell alle tastiere, Sean Mayes al pianoforte e Simon House al violino. Brian Eno avrebbe dovuto partecipare alla tournée, ma problemi di salute lo costringono a rinunciare. Il critico Nick Kent, sulle pagine del New Musical Express, definirà quella formazione la migliore band di Bowie, con largo margine sulle altre.

Non era soltanto entusiasmo giornalistico. Il trio ritmico Alomar-Murray-Davis aveva contribuito a inventare il suono di alcuni dei dischi più innovativi di Bowie, mentre le tastiere e il violino aggiungevano una dimensione quasi orchestrale alle composizioni del periodo berlinese.

Di quella stagione rimaneva già una testimonianza importante: Stage, il doppio album dal vivo pubblicato nell’autunno del 1978 e registrato durante le date americane della tournée. Un disco che, soprattutto nelle successive riedizioni, ha permesso di rivalutare la potenza di una band spesso rimasta nell’ombra dei grandi personaggi bowiani. Ma mancavano le immagini. E con Bowie le immagini non sono mai state un dettaglio.

Il ritorno di un fantasma analogico

Brett Morgen conosce bene gli archivi di Bowie. Per realizzare Moonage Daydream ha attraversato migliaia di ore di materiale audiovisivo, recuperando filmati, registrazioni e testimonianze che hanno permesso di costruire un ritratto lontano dalle convenzioni del documentario musicale.

Quando si è imbattuto nelle riprese di Hemmings, ha capito di avere tra le mani qualcosa di speciale. Una sequenza di Heroes è finita proprio in Moonage Daydream, diventando uno dei momenti più apprezzati dai fan. Ma era soltanto un assaggio.

Il lavoro di recupero è stato lungo e complesso. Morgen è intervenuto sulla pellicola originale in 35 millimetri attraverso correzioni cromatiche, ricostruzione dell’illuminazione e interventi manuali sui fotogrammi. Non un semplice restauro digitale, ma un’operazione pensata per restituire alle immagini la forza visiva di uno spettacolo contemporaneo.

E qui arriva la parte più curiosa. Stage non sarà soltanto un film proiettato su un grande schermo. La produzione prevede immagini distribuite su più schermi, un sistema audio immersivo curato da Paul Massey e un progetto luci firmato da Patrick Woodroffe. Schermi LED trasparenti contribuiranno a creare l’illusione che Bowie e la sua band siano nuovamente sul palco. Il debutto è annunciato al Festival di Berlino nel febbraio 2027, prima del tour nelle arene.

Naturalmente, il rischio è quello che accompagna ogni operazione postuma: trasformare un artista in un marchio, la memoria in merchandising, la nostalgia in una macchina per vendere biglietti. È già successo con gli Abba, che hanno costruito intorno ai propri avatar digitali uno spettacolo tecnologicamente impressionante. Ma Bowie è un caso diverso. Non si tratta di inventare una sua presenza attraverso un doppio virtuale: qui esiste un concerto realmente suonato, realmente filmato, realmente vissuto. La tecnologia interviene per restituirlo al pubblico, non per fabbricarne uno nuovo. La differenza non è da poco.

E tuttavia rimane una domanda: Bowie avrebbe approvato? Probabilmente avrebbe trovato divertente l’idea di essere ancora in tournée senza dover lasciare casa. D’altra parte, era stato proprio lui a immaginare nel 1978 un concerto capace di sopravvivere alla presenza del suo protagonista.

Il ritorno di Stage si inserisce inoltre nelle celebrazioni di Bowie80, il programma di eventi e pubblicazioni dedicato all’ottantesimo anniversario della nascita dell’artista, che cadrà l’8 gennaio 2027. Mostre, spettacoli immersivi e iniziative internazionali continueranno a mantenere vivo il suo universo creativo.

Ma fra tutte le possibili celebrazioni, quella dell’Isolar II Tour possiede un fascino particolare. Perché ci restituisce un Bowie che non cercava più di stupire attraverso i costumi, il trucco o le metamorfosi teatrali. Un musicista di trentun anni nel pieno della propria rivoluzione artistica, circondato da una band formidabile e da un repertorio che stava cambiando il corso della musica popolare.

Nel 2027 il pubblico potrà rivederlo come appariva nell’estate del 1978, mentre cantava Heroes e attraversava quel territorio sconosciuto che separava il rock dall’elettronica, il pop dall’avanguardia. Non sarà un concerto dal vivo, naturalmente. Bowie è morto il 10 gennaio 2016, due giorni dopo aver pubblicato Blackstar, il suo ultimo, straordinario congedo. Sarà qualcosa di più ambiguo: un appuntamento con il passato travestito da futuro.

E forse è proprio questo il dettaglio più bowiano dell’intera operazione. L’uomo che aveva fatto della trasformazione continua la propria ragione artistica torna sul palco con lo stesso volto, la stessa voce e gli stessi musicisti di cinquant’anni prima. Per una volta, senza cambiare identità. Perché a reinventarsi, questa volta, è il tempo.

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