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FONTAINES D.C., in Italia il rock comincia da Mina 

– “Se telefonando” apre la notte di Bologna, poi chitarre abrasive, malinconia, rabbia politica e suggestioni elettroniche. Davanti a un’Unipol Arena esaurita, Grian Chatten e compagni confermano di essere una delle band più importanti del rock contemporaneo. Ma il passaggio dai club ai palasport porta con sé anche qualche contraddizione

Prima Mina, poi il rock irlandese. Non esattamente l’accostamento che ci si aspetterebbe da una band cresciuta fra il post-punk dei Joy Division e le inquietudini della Dublino contemporanea. E invece i Fontaines D.C. scelgono di entrare in scena all’Unipol Arena di Bologna sulle note di Se telefonando, il capolavoro scritto da Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara, musicato da Ennio Morricone e portato al successo da Mina nel 1966. Un piccolo cortocircuito musicale, mezzo secolo di distanza e due mondi apparentemente inconciliabili che per qualche istante si ritrovano sotto lo stesso tetto.

Non è soltanto una strizzata d’occhio al pubblico italiano. La Tigre di Cremona è diventata una delle suggestioni della nuova stagione creativa del gruppo, che ha registrato parte dell’ultimo album, Dopamine Chamber, a Palermo. E quella voce, sospesa fra teatralità e malinconia, non è poi così lontana dall’idea di canzone che oggi sembra interessare Grian Chatten e compagni: melodie capaci di ferire, sentimenti ingigantiti fino a diventare paesaggi sonori, romanticismo senza lieto fine. Poi Mina lascia spazio alle chitarre e all’obliqua Tongue. E Bologna si ritrova dentro uno dei concerti rock più attesi dell’autunno.

Lunedì 26 ottobre, davanti a un’Unipol Arena esaurita, i Fontaines D.C. celebrano la definitiva trasformazione da gruppo di culto a fenomeno generazionale. Cinque irlandesi che hanno costruito la propria fortuna cantando alienazione, rabbia, solitudine e disincanto e che adesso riempiono i palasport. Una bella contraddizione: la musica del disagio è diventata un gigantesco rito collettivo. La malinconia, evidentemente, vende biglietti. E parecchi.

Ma sarebbe ingeneroso liquidare il successo dei Fontaines D.C. come l’ennesima operazione di marketing sull’infelicità giovanile. Perché, a differenza di molti colleghi, questi musicisti hanno davvero qualcosa da raccontare. E soprattutto hanno trovato un linguaggio per farlo.

Grian Chatten, l’antidivo che non vuole diventare Bono

Grian Chatten, frontman dei Fontains D.C.

Al centro del palco c’è Grian Chatten, uno dei cantanti più riconoscibili emersi dal rock europeo negli ultimi anni. Ha una voce che sembra continuamente oscillare fra il canto e la declamazione, fra il sussurro e l’invettiva. Non cerca di sedurre il pubblico con i gesti consumati della rockstar, non si atteggia a profeta e non sembra particolarmente interessato a intrattenere la platea fra una canzone e l’altra.

Il paragone con Bono, inevitabile quando si parla di una band irlandese che conquista le grandi arene, finisce qui. Chatten non possiede, e forse non desidera, il carisma teatrale del cantante degli U2. Nemmeno quello magnetico e quasi sacerdotale di Nick Cave. È un frontman più introverso, a tratti persino distante, che affida alle canzoni il compito di stabilire un rapporto con il pubblico. Nessuna parola, se non un “Free Palestine” buttato lì, a metà performance, e qualche ringraziamento di rito.

Una scelta che funziona quando la tensione musicale raggiunge il punto di ebollizione, meno quando lo spettacolo avrebbe bisogno di una presenza capace di governarne i tempi e i vuoti. È uno dei paradossi della serata: i Fontaines D.C. hanno ormai la statura musicale di una grande band da palasport, ma conservano l’atteggiamento di chi preferirebbe suonare in un club buio, senza troppe cerimonie. Un contrasto affascinante, anche se non sempre risolto.

Il pubblico, dal canto suo, non sembra chiedere altro che le canzoni. Ogni ritornello diventa un coro, ogni accelerazione un’occasione per liberare energia. Il vero spettacolo, a tratti, è proprio questa comunità di spettatori che riconosce nelle parole di Chatten un vocabolario sentimentale condiviso. E lo applaude quando interrompono Happy For You per consentire l’intervento medico per un fan.

Da Starburster a I Love You, inquietudini d’una generazione

Il repertorio dei Fontaines D.C. racconta una trasformazione impressionante. Quando nel 2019 pubblicarono Dogrel, sembravano gli ultimi arrivati di una lunga tradizione post-punk britannica e irlandese: chitarre nervose, ritmi incalzanti, poesia urbana e una rabbia che non aveva bisogno di essere spiegata. Sette anni dopo, il loro universo musicale è molto più vasto.

Here’s the Thing conserva l’aggressività degli esordi, ma la organizza attorno a un ritornello di immediata efficacia. Nabokov esplora territori più oscuri, raccontando le dinamiche del desiderio e della sottomissione attraverso una musica che sembra avvolgersi su sé stessa. Con Boys in the Better Land riemerge invece il gruppo degli inizi, quello che trasformava l’insoddisfazione in elettricità. È un rock fisico, urgente, senza troppi ornamenti, costruito su riff taglienti e una batteria che non concede tregua.

Starburster rappresenta l’altra faccia della medaglia. Qui Chatten si avvicina al rap, la pulsazione si spezza, il respiro affannoso diventa parte integrante dell’arrangiamento. È una canzone che dimostra quanto i Fontaines D.C. siano ormai lontani dalla semplice imitazione dei propri antenati post-punk.

Poi ci sono le ballate, forse il territorio nel quale la band ha compiuto i progressi più sorprendenti. In the Modern World possiede un’intensità cinematografica, un senso di solitudine che non ha bisogno di trasformarsi in disperazione. Favourite, con la sua melodia luminosa e malinconica, sembra scritta per essere cantata da migliaia di persone. Eppure, conserva qualcosa di fragile, quasi domestico, che le impedisce di diventare il solito inno da stadio. È proprio questa capacità di alternare abrasione e delicatezza, furia e abbandono, a distinguere i Fontaines D.C. dalla maggior parte dei gruppi della loro generazione.

Il momento politicamente più significativo del loro repertorio rimane I Love You, dedicata a Paolo Sorrentino. Dietro il titolo da canzone sentimentale si nasconde una feroce requisitoria contro l’Irlanda, la sua storia, le sue contraddizioni e le promesse tradite. Chatten canta l’amore per il proprio Paese come si potrebbe raccontare una relazione tossica: impossibile smettere di amare, altrettanto impossibile dimenticare le ferite.

Le chitarre crescono, la voce si incattivisce, il sentimento privato diventa una questione collettiva. È qui che i Fontaines D.C. dimostrano di avere qualcosa in più rispetto a tanti gruppi capaci soltanto di aggiornare il guardaroba sonoro degli anni Ottanta.

Si chiude dopo 17 canzoni con un generoso bis di quattro canzoni, tra cui Japan, Six shot morning, un altro omaggio a Ian Curtis, la citata I Love You, e l’indispensabile ed eloquente ballata Where is gone? che senza Rosalía è stata altrettanto emozionante.

Dopamine Chamber, la svolta pop e quella lezione italiana

I Fontaines D.C.

Dal nuovo album Dopamine Chamber, uscito il 16 ottobre, rappresenta un ulteriore passo verso territori meno prevedibili. Le chitarre non scompaiono, ma smettono di essere l’unico centro di gravità. Entrano sintetizzatori, suggestioni elettroniche, ritmi che guardano al trip-hop e alla cultura dei club, arrangiamenti più elaborati e una sensibilità melodica che talvolta sfiora apertamente il pop.

Non tutti hanno accolto questa evoluzione con entusiasmo. C’è chi considera il disco il punto più alto della maturità artistica del gruppo e chi rimpiange l’urgenza degli esordi, quando bastavano un riff e qualche verso sputato nel microfono per provocare un terremoto. È la vecchia storia del rock alternativo: finché suoni davanti a trecento persone sei autentico, quando ne conquisti quindicimila qualcuno comincia a sospettare che tu abbia tradito la causa.

La questione è meno banale. I Fontaines D.C. stanno cercando di capire come allargare il proprio linguaggio senza perdere identità. E il nuovo disco riflette anche una società nella quale piacere e angoscia, tragedia e intrattenimento, violenza e frivolezza convivono nello stesso flusso digitale. Una gigantesca camera della dopamina nella quale tutto deve produrre uno stimolo immediato, possibilmente prima che il pollice passi al contenuto successivo.

In questo senso, la scelta di Mina – fonte di ispirazione dichiarata per pezzi come Where Is Gone? – come introduzione al concerto bolognese acquista un significato particolare. Se telefonando è una canzone pop costruita con un’architettura musicale tutt’altro che convenzionale, nella quale la ripetizione melodica diventa ossessione emotiva. Esattamente il genere di contraddizione che oggi sembra affascinare la band. E c’è qualcosa di piacevolmente ironico nel vedere cinque irlandesi ricordare a un palasport italiano quanto possa essere moderna una canzone di sessant’anni fa.

Il rischio del rock perfetto

Naturalmente, il successo comporta qualche prezzo. I Fontaines D.C. sono diventati una macchina musicale estremamente sofisticata. Le chitarre di Carlos O’Connell e Conor Curley attraversano shoegaze, gothic rock e post-punk; il basso di Conor Deegan III costruisce linee profonde e ipnotiche; Tom Coll alla batteria tiene insieme tensione rock e nuove pulsazioni elettroniche. Il problema, semmai, è che questa crescente perfezione rischia talvolta di sottrarre spazio all’imprevisto.

Il passaggio dai piccoli locali ai grandi palasport richiede suoni più definiti, arrangiamenti più strutturati, uno spettacolo capace di raggiungere anche l’ultima fila. Ma la musica dei Fontaines D.C. è nata proprio dall’attrito, dalla sensazione che qualcosa potesse andare storto da un momento all’altro. Quando tutto funziona troppo bene, una parte di quella pericolosità rischia di evaporare.

Non significa che il gruppo abbia perso la propria forza. Al contrario, pochi contemporanei riescono a far convivere un simile patrimonio di influenze senza ridursi a un museo del rock britannico. I Joy Division, i Cure, gli Smiths e persino certe ombre dei Depeche Mode attraversano la loro musica, ma non ne esauriscono il significato. I Fontaines D.C. hanno ormai un’identità riconoscibile. E questa, in un’epoca di gruppi spesso intercambiabili, è già una conquista considerevole.

Resta la sensazione che Chatten e compagni debbano ancora imparare a gestire fino in fondo la dimensione monumentale nella quale sono approdati. Non tanto musicalmente, quanto teatralmente. Perché riempire un’arena e dominarla sono due cose diverse.

Dopo il concerto, la notte continua al Locomotiv

Il rapporto dei Fontaines D.C. con la musica elettronica non si esaurisce negli arrangiamenti dell’ultimo album. Dopo il concerto all’Unipol Arena, la notte bolognese prosegue al Locomotiv Club con il dj set di Tom Coll, Carlos O’Connell e Conor Curley, impegnati anche nel progetto parallelo FDC DJs.

Non è una semplice appendice mondana. L’esperienza in consolle ha avuto un ruolo nella trasformazione del loro suono, spingendoli verso nuove soluzioni ritmiche e ridimensionando la centralità delle chitarre. «La chitarra ora ha meno importanza rispetto a quando eravamo una guitar band fatta e finita», ha spiegato Curley, definendo questa trasformazione «liberatoria». Una dichiarazione che avrebbe fatto inorridire qualche purista del rock di vent’anni fa. Oggi suona soprattutto come una dichiarazione d’indipendenza.

Il pubblico italiano ritroverà la band anche nell’estate 2027: il 18 giugno al Rock in Roma, all’Ippodromo delle Capannelle, e il 19 giugno agli I-Days di Milano, all’Ippodromo SNAI San Siro. Due appuntamenti che confermano la dimensione ormai raggiunta dal gruppo. E che ripropongono la domanda fondamentale: si può diventare una delle più grandi band rock del continente senza smettere di essere inquieti, arrabbiati e imprevedibili?

A Bologna i Fontaines D.C. hanno dimostrato di avere ancora parecchie cose da dire. E forse la risposta era già nascosta in quell’insolita apertura affidata a Mina. Perché Se telefonando, in fondo, racconta proprio questo: la difficoltà di trovare le parole giuste quando un sentimento cambia forma. Anche il rock, qualche volta, deve imparare a cambiare voce.

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