– A Birmingham, nonostante errori e défaillance vocali, il trionfo di un capolavoro che ha cinquant’anni. Il musicista americano inaugura alla Utilita Arena il tour mondiale dedicato a “Songs in the Key of Life”, il monumentale doppio album del 1976. Ventisette musicisti sul palco, archi, fiati, un’arpa, la figlia Aisha chiamata a portare il tè e un repertorio che continua a parlare al presente
– La fragilità non è stata nascosta, ma trasformata in parte dello spettacolo. Wonder si è scusato, promettendo scherzosamente di esercitarsi di più, ed è stato prontamente perdonato. A 76 anni il grande artista afroamericano celebra la propria storia senza ridurla a un museo della nostalgia. E chiude con “Superstition”, perché anche i miracoli hanno bisogno di un gran finale
C’è qualcosa di profondamente sovversivo nell’idea che un uomo di 76 anni possa salire su un palco, suonare un disco pubblicato mezzo secolo prima e farlo sembrare più contemporaneo di buona parte della musica che oggi occupa le classifiche. Eppure, è precisamente la scommessa di Stevie Wonder. Una scommessa che martedì 13 ottobre, alla Utilita Arena di Birmingham, ha inaugurato il suo Songs in the Key of Life Performances – 50th Anniversary Tour, la tournée che riporta dal vivo, nella sua interezza, uno degli album più ambiziosi, generosi e influenti della storia della musica popolare. Non un semplice concerto celebrativo. Piuttosto, la dimostrazione che certi dischi non invecchiano perché non hanno mai smesso di interrogare il mondo.
L’inizio è quasi teatrale. Prima ancora di apparire, Wonder parla al pubblico fuori scena. Poi l’arena rimane nell’oscurità e prende forma Love’s in Need of Love Today. Non una delle sue hit più immediate, non un’esplosione funk, non il classico numero d’apertura progettato per conquistare una platea in trenta secondi. Una preghiera laica. Un appello contro l’odio, la violenza, l’indifferenza.
Love’s in need of love today: l’amore ha bisogno d’amore, oggi. Nel 1976 sembrava una dichiarazione di principio, nel 2026 suona come un bollettino d’emergenza. Le guerre, il razzismo, le divisioni sociali, la brutalità del linguaggio politico: Wonder non ha bisogno di aggiornare una sola parola per rendere attuale quella canzone. Il mondo, purtroppo, ha provveduto da sé. È il primo paradosso della serata: un concerto costruito intorno al passato che parla ostinatamente del presente.
Un’orchestra per un universo musicale

Con le tastiere posizionate sul bordo del palco, Wonder stava al centro di una produzione straordinariamente audace, al tempo stesso imponente e intima. Sul palco ventisette musicisti, ancora presente Nathan Watts, che suonò nell’album del 1976. Una formazione imponente, con sezione ritmica, fiati, archi e arpa, necessaria per affrontare un’opera che nel 1976 sembrava voler contenere tutta la musica possibile: soul, gospel, funk, jazz, pop, musica latina, suggestioni africane, ballate orchestrali e sperimentazioni elettroniche.
Quando Songs in the Key of Life uscì, il 28 settembre 1976, Stevie Wonder aveva appena 26 anni. Era già un veterano della Motown, un artista che aveva attraversato l’adolescenza davanti ai microfoni e conquistato una libertà creativa pressoché assoluta. Veniva da una sequenza impressionante di capolavori: Music of My Mind, Talking Book, Innervisions,Fulfillingness’ First Finale. In cinque anni aveva ridefinito il linguaggio della musica nera americana.

Con Songs in the Key of Life decise di esagerare. Due LP, un EP aggiuntivo, diciassette brani sui dischi principali e quattro supplementari. Un’opera smisurata, nella quale convivevano l’intimità di una ninna nanna e le grandi questioni razziali, l’utopia politica e la sensualità, l’infanzia e la morte, la religione e la vita quotidiana.
Cinquant’anni dopo, quella smisuratezza è ancora la sua forza. E anche la principale difficoltà di una riproposizione integrale: come tenere insieme tanti linguaggi senza trasformare il concerto in un’antologia didattica? La risposta, almeno nell’impostazione della serata di Birmingham, è rispettare la natura multiforme dell’opera, concedendo spazio anche alle composizioni meno celebri.
Dopo Have a Talk With God, l’orchestra d’archi assume un ruolo centrale in Village Ghetto Land. È una delle pagine più inquietanti del disco: una melodia apparentemente elegante, quasi settecentesca, accompagna immagini di miseria, fame e disperazione urbana. L’effetto è quello di un minuetto suonato mentre il mondo va in pezzi. Nel 1976 era una denuncia delle contraddizioni dell’America; oggi è difficile ascoltarla senza pensare alle nuove geografie della povertà.
Subito dopo arriva Contusion, lo strumentale jazz-rock che ricorda quanto Wonder fosse anche un musicista sperimentale, capace di dialogare con la fusion senza rinunciare alla propria identità. È un passaggio importante: il concerto non si limita a celebrare il grande cantante, ma restituisce il compositore e l’architetto sonoro.
Poi, naturalmente, esplode il repertorio che tutti conoscono. Sir Duke è una dichiarazione d’amore alla storia del jazz, da Duke Ellington a Count Basie, da Louis Armstrong a Ella Fitzgerald. Una canzone che trasforma la memoria musicale afroamericana in una festa collettiva, con uno dei temi di fiati più irresistibili mai scritti. I Wish è il suo complemento perfetto: il funk come macchina del tempo, un ritorno all’infanzia, alle marachelle, ai piccoli peccati e alle grandi felicità perdute. Sono due brani che spiegano meglio di qualsiasi trattato il talento di Wonder: costruzioni musicali sofisticatissime che riescono a sembrare semplici, immediate, inevitabili.
Il funk, il paradiso e le contraddizioni dell’America

La scaletta non concede scorciatoie. Dopo Knocks Me Off My Feet, la musica si apre a una jam strumentale con il coinvolgimento del pubblico. È uno dei momenti in cui l’architettura dell’album lascia spazio alla libertà del concerto: la composizione si dilata, la partecipazione collettiva diventa parte dell’arrangiamento.
Ma il cuore politico dell’opera arriva con Pastime Paradise. Prima che Coolio ne trasformasse il tema in Gangsta’s Paradise, questa canzone era già una delle riflessioni più lucide di Wonder sulle illusioni del passato e sulle responsabilità del presente. Il suo intreccio di tastiere, percussioni e suggestioni corali conserva una tensione quasi rituale. Non è nostalgia, semmai una critica della nostalgia: l’idea che rifugiarsi in un paradiso perduto possa diventare un modo per non affrontare le ingiustizie contemporanee. È anche la dimostrazione che Wonder, dietro l’immagine rassicurante dell’uomo sorridente e degli occhiali scuri, è stato uno degli autori più politici della musica americana. Non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per essere radicale. Gli bastava una melodia.
La prima parte prosegue con Summer Soft, una delle sue composizioni armonicamente più raffinate, e Ordinary Pain, dove la sofferenza sentimentale cambia improvvisamente prospettiva e diventa un confronto tra due versioni della stessa storia. Poi Saturn, una fantasia extraterrestre che nasconde il desiderio molto terrestre di fuggire da un pianeta incapace di vivere in pace, ed Ebony Eyes, trascinante omaggio alla bellezza femminile.
È proprio questa alternanza continua di registri a impedire al disco di diventare un monumento immobile. Wonder passa dalla denuncia sociale all’ironia, dall’introspezione alla festa, dal pianoforte all’elettronica, con una naturalezza che oggi appare quasi inconcepibile.
Aisha, il tè e la vita che entra nella musica

La seconda parte del concerto contiene uno degli episodi più teneri della serata. Arriva Isn’t She Lovely, la canzone che Wonder scrisse per celebrare la nascita della figlia Aisha, nel 1975. Nell’incisione originale si sentiva persino il pianto della bambina, insieme ai suoni domestici che trasformavano una registrazione discografica in un frammento di vita familiare. Cinquant’anni dopo, quella bambina è una donna adulta. E a Birmingham la storia privata torna a entrare nello spettacolo.
Dopo la vivace Ngiculela – Es Una Historia – I Am Singing, Wonder chiama Aisha, nascosta fra le coriste, per farsi portare del tè. Ne approfitta per fare dei gargarismi e dare sollievo alla gola, poi la saluta affettuosamente con un «Thank you, love». È un piccolo episodio, ma contiene più umanità di tante celebrazioni costruite con precisione industriale.
Il musicista che nel 1976 cantava la gioia di essere diventato padre si ritrova, mezzo secolo dopo, ad affidarsi alle premure della stessa figlia. La canzone è rimasta identica, ma la vita che le sta intorno è cambiata completamente. È proprio qui che un tour anniversario trova il suo significato più autentico: non nel tentativo impossibile di ricreare il passato, ma nel mostrare quanto tempo sia trascorso e quante cose siano sopravvissute.
La voce vacilla, l’armonica stona

La voce, inevitabilmente, è uno degli elementi da osservare con maggiore attenzione in questo ritorno sul palco. Wonder non è più il ragazzo prodigio della Motown né il ventiseienne capace di registrare per ore, passando da uno strumento all’altro. Il breve intervento per lenire la gola ricorda la dimensione fisica di una performance tanto impegnativa. Ci sono stati momenti in cui ha faticato a intonare le note o a eseguire un assolo di armonica.
La voce vacilla durante Knocks Me Off My Feet, sbaglia clamorosamente l’assolo di armonica durante Easy Goin’ Evening (My Mama’s Call) ed è costretto a ricominciare Asdopo un piccolo errore. Wonder si è scusato, promettendo scherzosamente di esercitarsi di più, ed è stato prontamente perdonato. La fragilità non è stata nascosta, ma trasformata in parte dello spettacolo.
Ma nulla di tutto ciò ha avuto importanza perché, non appena Wonder ha chiesto al pubblico di chiudere gli occhi e lasciare che «gli occhi delle nostre orecchie» percepissero «la bellezza della speranza e del dolore, la bellezza della tristezza», ci si è sentiti trasportati nel suo mondo e nel suo incrollabile genio.
Le canzoni che non si possono saltare

Uno degli aspetti più interessanti della scaletta è la presenza di brani che raramente occupano il centro delle celebrazioni dedicate a Wonder. Joy Inside My Tears, per esempio, è una ballata sospesa, costruita su una malinconia che non cerca effetti facili. All Day Sucker recupera invece il lato più ruvido e giocoso del suo funk. Easy Goin’ Evening (My Mama’s Call) riporta in primo piano l’armonica, uno degli strumenti attraverso cui Wonder ha costruito una voce parallela a quella umana. E soprattutto c’è Black Man. Nel 1976 era una lezione di storia alternativa, un catalogo delle conquiste di uomini e donne appartenenti a comunità diverse, contro una narrazione americana costruita quasi esclusivamente intorno ai bianchi. Una canzone didattica, persino programmatica, che alterna groove e interrogazioni scolastiche.
Non è necessariamente una delle composizioni più riuscite del disco dal punto di vista della fluidità narrativa. La sua struttura può apparire insistente, quasi pedagogica. Ma proprio per questo è significativa la scelta di conservarla nella scaletta: Wonder non vuole presentare soltanto la parte più seducente del proprio capolavoro. Vuole restituirne anche le ambizioni, le ingenuità, le provocazioni e le contraddizioni.
Perché Songs in the Key of Life non è un disco perfetto nel senso levigato del termine. È qualcosa di più interessante: un’opera che rischia continuamente l’eccesso, che non conosce il pudore della misura, che pretende di parlare di tutto. E qualche volta ci riesce.
Un’arpa, una voce e il coraggio del silenzio
Tra i momenti più particolari del concerto c’è If It’s Magic, eseguita soltanto da Wonder e da un arpista. Dopo tanta abbondanza orchestrale, una scelta di sottrazione. Una voce, le corde pizzicate dell’arpa, una melodia che sembra galleggiare fuori dal tempo.
È una delle pagine più delicate del repertorio di Wonder, una riflessione sulla natura dell’amore e sull’impossibilità di possederlo. Nell’album originale l’arpa era suonata da Dorothy Ashby, figura straordinaria del jazz americano, capace di trasformare uno strumento tradizionalmente associato alla musica classica in una voce moderna e profondamente personale. Riproporre quella soluzione nel 2026 significa riconoscere che non tutto ha bisogno di essere ingrandito, amplificato, spettacolarizzato.
In un’epoca di concerti dominati da schermi giganteschi, coreografie, effetti speciali e tecnologie immersive, l’idea che una canzone possa reggersi semplicemente sulla relazione tra una voce e uno strumento acustico conserva qualcosa di rivoluzionario. E conduce direttamente al finale.
“As”, “Another Star” e il gran finale di “Superstition”
As è una delle più grandi canzoni d’amore mai scritte, ma definirla soltanto una canzone d’amore significa ridurne la portata. È un inno alla permanenza dei sentimenti, alla loro capacità di resistere al tempo e alle trasformazioni del mondo. Una dichiarazione che procede per accumulazione, crescendo, ripetizione, fino a diventare una sorta di cerimonia collettiva.
Another Star porta invece il concerto verso una dimensione festosa, attraversata da ritmi latini, percussioni e un senso quasi fisico di liberazione. Nell’album chiudeva il secondo LP, prima dei quattro brani supplementari dell’EP. A Birmingham diventa il coronamento dell’intera esecuzione, con una scelta di sequenza che privilegia l’efficacia drammaturgica rispetto alla fedeltà assoluta all’ordine discografico.
Ma Wonder sa che c’è ancora un conto da saldare con il pubblico. Ed ecco Superstition. Non appartiene a Songs in the Key of Life, ma a Talking Book, pubblicato nel 1972. È il brano che, più di ogni altro, ha trasformato il suo clavinet in un marchio di fabbrica, uno dei riff più riconoscibili della storia della musica popolare.
La scelta di concludere con Superstition ha qualcosa di irresistibilmente ironico. Dopo un lungo viaggio attraverso la spiritualità, l’amore universale, la giustizia sociale e le grandi domande dell’esistenza, Wonder torna a una canzone che mette in guardia contro le superstizioni. Dopo aver predicato la fiducia nella vita, ricorda che credere ciecamente può essere pericoloso. Ma soprattutto chiude nel modo più fisico possibile: con il funk.
