– Dopo il soul di China Moses, Catania Jazz si trasferisce in Sudamerica: giovedì 15 ottobre al Teatro Metropolitan di Catania e venerdì 16 al Teatro Golden di Palermo arriva uno dei chitarristi e compositori più raffinati della scena brasiliana contemporanea. Un musicista capace di far dialogare la tradizione di Jobim con il jazz americano, la bossa nova con l’improvvisazione
C’è un Brasile che non ha bisogno di palme, spiagge, tramonti e ragazze di Ipanema per farsi riconoscere. Un Brasile che non si lascia imprigionare nella saudade da esportazione, che conosce la lezione di Antônio Carlos Jobim e João Gilberto ma non ha alcuna intenzione di trascorrere il resto della vita a ripeterla. È il Brasile di Chico Pinheiro, chitarrista e compositore di San Paolo, uno di quei musicisti che sembrano possedere un dono raro: rendere semplice ciò che semplice non è affatto.
La sua chitarra non cerca l’effetto spettacolare, non insegue la velocità come dimostrazione di virtuosismo, non ha bisogno di trasformare ogni assolo in una gara di atletica musicale. Preferisce lavorare sulle sfumature, sulle armonie, sugli spazi lasciati liberi dalle note. E soprattutto sul ritmo, quel misterioso equilibrio fra precisione e abbandono che nella musica brasiliana diventa quasi una seconda lingua.
Dopo l’apertura affidata alla voce soul e jazz di China Moses, la rassegna Catania Jazz cambia registro e presenta Pinheiro in due appuntamenti: giovedì 15 ottobre al Teatro Metropolitan di Catania e venerdì 16 al Teatro Golden di Palermo. Un passaggio dal soul afroamericano alla sofisticata architettura ritmica brasiliana che racconta, meglio di molte dichiarazioni programmatiche, l’idea di jazz come territorio aperto, continuamente attraversato da culture differenti.
Pinheiro appartiene a una generazione di musicisti brasiliani cresciuti con la consapevolezza che la grande stagione della bossa nova non fosse un punto d’arrivo, ma una porta da attraversare. Nella sua musica convivono l’eleganza armonica di Jobim, la libertà di Wayne Shorter, il lirismo di Pat Metheny e una concezione del fraseggio che deve molto alla tradizione chitarristica del suo Paese. Il risultato non è una fusione artificiosa di generi, ma un linguaggio personale, nel quale le radici brasiliane restano riconoscibili anche quando la musica prende strade imprevedibili.
Sulla lunghezza d’onda di Pat Metheny

Per comprendere Chico Pinheiro bisogna partire da San Paolo, la metropoli nella quale è nato e si è formato. Una città smisurata, caotica, attraversata da tradizioni musicali che convivono senza necessariamente mescolarsi: samba, choro, MPB, jazz, musica classica, rock. Un laboratorio permanente nel quale la contaminazione non è un progetto estetico, ma una condizione quotidiana.
Pinheiro ha cominciato a suonare la chitarra da bambino, sviluppando presto un rapporto quasi istintivo con lo strumento. Eppure, la sua musica non è mai diventata un semplice esercizio di bravura. L’interesse per l’armonia, la composizione e l’improvvisazione lo ha portato a costruire un linguaggio nel quale la tradizione brasiliana incontra il jazz contemporaneo senza perdere la propria identità.
Per Pinheiro non esistono compartimenti stagni, né la necessità di decidere dove finisca la bossa nova e dove cominci il jazz. Le influenze convivono nella sua scrittura perché fanno parte della stessa educazione sentimentale. Nella sua musica si avverte la lezione di Jobim, soprattutto nella capacità di costruire melodie che sembrano naturali anche quando nascondono passaggi armonici sofisticati. Ma c’è anche l’eredità di Edu Lobo, di Guinga e della grande scuola chitarristica brasiliana, dove lo strumento non si limita ad accompagnare una voce: diventa esso stesso orchestra, sezione ritmica e narratore.
Non è casuale che Pat Metheny abbia espresso una grande ammirazione per il chitarrista brasiliano. I due condividono un’idea della musica fondata sulla cantabilità, sulla ricerca timbrica e su una scrittura che non sacrifica mai l’emozione alla complessità.
San Paolo e New York, due città nella stessa chitarra
Da tempo Pinheiro vive a New York, una città che ha modificato profondamente il suo rapporto con la musica e con le proprie radici. Il trasferimento non è stato soltanto un cambiamento geografico, ma anche una trasformazione personale. «È una città molto vibrante», ha raccontato parlando di New York, «ma, d’altra parte, è anche piuttosto solitaria, perché è davvero difficile farsi degli amici».
Da questa esperienza è nato anche City of Dreams, un album nel quale il paesaggio urbano diventa una metafora delle aspettative e delle incertezze di chi lascia il proprio Paese. «Quando ti trasferisci in un posto completamente sconosciuto hai tantissime aspettative», spiega. «Per questo l’ho chiamato City of Dreams: quando mi sono trasferito ero davvero pieno di sogni». E poi arriva una confessione che contiene tutta l’ambivalenza dell’emigrazione: «Adesso sono davvero felice a New York, ma mi manca anche San Paolo. Entrambe le città mi sono molto care».
È una condizione che si riflette nella sua musica. Da una parte il rigore e l’energia del jazz newyorkese, dall’altra la morbidezza ritmica, la malinconia e la sensualità della tradizione brasiliana. Due mondi che nella sua chitarra non si contrappongono, ma si alimentano reciprocamente. Non è il Brasile da cartolina dei cocktail sulla spiaggia. È un Paese più complesso, urbano e inquieto, capace di trasformare la nostalgia in movimento e la malinconia in ritmo.
Da Jimi Hendrix alla bossa nova, senza passare per le etichette
C’è un particolare curioso nella formazione di Pinheiro: prima di innamorarsi delle corde di nylon e della raffinatezza armonica brasiliana, il suo eroe era Jimi Hendrix. «Il mio primo strumento è stato la chitarra elettrica», ha raccontato. «E ho cominciato a suonare grazie a Jimi Hendrix».
A dodici anni era già entrato in uno studio di registrazione per incidere un jingle radiofonico. «Ricordo che ero molto nervoso, ma suonare la chitarra è sempre stato naturale per me. Fin dalla prima volta che ho preso in mano lo strumento». E c’è un altro dettaglio rivelatore: «Quando ho cominciato a lavorare non sapevo leggere la musica. Riconoscevo alcuni accordi, ma praticamente facevo tutto a orecchio». Una formazione istintiva che non gli ha impedito di sviluppare una tecnica formidabile, ma gli ha lasciato un rapporto diretto e fisico con il suono.
Forse è anche per questo che Pinheiro diffida della musica troppo cerebrale. «La cosa più interessante sono tutte le intersezioni che puoi trovare fra rock, musica classica e musica brasiliana», spiega. «Hanno tutte degli elementi in comune e io amo questa cosa». Poi aggiunge: «Altrimenti il risultato suona un po’ accademico. Quando scrivo e quando suono cerco di essere il più intuitivo possibile». E ancora, quasi a voler liquidare con una battuta l’eterna contrapposizione fra tecnica e piacere: «Il fatto che sia divertente non significa che non possa essere serio».
Un Brasile che non vive soltanto di nostalgia

La musica di Pinheiro non è però estranea alla storia e alla memoria del suo Paese. In Estrada Real, per esempio, il chitarrista evoca l’antica strada coloniale lungo la quale veniva trasportato l’oro brasiliano, un percorso legato anche alla storia della schiavitù. «Ha molto a che fare con la schiavitù e con la storia del Brasile», racconta. «Ci sono stato molte volte, è una strada bellissima».
La composizione nasce proprio dal rapporto emotivo con quei luoghi. «Quando ho cominciato a scriverla, mi sono ritrovato immediatamente su quella strada. È qualcosa di molto emozionante per me. Vorrei che anche il pubblico potesse sentire quell’emozione, che ha a che fare con il Brasile e con la mia giovinezza». È questa la dimensione più interessante del suo lavoro: la capacità di raccontare il Brasile senza ricorrere agli stereotipi, trasformando la memoria personale in un linguaggio universale.
I concerti siciliani offriranno l’occasione di ascoltare questa sintesi attraverso il Chico Pinheiro Quartet, una formazione nella quale la scrittura e l’improvvisazione si alimentano reciprocamente. La complessità ritmica brasiliana incontra il fraseggio del jazz moderno, mentre la chitarra mantiene una qualità quasi vocale, come se ogni frase strumentale nascondesse una canzone.
Dopo l’energia soul di China Moses, Catania Jazz propone dunque un’altra idea di musica senza frontiere. Non una semplice escursione esotica, ma l’incontro con un artista che ha saputo trasformare le proprie radici in una lingua internazionale. «Mia madre organizzava delle jam session in casa», ricorda Pinheiro. «È quella la musica che porto nel cuore».
La musica può attraversare oceani, cambiare città, contaminarsi con altri linguaggi e diventare sempre più sofisticata. Ma se conserva qualcosa del luogo da cui proviene, non perde mai la propria voce.
Chico Pinheiro Quartet sarà in concerto giovedì 15 ottobre alle ore 21 al Teatro Metropolitan di Catania e venerdì 16 ottobre, sempre alle 21, al Teatro Golden di Palermo. Due appuntamenti in esclusiva italiana, nell’ambito della stagione 2026-2027 di Catania Jazz.
