Interviste

“Come Impastato siamo megafono di voci inascoltate”

– Venerdì 8 maggio a Cinisi il collettivo di cantautrici “Canta fino a dieci”, insieme al regista Matteo Garrone e all’attivista MassimoGino Milani, riceverà il premio intitolato al giornalista. Sabato 9 il concerto. Parliamo con Irene Buselli, una delle fondatrici con Anna Castiglia, Rossana De Pace, Francamente e Cheriach Re
– Il gruppo è diventato un «collettore di esperienze diverse» per affermare il ruolo della donna in una scena musicale che le vede spesso isolate, invisibili. «I numeri continuano a essere sempre quelli: nei festival, nelle classifiche, i nomi femminili sono una minoranza. Di contro c’è una grande crescita di cantautrici della scena indipendente»

Torino, inverno 2021. Le strade sono ancora segnate dal silenzio della pandemia, i locali chiusi, i concerti sospesi. È in questo vuoto che cinque giovani cantautrici decidono di non aspettare. Scendono per strada, suonano nelle piazze, nelle metropolitane, negli spazi improvvisati. Non è solo musica: è una dichiarazione di esistenza.

La storia del collettivo

«Se non ci danno spazio, ce lo prendiamo». È da lì che nasce “Canta fino a dieci”, un collettivo destinato a cambiare il modo di stare sul palco — e forse anche qualcosa di più profondo. All’origine del progetto ci sono cinque nomi, cinque percorsi distinti che si intrecciano a Torino: Anna Castiglia, catanese di origine e da anni adottata dalla scena piemontese; Rossana De Pace, pugliese che dopo anni nel capoluogo sabaudo si è trasferita a Milano; Francamente, al secolo Francesca Siano che sotto la Mole è nata e, dopo un periodo vissuto a Berlino, ora abita a Milano; Cheriach Re (Valeria Rossi, da Como) e la genovese Irene Buselli.

Arrivano da esperienze diverse: chi dalla formazione teatrale, chi dalla scrittura più intima, chi da percorsi musicali già avviati. Ma tutte condividono una sensazione precisa: quella di essere poche, isolate, spesso invisibili. «Non volevamo più essere l’eccezione in cartellone», spiegano. «Una donna ogni dieci artisti. Abbiamo deciso di ribaltare la proporzione».

Il nome del collettivo nasce proprio da qui: “Canta fino a dieci”. Un invito ironico e politico allo stesso tempo. Contarsi, arrivare almeno a dieci, per dimostrare che il problema non è la mancanza di talento, ma di spazio. All’inizio è tutto spontaneo. Non c’è un manifesto scritto, né una struttura definita. Solo l’idea di cantare insieme.

Le prime esibizioni sono corali, ibride: ognuna porta i propri brani, ma nessuna resta sola. Le voci si intrecciano, gli strumenti passano di mano. Il palco smette di essere un luogo individuale e diventa uno spazio condiviso. Con il tempo, quella rete si allarga. Al nucleo originario si affiancano nuove artiste. «Abbiamo cominciato a includere in ogni evento delle cantautrici esterne, ma il nucleo di coordinamento restiamo noi cinque», spiega Irene Buselli. 

  • Chi sono le cantautrici che si avvicinano al vostro collettivo. Voi, tranne Francamente e Anna Castiglia che hanno provato l’esperienza dei talent, appartenente al mondo alternativo.

«Noi cinque ci siamo formate anche prima della partecipazione a “X Factor”, poi Francamente e anche Anna Castiglia l’hanno fatto. In generale, l’“incidente” del talent non ha toccato il collettivo, nel senso che le cantautrici che incontriamo fanno parte della scena cittadina».

  • Non avete mai pensato di formare un gruppo come quello americano delle Boygenius con Phoebe Bridgers, Julien Baker e Lucy Dacus?

«In qualche modo lo siamo già, nel senso che il principio è quello di suonare insieme ed è la cosa che facciamo più spesso e volentieri. Dall’altra parte ci piace l’idea che rimanga un collettivo, sia perché ci piace che rimangano questi margini permeabili per cui le persone possono entrare e uscire e che ogni concerto abbia una formazione potenzialmente diversa. Poi il fatto di non essere una band ci permette di fungere da megafono per tutte le realtà del territorio, per tutte le cantautrici che vogliono essere rappresentate dal nostro collettivo. Ci piace non essere semplicemente un gruppo di persone fisso, ma piuttosto un collettore di esperienze diverse».

Il “gender gap” nell’industria musicale

Definirlo solo collettivo musicale sarebbe riduttivo. “Canta fino a dieci” nasce con un’intenzione precisa: intervenire sul “gender gap” nell’industria musicale italiana. «Non è solo una questione di numeri», dicono. «È il modo in cui veniamo raccontate, ascoltate, giudicate».

Il loro approccio è transfemminista e si traduce in pratiche concrete: rifiuto della competizione interna; valorizzazione della collaborazione; condivisione di contatti, spazi e opportunità; costruzione di concerti come esperienze collettive. Sul palco, questo si vede chiaramente. Non c’è una frontwoman fissa, non c’è gerarchia. Chi canta cambia, chi accompagna pure. Il pubblico assiste a qualcosa di raro: una scena senza centro.

È una battaglia simbolica ma concreta, che riguarda il modo in cui le artiste vengono inserite nei festival, nelle playlist, nei media. In questo senso, “Canta fino a dieci” non si limita a esibirsi: costruisce un immaginario. Propone un’alternativa a un sistema ancora fortemente sbilanciato.

  • In questi cinque anni di attività avete percepito qualche cambiamento?

«I numeri continuano a essere sempre quelli. Se si va a guardare nelle line-up dei festival, nelle classifiche delle radio, nelle playlist i nomi femminili sono una minoranza e spesso nelle classifiche ci sono cantanti interpreti e non autrici dei loro pezzi. Di contro, penso che negli ultimi tempi ci sia stato un grande movimento a livello di cantautrici della scena indipendente, Giulia Mei, Francamente…. Speriamo che fra una generazione non si dica più: “Ah, l’unica è Carmen Consoli, a seguire Levante”».

  • Come ve lo spiegate? Tutte voi cinque avete vinto una enorme quantità di premi. Oggi le cantautrici prevalgono spesso nei contest. Eppure, non riescono a ottenere una maggiore visibilità.

«Credo sia dovuto a una molteplicità di fattori. Intanto, c’è la discografia che negli ultimi anni si è incancrenita nel cercare quello che già funziona e, quindi, replicando il passato ti perdi le cose che non sono simili al passato. E poi c’è la tendenza a pensare che il cantautore sia un uomo, nonostante siano passati tanti anni e tante cantautrici nel mezzo. Poi ci sono tante altre pressioni più culturali, anche interne. Per esempio, c’è una differenza di sicurezza con cui una cantautrice si propone rispetto a un omologo maschile. Oppure le richieste a livello estetico che sono diverse per uomini e donne. O, ancora, quanto una persona si lascia abbattere da una serie di aspetti del lavoro che sono stati costruiti intorno a un mondo maschile: si pensi banalmente ai tecnici, che sono uomini, i discografici anche. Molto probabile che qualcuno cerchi di spiegarti come si monta l’asta del microfono anche se hai fatto mille concerti. Una serie di aspetti che ti mettono un po’ di micropressioni. Culturalmente siamo abituate a evitare di imporci facendo la voce grossa, magari per gli uomini è diverso. Tante cose concorrono al fatto che è molto difficile scardinare questo sistema, anche perché alcune disparità neanche si percepiscono. Basti pensare che quasi il 90% degli autori di canzoni italiane sono uomini».

Il premio “Peppino Impastato”

Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giornalista, conduttore radiofonico e attivista italiano, membro di Democrazia Proletaria e noto per le sue denunce contro le attività di Cosa nostra, a seguito delle quali fu assassinato il 9 maggio 1978

Il collettivo di cantautrici “Canta fino a dieci” venerdì 8 maggio a Cinisi riceverà il Premio “Peppino Impastato”, che – come dichiara la nipote Luisa Impastato – «incarna la nostra idea di antimafia sociale e mira a sostenere un’arte che sia espressione di una coscienza attiva e impegnata contro la mafia e per la difesa dei valori costituzionali dell’antifascismo e del rifiuto della guerra».

  • Cosa accomuna “Canta fino a dieci” a Peppino Impastato, al di là della lotta contro tutte le mafie?

«Se vogliamo mantenere la metafora che facevo prima del megafono, penso che, con importanza diversa, con valori diversi e momenti diversi, abbiamo provato a fare entrambi la stessa cosa. Lui cercando di far passare il suo urlo “La mafia è una montagna di merda” attraverso le onde radio, noi in qualche modo cerchiamo di fare lo stesso per far emergere una realtà che sembra nascosta, che sembra non si possa mettere in discussione, come se lo status quo non si potesse cambiare. È un paragone che richiede una certa dose di umiltà, ma l’idea per entrambi è la stessa: amplificare il più possibile una voce che altrimenti rimarrebbe inascoltata».

Il format 

“Da sole siamo una voce. Insieme siamo un coro”, è il messaggio che le cantautrici di “Canta fino a dieci” lanciano ai loro concerti. E lo ribadiranno sabato 9 maggio, quando, dopo il corteo che si snoderà dalla sede storica di Radio Aut a Terrasini fino a Cinisi, davanti alla casa natale di Impastato, si terrà il “Concerto per Peppino Impastato”. Irene Buselli non ci sarà («sono impegnata a Torino sempre in una iniziativa del collettivo»), ma saranno presenti le colleghe Anna Castiglia e Rossana De Pace, alle quali si uniranno Martina Cirri, Chiara Effe, con la partecipazione di Cico Messina e degli Hate Moss.

«“Canta fino a dieci” è anche un format», sottolinea la cantautrice genovese. «Il nostro modo di provare a fare questa piccola rivoluzione è quello di salire sul palco per fare quello che sappiamo fare, che è cantare le nostre canzoni, semplicemente facendolo insieme e prestandoci a vicenda le voci e gli strumenti. All’inizio era una chitarra e cinque voci, adesso ampliando la formazione a volte ci può essere la cantautrice che suona il basso, o quella che è anche batterista, e quindi ci si mette al servizio delle altre di volta in volta. Il format è proprio questo: ciascuna porta la propria musica sul palco e tutte le altre mettono le loro competenze al servizio, in modo che si creino tante piccole band a ogni evento diverso».

La «matematica impenitente» e la cantautrice

Irene Buselli
  • Tu, come si legge nella scheda di presentazione di Musicultura 2024, sei una «matematica penitente», che «di giorno si occupa di intelligenza artificiale e di notte indaga quella umana scrivendo canzoni». Quindi, non posso esimermi dal chiederti qual è il tuo rapporto con l’IA?

«Devo premettere che mi occupo di IA da diversi anni, quasi dieci ormai. Quello che chiamavamo IA all’epoca e sulla quale faccio ricerca io non è la stessa di adesso. O, almeno, non è quella che tendiamo a utilizzare con questo termine per identificare i modelli di linguaggio generativi, quindi “Chapt Gpt”. Intelligenza artificiale è tutto: è tutto quello che governa i motori di ricerca, quello che fa arrivare in orario i treni, quello che domina le rotte aeree. Io mi sono sempre occupata di una IA che sta al servizio degli esseri umani ma un po’ dietro, senza farsi troppo vedere. È chiaro che questi modelli ci pongono delle domande. Visto che comunque è evidente che questa macchina sappia fare molto bene la mimesi del comportamento e del linguaggio umano e che crei delle cose che sono molto poco distinguibili da quelle realizzate dagli esseri umani, penso sia più interessante porsi questa domanda: “Cosa c’è di realmente umano in quello che creiamo noi e, quindi, cosa vogliamo creare di distinguibile da una macchina?”. Perché queste macchine matematicamente funzionano generando il risultato più probabile sulla base di dati del passato, di parole e musiche che hanno in archivio. Ora è vero che la creatività umana si basa ugualmente sull’aver appreso la musica del passato, ma ha anche una componente di originalità che possiamo chiamare ispirazione, talento. Che è qualcosa un po’ meno del rimasticamento del passato nell’ottica di avere un prodotto probabilmente più piacevole. Insomma, si dovrebbero utilizzare delle metriche diverse rispetto a quelle che ottimizza l’algoritmo. È chiaro che è spaventoso per certi versi e che l’IA creerà diversi problemi. Alcuni già li vediamo: fotografie che non sappiamo se siano vere o false, musica per sottofondo che non ha più nessuno che la scrive e la suona, e quindi anche la questione del diritto d’autore. L’altro giorno ho visto che sono usciti dei featuring fra Ed Sheeran e Shakira completamente generati dall’IA, che non sono reali. Non ti puoi spacciare per Shakira senza che nessuno ti abbia dato l’autorizzazione, però è un settore ancora poco normato e questo è un problema urgente da affrontare».

  • Questa è l’Irene «matematica penitente», invece l’Irene che di notte indaga negli animi scrivendo canzoni? Sono trascorsi tre anni dall’album Io, io, io. 

«Tre anni non sono troppi, perché in generale sarebbe meglio non pensare di dover essere un calzaturificio con tempi dettati dall’esterno. In effetti, comunque, è passato un po’ troppo tempo. Spero di farlo tra non molto. La mia musica, come quella delle mie colleghe, si prende più tempo rispetto alla moda di pubblicare continuamente singoli». 

Venerdì 8 maggio il collettivo “Canta fino a dieci” riceverà il Premio “Peppino Impastato” insieme al regista Matteo Garrone e all’attivista MassimoGino Milani. La premiazione si svolgerà al Cine Alba di Cinisi. Nel corso degli anni il Premio è stato assegnato a figure di primo piano del panorama culturale e artistico, tra cui Ascanio Celestini, Carmen Consoli, Alessandro Mannarino, Roy Paci, Marlene Kuntz e Teresa Mannino. Sabato 9 si terrà il concerto a Cinisi, davanti alla casa natale di Impastato.

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