– Esce “Come Back Home”, album d’esordio del collettivo guidato da Damien Mahoney, con la voce di Ruth Blake. Un disco contro il potere, dieci canzoni tra soul, dub, funk, hip-hop e folk che raccolgono l’eredità della città dei Joy Division e degli Smiths, trasformando la disillusione politica in un appello alla solidarietà
Manchester non ha mai avuto un rapporto pacifico con il potere. Prima le fabbriche, poi la disoccupazione, la rabbia operaia, le periferie dimenticate. E in mezzo una colonna sonora che ha raccontato meglio di molti discorsi politici le contraddizioni della società britannica. Dai Joy Division agli Smiths, dai Fall agli Happy Mondays, fino alla rivoluzione elettronica della Haçienda, la città ha trasformato alienazione, disagio e desiderio di riscatto in una delle più straordinarie stagioni della musica contemporanea. Non sempre si è trattato di canzoni esplicitamente politiche, ma quasi sempre di musica incapace di ignorare il mondo che la circondava.
A quella tradizione sembrano guardare i Caulbearers, collettivo di Manchester guidato da Damien Mahoney, che oggi 30 ottobre pubblica Come Back Home, il suo primo album. Dieci brani che mescolano soul, funk, hip-hop, dub, indie pop, nu jazz e folk per raccontare una società sempre più divisa, nella quale la solidarietà rischia di diventare un concetto fuori moda. Il disco arriva quindici anni dopo l’EP More Lie Deep del 2011: una lunga attesa che racconta anche il percorso indipendente di una formazione poco interessata alle regole dell’industria discografica.

Nati nel 2007, i Caulbearers sono più un laboratorio musicale che una band tradizionale. Attorno a Mahoney ruotano musicisti e collaboratori provenienti dal Regno Unito e dall’Europa, uniti da un’etica rigorosamente DIY che riguarda ogni aspetto del progetto, dalla scrittura alla produzione, dalla grafica ai videoclip. La loro musica attraversa generi e linguaggi diversi, recuperando quella libertà espressiva che a Manchester ha spesso rappresentato un antidoto alle convenzioni del mercato.
Del resto, nella città che ha dato i natali alla Factory Records, l’indipendenza è stata qualcosa di più di una strategia commerciale. Tony Wilson e i suoi artisti ne fecero una dichiarazione culturale, spesso economicamente disastrosa ma artisticamente decisiva. E se i Joy Division trasformavano l’angoscia individuale in un paesaggio sonoro universale, Mark E. Smith e i Fall praticavano una forma di antagonismo corrosivo, mentre Morrissey e Johnny Marr raccontavano l’Inghilterra dei perdenti, degli esclusi, di chi non trovava posto nella retorica trionfante del thatcherismo.

La Manchester dei Caulbearers è naturalmente un’altra città. Più multiculturale, attraversata da nuove disuguaglianze, dalle trasformazioni immobiliari e dalle contraddizioni della rigenerazione urbana. Ma il rapporto fra musica e territorio continua a essere centrale. E in Come Back Home il paesaggio urbano diventa il punto di partenza per una riflessione che supera i confini britannici.
A cosa possiamo tornare? La casa è la terra, la famiglia, le radici e il patrimonio culturale? La somma delle nostre esperienze e dei legami che creiamo? O le identità che rivendichiamo, siano esse legate alla sessualità, al genere, alla politica o al credo? Sono parte di noi o maschere che ci danno un senso di appartenenza, uno scopo e un’identità? Possiamo sentirci a casa nel mondo?
Si tratta di domande di grande rilevanza in un momento in cui identità, nazionalità e razza vengono strumentalizzate per dire alle persone che non appartengono a un luogo, e in cui altre sono state a lungo costrette ad abbandonare le proprie case a causa del colonialismo, della guerra e dei cambiamenti climatici. Damien Mahoney, “mente” dei Caulbearers, spiega: «Non ho un’idea precisa di cosa significhi per me tornare a casa. Per me è un ciclo: sono attratto da diversi aspetti di essa e mi ci aggrappo in momenti diversi».
Dal coro di voci angeliche che annuncia l’apertura di Harpses al funk celebrativo del brano conclusivo Once Inseparable, Come Back Home ci conduce negli inferi della psiche umana, esplorando le tensioni tra sé, anima e società. Lungo il percorso, l’album affronta temi come il tumulto interiore, la protesta, il colonialismo, l’iniziazione e la spiritualità, prima di riemergere nella gratitudine e nella resilienza di Burst Through The Borders, trovando infine conforto, una connessione più profonda e un senso di “casa” nella sua conclusione.
Accanto al suo viaggio interiore, l’album rivolge la sua rabbia contro la società fortemente gerarchica del Regno Unito e di altri Paesi: un sistema così radicato nel tessuto della vita quotidiana da essere diventato quasi invisibile, sfuggendo così al disprezzo che meriterebbe, mentre altri bersagli più facili si prendono la colpa.
Il ritornello di Truth è stato ispirato dal ritmo e dalla struttura dei canti dei monaci tibetani, che invitarono Mahoney a registrarli durante una preghiera nell’insediamento di rifugiati di Bylakuppe, nel sud dell’India. La melodia vocale e del violoncello di Paths è stata influenzata da un mantra devozionale ascoltato una volta in India, mentre Mahoney si stava riprendendo da una malattia in ospedale; sotto di esso, una linea di basso fonde riff techno con la trance Gnawa. Small Space esplode con fiati cubani e un sassofono sempre più frenetico mentre il brano raggiunge il suo culmine.
«Le canzoni raramente raccontano storie in senso stretto, esprimono piuttosto stati d’animo, profondi stati emotivi o mondi paralleli in cui entriamo, dove scenari, prospettive e protagonisti possono cambiare e trasformarsi con una qualità onirica», afferma Damien Mahoney. «Dai momenti di difficoltà e incertezza a volte nascono canzoni positive. Le parole stesse possono essere fonte di guarigione, un promemoria che la trasformazione e il rinnovamento sono possibili».
Il brano manifesto è Brothers At The Wheel, una lunga composizione che racconta il progressivo risveglio politico di chi ha smesso di credere alle promesse dei governanti. All’inizio c’è ancora la speranza ingenua che chi detiene il potere possa cambiare rotta prima del disastro. Poi arriva la consapevolezza che parole rassicuranti e impegni solenni servono troppo spesso soltanto a conservare lo stato delle cose.
La ruota del titolo è la metafora di un sistema economico e politico che continua a girare per produrre profitto e perpetuare il potere, senza preoccuparsi delle conseguenze sulle persone, sulle comunità e sul pianeta.Un meccanismo apparentemente inarrestabile, alimentato anche dalla rassegnazione di chi lo subisce.
La canzone traduce questa idea in musica attraverso un ritmo insistente, quasi meccanico, sul quale archi, basso e tastiere sembrano imprigionati in una sequenza circolare. Poi qualcosa cambia. La struttura si apre, il tempo si modifica e la voce di Ruth Blake, artista folk dalla vocalità eterea, introduce una dimensione completamente diversa. È un canto senza parole, malinconico e insieme solenne, che sembra voler recuperare una forma di umanità dentro il rumore degli ingranaggi.
L’arrangiamento cresce progressivamente: le chitarre si sovrappongono, emergono violoncello e violino, basso e batteria acquistano peso, fino a un crescendo orchestrale che lentamente si dissolve. La rabbia lascia spazio a qualcosa che assomiglia alla speranza, senza però cancellare le ragioni della protesta.
Non è difficile riconoscere in questa costruzione musicale alcune delle caratteristiche più interessanti della tradizione alternativa britannica: la contaminazione fra linguaggi, la tensione fra elettronica e strumenti acustici, la capacità di utilizzare il ritmo come elemento narrativo. Ma i Caulbearers sembrano guardare anche oltre Manchester, verso il dub politico di Adrian Sherwood, le contaminazioni dei Massive Attack e quella stagione in cui il trip-hop riusciva a trasformare il disagio metropolitano in atmosfere sospese e inquietanti.

A rendere ancora più esplicito il messaggio di Brothers At The Wheel è il videoclip realizzato dall’artista visivo Latent Variables, che mescola animazione, fotografia e riprese dal vivo. Il mondo appare letteralmente in frantumi: persone, edifici, piante e paesaggi si disgregano, perdono forma, si riducono a pezzi. La metafora è semplice ma efficace. Una società costruita sulla competizione e sull’accumulazione finisce per distruggere anche i legami che dovrebbero tenerla insieme. E ricostruirli richiede un gesto collettivo.
Per alcune sequenze Mahoney ha collaborato con J Chambers, rapper, poeta e artista reggae della scena di Manchester, filmando luoghi del proprio quartiere. Edifici abbandonati, facciate sbarrate, spazi urbani segnati dal degrado si alternano ai murales realizzati dagli artisti locali. Sono immagini di una città lontana dalle cartoline della rinascita culturale e dai nuovi quartieri alla moda.
«Vedo i due murales presenti nel video quasi ogni giorno, dato che sono molto vicini a casa mia», racconta Mahoney. «Portano una ventata di bellezza, natura e speranza, di cui c’è un grande bisogno in un ambiente così urbano. Vivo in una zona multiculturale e sento che sia la canzone che il video esprimono l’idea di una lotta condivisa da molte persone, che riecheggia in altre strade, in altre parole, in altre lingue».

È forse questo il passaggio più significativo del progetto. La protesta non viene presentata come una questione individuale, ma come il riconoscimento di una condizione comune. Le disuguaglianze economiche, la crisi ambientale, l’emarginazione sociale e la perdita di fiducia nelle istituzioni non appartengono a una sola città o a una sola generazione. Cambiano le lingue, i quartieri, le forme della rabbia, ma il meccanismo resta sorprendentemente simile.
In questo senso Come Back Home si inserisce in una storia musicale che, da Manchester, attraversa buona parte dell’Inghilterra contemporanea. Una storia nella quale la denuncia sociale non è mai stata esclusiva del punk. Basti pensare alla capacità dei New Order di trasformare le macerie del post-punk in musica da ballare, alla psichedelia urbana degli Happy Mondays, oppure alle contaminazioni fra funk, reggae e cultura dei club che hanno contribuito a ridisegnare il suono britannico.
I Caulbearers recuperano qualcosa di quella libertà, rifiutando l’idea che una canzone politicamente consapevole debba necessariamente essere aggressiva o costruita intorno a uno slogan. Al contrario, la presenza di Ruth Blake introduce una dimensione intima, quasi contemplativa, che rende ancora più evidente il contrasto fra la violenza dei meccanismi sociali e la fragilità delle persone.
Anche la produzione racconta questo legame con la scena britannica. Al missaggio ha lavorato Seadna McPhail, già collaboratore di Badly Drawn Boy, Jah Wobble, Everything Everything, I Am Kloot e Happy Mondays. Le registrazioni sono state realizzate da Mahoney e Chris Hamilton presso i Toast Recordings e da McPhail agli Airtight Studio. Il mastering è firmato da Jim Spencer, il cui curriculum comprende New Order, Johnny Marr, Charlatans e Factory Floor.
Non si tratta soltanto di nomi prestigiosi da esibire nei crediti. Sono musicisti e tecnici che, in modi differenti, hanno partecipato alla costruzione di un’identità sonora britannica fondata sull’incontro fra rock, elettronica, ritmi neri e sperimentazione.
Il titolo Come Back Home suggerisce infine una chiave di lettura meno immediata. Tornare a casa non significa necessariamente cercare rifugio nel passato, né coltivare la nostalgia di una comunità perduta. Può voler dire ritrovare un luogo comune, uno spazio di appartenenza che non coincida con confini geografici o identità esclusive. Una casa da ricostruire, piuttosto che un paradiso da rimpiangere.
È un messaggio che acquista un significato particolare in un’epoca dominata dalla polarizzazione politica, dalla solitudine digitale e da una retorica pubblica che sembra prosperare soprattutto sulle divisioni. Mentre buona parte del pop contemporaneo preferisce rifugiarsi nell’autobiografia sentimentale o in una generica estetica del disagio, i Caulbearers riportano al centro una domanda collettiva: che cosa succede quando smettiamo di considerarci responsabili gli uni degli altri?
Dalla Manchester industriale dei Joy Division a quella multiculturale dei Caulbearers sono cambiate molte cose. Le fabbriche hanno lasciato spazio ai complessi residenziali, i vecchi magazzini sono diventati locali e appartamenti costosi, la ribellione è stata spesso trasformata in un marchio da vendere ai turisti. Eppure, sotto la superficie della città rigenerata, continuano a muoversi le stesse domande sul lavoro, sul potere, sull’identità e sulla possibilità di una vita diversa.
La ruota continua a girare. Il problema, suggeriscono i Caulbearers, non è soltanto chi la governa. È capire per quanto tempo ancora saremo disposti a spingerla.

