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Playlist #182. Il capolavoro postumo

– I segnali sonori più interessanti della settimana. Arriva dall’Aldilà “The Same Place” degli Olivia Tremor Control, un monumento alla psichedelia americana che ha il sapore dolceamaro di un testamento: Bill Doss è morto nel 2012, Will Cullen Hart nel 2024. Meraviglia “live” di Samara Joy
– Meno desert rock, più profondità per i Queens of the Stone Age. I DIIV escono dalla nebbia. “Awesome” di Heathers è un concentrato di garage rock sgangherato. L’onesto hard rock  dei Nickelback. Gli incubi di Dadà e la magia nera di Francesca Michielin. Il folk rock alternative di SILVI

💿 THE OLIVIA TREMOR CONTROL – “The Same Place”

Ci sono dischi che arrivano in ritardo e altri che sembrano arrivare dall’Aldilà. The Same Place appartiene a entrambe le categorie. Ventisette anni dopo Black Foliage, gli Olivia Tremor Control completano il loro terzo e ultimo album, un monumento alla psichedelia americana che ha il sapore dolceamaro di un testamento. Bill Doss è morto nel 2012, Will Cullen Hart nel 2024. Eppure, le loro voci continuano a inseguirsi in queste ventisette tracce, registrate nell’arco di molti anni e finalmente ricomposte in un mosaico sonoro di straordinaria vitalità. 

Il collettivo Elephant 6, che aveva reinventato i Beatles attraverso il filtro del lo-fi e dell’avanguardia, ritrova qui una delle sue espressioni più visionarie. Begin Now! spalanca le porte di un luna park psichedelico, Advice from the Oceans mescola melodie luminose e inquietudini sotterranee, The Spinning Continuous si avventura in territori quasi krautrock. Halfway Down e Garden of Light dimostrano quanto questi musicisti sapessero scrivere canzoni pop perfette prima di smontarle e disperderne i frammenti. La suite Path of the Parallels, articolata in sette movimenti, è un labirinto di nastri, armonie vocali, rumori e intuizioni melodiche. Si incontrano i Beatles di Revolver, Syd Barrett, i Beach Boys più sperimentali e una malinconia che nessuna nostalgia riesce ad addomesticare. Qualche divagazione può apparire dispersiva, ma è proprio nell’eccesso che risiede il fascino del progetto. Non è un’operazione archeologica, né una raccolta di scarti postumi. È un’opera compiuta, sorprendentemente viva, che trasforma l’assenza in presenza. Un addio senza retorica, perché la musica, a differenza dei suoi autori, non conosce la morte.

Giudizio: 9/10. Un capolavoro postumo di pop psichedelico, visionario e commovente. Fra melodie beatlesiane, collage sonori e sperimentazione, gli Olivia Tremor Control consegnano un ultimo album che non si limita a celebrare il passato, ma sembra ancora indicare il futuro.

💿 QUEENS OF THE STONE AGE – “Perfecth”

Josh Homme è tornato dalle catacombe di Parigi, ma sembra aver dimenticato la strada per il deserto. Dopo l’esperienza funerea di Alive in the Catacombs, i Queens of the Stone Age firmano il loro nono album, un disco che conserva il fascino del pericolo rinunciando in buona parte alla brutalità dei riff. Perfecth è un titolo volutamente sbagliato, perché la perfezione, come la felicità, è un’invenzione pubblicitaria. Nove canzoni, trentasei minuti, una band che preferisce l’inquietudine alla potenza.

L’apertura di It’s Only Love ha il passo di un blues spettrale, mentre Insignificant Otherondeggia fra funk, soul e tentazioni bowiane. Where the Goth Girls At? recupera il sarcasmo elettrico dei vecchi Queens, ma è nelle atmosfere più fragili che il disco trova la propria identità: From the Cliff è una confessione quasi folk, Easy Street, con Nikki Lane, una ballata acustica che lascia intravedere le cicatrici dietro la maschera del rocker maledetto. Sunday, già comparsa nell’universo di Iggy Pop, rende esplicita l’ossessione per Bowie. Non tutto funziona: Mono indulge in sperimentalismi un po’ compiaciuti e qualche passaggio sembra cercare l’eccentricità a tutti i costi. Nel finale di Run Away from the Mob, con Dave Grohl alla batteria, riemerge finalmente il terremoto elettrico. Ma sarebbe riduttivo rimpiangere soltanto quello. Homme ha capito che invecchiare nel rock non significa necessariamente suonare più piano: significa avere qualcosa di diverso da raccontare. E, possibilmente, evitare di ripetersi

Giudizio: 8/10. Un disco oscuro, elegante e irregolare, nel quale i Queens of the Stone Age rinunciano alla forza muscolare per esplorare una maturità tormentata. Meno desert rock, più profondità. E qualche salutare imperfezione.

💿 SAMARA JOY – “Live At The Blue Note L.A.”

Ci sono voci che sembrano nate per abitare un jazz club, dove le luci si abbassano, il pubblico trattiene il respiro e ogni nota acquista un peso diverso. Quella di Samara Joy è una di queste. Con Live At The Blue Note L.A., la cantante del Bronx porta fuori dal locale l’atmosfera delle sue esibizioni dal vivo, affidando a cinque brani il compito di restituire la magia di un concerto in presa diretta. Registrato nell’aprile scorso durante una serie di serate sold out al Blue Note di Los Angeles, l’EP è un concentrato di eleganza, controllo e intesa musicale. 

Il repertorio è quello dei grandi classici, da ’Round Midnight a Lush Life, passando per Yesterdays e No More Blues, proposto anche in reprise. Samara non ha bisogno di forzare la mano né di ricorrere a virtuosismi esibiti per dimostrare il proprio talento: governa la voce con naturalezza, alternando precisione e sensibilità, rispettando la tradizione senza trasformarla in un esercizio di nostalgia. Accanto a lei, il settetto accompagna e dialoga, sostenendo il canto senza soffocarlo e contribuendo a quella complicità che è il vero valore aggiunto di una registrazione dal vivo. 

Certo, cinque tracce sono poche per restituire tutta la ricchezza di una performance e l’EP lascia soprattutto la voglia di ascoltare un concerto integrale. Ma la misura non è necessariamente un limite: qui conta la capacità di concentrare l’essenza di una serata in un piccolo spazio sonoro. Del resto, i sei Grammy conquistati, compreso quello per Portrait, il suo ultimo album in studio, confermano che Samara Joy non è soltanto una raffinata interprete del songbook americano, ma una delle voci che stanno avvicinando nuove generazioni al jazz. Live At The Blue Note L.A. ne ribadisce le qualità senza proclami: niente rivoluzioni a tutti i costi, ma una lezione di stile, misura e musicalità. 

Giudizio: 8/10. A volte, per ricordare perché il jazz continui a emozionare, basta una voce capace di far sembrare nuovi anche i classici più frequentati.

💿 HEATHERS – “Awesome”

Il rock è morto, viva il rock. E magari a resuscitarlo sarà un ragazzotto di 23 anni dell’Illinois, con i capelli spettinati, qualche migliaio di follower su TikTok e una collezione di riff rubati alla storia. Si chiama Heath Michael Thomas, si nasconde dietro il nome Heathers e con Awesome debutta direttamente su una major, la Warner, senza aver praticamente fatto gavetta. Miracoli dell’industria discografica nell’era degli algoritmi. Ma, sorpresa, il ragazzo sa suonare. E soprattutto sa scrivere canzoni. Registrato in gran parte da solo, Awesome è un concentrato di garage rock sgangherato, power pop, glam e distorsioni casalinghe che sembrano uscite da una cassetta dimenticata negli anni Settanta. Ci sono i Kinks, i T. Rex, i Cheap Trick, qualcosa degli Strokes e dei primi Hives, ma anche l’irriverenza dei Royal Trux. 

I Believe in You è una dichiarazione d’amore travestita da sberleffo rock, Same Problems un boogie irresistibilmente sfrontato, Carry On un piccolo delirio chitarristico. Thomas canta, sbraita, mugugna, gioca con le parole e con il rumore, mostrando un istinto melodico che molti colleghi più celebrati possono soltanto invidiargli. Non tutto funziona: nella seconda parte il disco perde mordente, la title track e Loving You (is the Easy Way) si impantanano in un dance-punk troppo confuso, mentre qualche velleità di critica sociale suona piuttosto acerba. Ma è proprio questa imperfezione a renderlo simpatico. Awesome non reinventa il rock, ne recupera piuttosto l’allegria irresponsabile, quella che non pretende di cambiare il mondo ma soltanto di alzare il volume. 

Giudizio: 7,5/10. Nell’epoca dei dischi costruiti a tavolino, un po’ di sana cialtroneria può ancora sembrare rivoluzionaria. Purché dietro ci siano le canzoni. E qui, fortunatamente, ci sono.

💿 DIIV – “ZIRP!”

I DIIV hanno deciso di uscire dalla nebbia. O almeno di accendere qualche luce al neon dentro quel paesaggio di chitarre distorte, malinconia e inquietudine che abitano da oltre un decennio. Con ZIRP!, quinto album della band di Zachary Cole Smith, lo shoegaze incontra il pop sintetico di A. G. Cook, produttore legato all’universo di Charli XCX. Un matrimonio apparentemente improbabile, ma meno traumatico del previsto. Dopo le atmosfere plumbee di Frog in Boiling Water, il quartetto americano alleggerisce il suono senza rinunciare alla propria identità. Le chitarre continuano a evocare My Bloody Valentine e Slowdive, ma adesso emergono melodie più immediate, ritmi nervosi, interferenze elettroniche e qualche tentazione hyperpop. 

The Fountain apre con un muro sonoro attraversato da improvvisi bagliori melodici, Dare Me alterna distorsioni e frammenti digitali, Kid è un piccolo gioiello di dream pop disturbato. Trillions, con le sue concessioni all’Auto-Tune, rappresenta invece il punto più controverso di una trasformazione non sempre convincente. Dietro la superficie più luminosa rimane un disco profondamente politico: il titolo rimanda alla politica dei tassi d’interesse zero, mentre i testi raccontano le macerie del capitalismo tecnologico, l’avidità delle multinazionali e un’America sull’orlo del collasso. In Evangelizer e The Crash la denuncia diventa esplicita, talvolta persino didascalica. 

Il problema è che la produzione levigata di Cook sottrae qualche ombra e profondità a una musica che proprio nell’oscurità aveva trovato la propria forza. Ma sarebbe ingeneroso parlare di svolta commerciale. ZIRP! è un disco irregolare, coraggioso, attraversato da una tensione fra accessibilità e sperimentazione che non sempre trova equilibrio. 

Giudizio: 7/10. I DIIV cercano una via d’uscita dall’apocalisse. Non l’hanno ancora trovata, ma almeno hanno smesso di contemplarla immobili.

💿 NICKELBACK – “Everything Under The Sun”

«La musica e i concerti devono offrire soprattutto l’opportunità di allontanarsi da quello che accade nel mondo, godersi la vita insieme a persone che condividono gli stessi interessi e non cercare di dividere ma unire». Per Mike Kroeger, bassista dei Nickelback, il rock conserva ancora questa funzione, in un mondo attraversato da guerre e divisioni. Quattro anni dopo Get Rollin’, la band canadese torna con Everything Under The Sun, che raccoglie le sue diverse anime, dal rock più aggressivo di Rattle the Cage con John 5, ai brani più melodici.

«Il titolo racchiude l’ampiezza dei temi affrontati e la varietà di suoni e stili che caratterizzano le canzoni dell’album. È un disco estremamente eterogeneo, con brani molto diversi tra loro. Everything Under The Sun sintetizza perfettamente questa ricchezza e diversità. Credo sia il modo migliore per rappresentare un album che cerca di abbracciare ogni cosa».

Giudizio: 6/10. Onesto hard rock a stelle e strisce.

💿 DADÀ – “Viscera”

Dadà ha smesso di raccontare le favole della buonanotte. Adesso le sue storie servono a tenere svegli, possibilmente con qualche incubo. In Viscera, Gaia Eleonora Cipollone abbandona l’innocenza apparente di Core in fabula per avventurarsi nel lato oscuro della tradizione popolare, tra streghe, vendette, demoni interiori e ferite sentimentali ancora aperte. Otto brani nei quali il napoletano arcaico incontra l’elettronica, il trip hop si mescola al neofolk e il tribalismo diventa una pulsazione sotterranea. La voce resta quella di sempre, infantile e sensuale, ma stavolta dietro il sorriso si nascondono denti affilati.

Mela wela è una filastrocca avvelenata sulle relazioni tossiche, Vurria recupera parole e fantasmi di un dialetto dimenticato, mentre La rosellina e le suore trasforma una delicata parabola floreale in una storia di sfruttamento e abbandono. La crudele Mamma formiconasembra uscita da un racconto dei fratelli Grimm prima della censura disneyana; Meurt de paur gioca con il sacro e il profano, Taki taki evoca mostri orientali. Le produzioni condivise con Retrohandz e Fato W costruiscono un paesaggio sonoro suggestivo, anche se talvolta l’abbondanza di trovate e simbolismi rischia di soffocare la sostanza musicale.

Il merito di Dadà è quello di non utilizzare il folklore come cartolina turistica o esercizio nostalgico, ma come materia viva, inquieta, contemporanea. Il limite è una certa teatralità insistita, che a tratti sembra chiedere più attenzione alla messinscena che alle canzoni. Eppure, Viscera conferma una delle personalità più originali emerse dall’ultima stagione dei talent: un’artista che ha trovato una lingua propria, senza bisogno di inseguire le mode. Non tutte le favole hanno un lieto fine. E non tutti i dischi devono essere rassicuranti.

Giudizio: 7,5/10. Convincente, visionario, a tratti sovraccarico.

💿 SILVI – “Il peso del mondo”

Il mondo pesa, soprattutto quando si cerca ancora di capirlo invece di limitarsi a subirlo. Federico Silvi, livornese classe 1976, una lunga militanza nell’alternative rock con The Jackie O’s Farm, The Candydates e I Denti di Cane, sceglie di alleggerire la musica per affrontare argomenti tutt’altro che leggeri. Il peso del mondo, EP d’esordio del suo progetto solista, nasce dall’incontro con Daniele Catalucci, già collaboratore dei Virginiana Miller, e dalla convinzione che per farsi ascoltare non sia necessario alzare la voce. Chitarre essenziali, arrangiamenti sobri, atmosfere raccolte: un cantautorato che guarda alla tradizione italiana senza dimenticare le proprie radici alternative. Al centro ci sono le contraddizioni del presente, le guerre, le ingiustizie, il potere economico, ma anche la fragilità degli affetti e il bisogno di appartenenza. 

La mia città, dedicata a Livorno, è il cuore sentimentale del progetto: non una cartolina nostalgica, ma una dichiarazione d’amore a una città popolare, irregolare, orgogliosamente diversa. Il rischio, quando si affrontano temi tanto vasti con strumenti così essenziali, è quello di affidare alle parole più responsabilità di quante la musica riesca a sostenere. E qualche passaggio sembra privilegiare la riflessione rispetto all’immediatezza della canzone. Ma la cifra interessante di SILVI sta proprio nel rifiuto dell’enfasi, nella ricerca di una scrittura adulta, lontana tanto dalle pose dell’indie quanto dalla retorica del cantautore impegnato. 

Voto: 7/10. Un esordio misurato, sincero, forse ancora troppo prudente, che trova nella sottrazione la propria identità.

💿 FRANCESCA MICHIELIN – “Magia bianca, magia nera”

Francesca Michielin continua a cercare Francesca Michielin. E, dopo quindici anni di carriera, la ricerca comincia ad assomigliare a un viaggio senza destinazione. Prima il pop adolescenziale, poi l’elettronica, la canzone d’autore, l’impegno politico. Adesso arrivano le streghe. Magia bianca, magia nera, ampliamento dell’album uscito in primavera con sei nuovi brani, si presenta come un concept sull’identità femminile, fra divinità pagane, oscurità e ribellione ai modelli dominanti. Ecate, Diana, Katherina Hetzeldorfer e persino un personaggio dei videogiochi diventano simboli di una femminilità alternativa, fuori dai confini. 

Un apparato concettuale ambizioso, forse persino troppo, che rischia di pesare più delle canzoni. Sulla scia di Florence + The Machine, Michielin parla di atmosfere cimiteriali, sabba e demoni interiori, ma cambiare immaginario non significa necessariamente trovare una nuova identità musicale. Il problema non è la volontà di sperimentare, sempre apprezzabile, quanto la difficoltà di trasformare le intenzioni in un linguaggio davvero personale. A forza di inseguire nuove definizioni di sé, la cantautrice sembra perdere di vista ciò che dovrebbe distinguerla. Il femminismo diventa cornice narrativa, l’oscurità un’estetica, la trasgressione una dichiarazione programmatica. 

Tutto appare accuratamente pensato, spiegato, concettualizzato. Manca quella naturalezza capace di rendere una canzone più eloquente del manifesto che la accompagna. Michielin possiede talento, sensibilità e intelligenza, ma continua a confondere la costruzione di un’identità artistica con il suo continuo riposizionamento. 

Giudizio: 5/10. Molte maschere, poche certezze. E la magia, almeno per ora, resta soprattutto nel titolo.

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