– I segnali sonori più interessanti della settimana. Il chitarrista firma forse il suo capolavoro. Meshell Ndegeocello rilegge in chiave queer celebri canzoni, da Barbra Streisand a Bob Dylan
– Da Salvo Ferrara sei tracce per un’altra idea di contemporaneo. Ariete torna a casa e cambia arredamento. E ancora i nuovi lavori di Beauty In Chaos, Fat Dog, Victoria Monét e Paola Turci
💿 JOHNNY MARR – “The Age of Everything”
Il leggendario musicista e pioniere della chitarra Johnny Marr torna con il suo ultimo lavoro solista, che mette in mostra il suo inconfondibile stile chitarristico, reso celebre dal suo ruolo di mente creativa dietro il successo degli Smiths. The Age of Everything è il quinto album solista del geniale musicista inglese che abbiamo ammirato la scorsa estate al Locus Festival. La chitarra di Marr in tutto l’album è semplicemente magistrale, e sono pochi i chitarristi della scena alternative di oggi che non abbiano tratto ispirazione da lui.

Uno dei brani di spicco dell’album, è It’s Time, con progressioni di chitarra che ricordano i suoi pezzi più ritmati con gli Smiths. Senza la voce potente di Morrissey, la melodia riesce a librarsi maggiormente. Soprattutto dal punto di vista musicale. Il brano presenta anche un accompagnamento vocale in un coro con cui Marr interagisce in un botta e risposta. Ophelia si trova a metà dell’album e presenta ancora una volta melodie incisive guidate dalla chitarra di Marr, ma il modo in cui riesce ad accompagnare il suo lavoro con una solida performance alle percussioni, dà vita a un brano completo e ben strutturato. Ciò di cui non si parla abbastanza è il lavoro vocale di Marr. La sua interpretazione in Opheliadimostra la sua maestria nel dare la giusta dose di intensità al brano, senza che un singolo elemento (chitarra, voce, percussioni) prevalga sull’altro. Eccelle anche In and Out of Love. Inizia a ritmo sostenuto per poi rallentare leggermente, permettendo a Marr di brillare vocalmente.
The Age of Everything dimostra ancora una volta perché ha influenzato innumerevoli musicisti e ha collaborato, nel corso della sua illustre carriera, con artisti del calibro dei suoi compagni di band negli Smiths, The Killers, Billie Eilish, The Pretenders, Noel Gallagher e, per un periodo, anche con i Modest Mouse.
Giudizio: 8/10 – Uno dei lavori migliori di Johnny Marr, vera anima degli Smiths.
💿 MESHELL NDEGEOCELLO – “Synonym”
Meshell Ndegeocello non è mai stata una musicista da domicilio fisso. Dal neo soul di Plantation Lullabies del 1993 in poi ha attraversato jazz, funk, R&B, rock, reggae, gospel, elettronica e fusion con la naturalezza di chi considera i generi soprattutto delle frontiere da attraversare. Il precedente No More Water: The Gospel of James Baldwin, tra afrobeat, elettronica e improvvisazione, aveva persino conquistato un Grammy nella categoria jazz alternativo: una definizione che sembrava più una resa burocratica che una vera classificazione.

Con Synonym la musicista americana torna a giocare con un’idea ancora più rischiosa: prendere canzoni altrui e liberarle dalla loro forma originale. È un album di cover soltanto sulla carta. Bob Dylan, Jennifer Lopez, Human League, Barbra Streisand, Temple of the Dog, Sonny & Cher, Yarborough & Peoples vengono trattati come materia prima da smontare e ricostruire. E gli ospiti – Bill Callahan, Cat Power, Chaka Khan, Cynthia Erivo, Robert Glasper – non sono semplici comparse, ma complici dell’operazione.
Il filo conduttore dichiarato è quello della liberazione queer come metafora di ogni forma di liberazione. Molti duetti uomo-donna diventano qui duetti tra donne, cambiando inevitabilmente prospettiva e significato. È il caso di Guilty, che Ndegeocello canta con Ink trasformando il melodramma di Streisand in qualcosa di molto più fiero e combattivo.
Ma Synonym funziona soprattutto quando smette di preoccuparsi del concetto e lascia libera la musicista di fare quello che le riesce meglio: mettere in crisi una canzone. Don’t You Want Me degli Human League, con Cat Power, diventa reggae e perde completamente l’arroganza synth-pop dell’originale. Ndegeocello canta la parte di Phil Oakey con una fragilità quasi timida; Cat Power, dall’altra parte, sembra già con una mano sulla maniglia della porta. Non è più una coppia che litiga: è una coppia che si è già lasciata e non ha ancora avuto il coraggio di dirlo. Ancora più radicale It Ain’t Me Babe di Dylan, talmente deformata nella melodia, nel tempo e nell’arrangiamento da sembrare una canzone appena scoperta in fondo a un sogno. Chitarre elettriche, mandolino, piccoli suoni da carillon: il folk diventa una specie di fantasma elettronico.
Giudizio: 7,5/10 – Meshell Ndegeocello non canta le canzoni che ama: le mette sotto processo. Quando l’operazione riesce, il risultato è molto più interessante di una cover ben fatta.
💿 BEAUTY IN CHAOS – “QUIET PLACE”
Michael Ciravolo non cerca più la bellezza nel caos: sembra aver imparato a governarlo. Con Quiet Place, quinto capitolo della storia dei Beauty In Chaos, il chitarrista americano mette insieme dark rock, gotico e post-punk in un disco che vive di contrasti, alternando chitarre cupe e imponenti a melodie più calde e voci sospese. Il progetto, nato nel 2018, continua a funzionare come una sorta di “This Mortal Coil versione rock”, un collettivo aperto nel quale musicisti provenienti da epoche e scene differenti entrano, escono e tornano a incrociarsi. Ciravolo, forte delle esperienze con Human Drama e Gene Loves Jezebel e della lunga attività nel mondo delle chitarre, è il regista di questo incontro permanente.

Prodotto da Michael Rozon, Quiet Place è uno dei capitoli più articolati della serie: dieci tracce dense, stratificate, spesso oscure ma raramente claustrofobiche. La melodia impedisce alle atmosfere gotiche di precipitare completamente nell’abisso e rende l’ascolto più vario di quanto il titolo possa far pensare. Particolarmente riuscita Home, affidata alla voce di Ashton Nyte dei The Awakening, già protagonista e coautore di Storm, il primo singolo di Beauty In Chaos. È una canzone sulla ricerca di un luogo e di una connessione, ma anche un ponte fra l’inizio e il presente del progetto. La lunga lista degli ospiti – da Cinthya Hussey a Whitney Tai, Julian Shah-Tayler e Patrik Mata – non è però un semplice esercizio di collezionismo rock. Sono le combinazioni fra queste personalità a dare al disco la sua identità.
Giudizio: 7,5/10 – “Quiet Place” non inventa nulla, ma sa assemblare con mestiere e sensibilità materiali già conosciuti.
💿 FAT DOG – “Cancel Me (I’m Tired)”
Risate, battute e improvvise incursioni nel surreale. Con Joe Love, cantante dei Fat Dog, e il violinista Jed Bevington è difficile capire dove finisca lo scherzo e cominci la serietà. È anche questo il tratto distintivo della band londinese, capace di mescolare irriverenza e sperimentazione, sul palco come nelle conversazioni. Cancel Me (I’m Tired) è il secondo album e segna un deciso cambio di passo rispetto al debutto Woof.: l’elettronica incontra il rock, la psichedelia lascia spazio al country e l’ironia convive con testi più personali. Al centro ci sono i testi del frontman Joe Love, che questa volta ha attinto più direttamente alle esperienze degli ultimi due anni, tra vita privata, matrimonio, dipendenze, rapporti familiari, amore e intelligenza artificiale. Non mancano riferimenti ironici e surreali, dagli extraterrestri alla cultura pop.

«Sembra una specie di scherzo», commenta Joe Love. «Non crediamo che la gente debba cercarci chissà quale significato. Siamo musicisti: e la cosa peggiore che un musicista possa dire è: “Sono stanco di fare musica”. È più che altro una battuta su alcune cose, soprattutto legate al mondo della musica. Anche l’intelligenza artificiale era un po’ al centro dello scherzo: per un attimo tutti hanno pensato che l’Ai avrebbe portato via il loro lavoro, poi si sono resi conto che non era ancora arrivata a quel punto. Così ci siamo messi comodi e abbiamo tirato un sospiro di sollievo per cinque minuti».
Nonostante tutto sembra caotico, i Fat Dog sono stati definiti «la band più selvaggia e perfezionista d’Inghilterra». «Non ne siamo sicuri ma sì, è qualcosa su cui lavoriamo. Il punto è che il caos nasce dalla musica e dall’energia che si crea quando la suoniamo. E quell’energia deriva dal fatto che ci piace fare musica che suoni bene e che ci entusiasmi davvero. Da lì arriva tutto il resto. Però non credo proprio che siamo la band più perfezionista d’Inghilterra».
Giudizio: 6,5/10 – Elettronica anni 80 e dance per un frullato divertente e senza grandi pretese.
💿 VICTORIA MONÉT – “Frequency of Love”

Dopo il Grammy conquistato con Jaguar II, Victoria Monét torna con un progetto monumentale di 22 tracce che mette l’amore al centro, declinandolo tra erotismo, maternità, desiderio e nostalgia. Camper confeziona una produzione elegante e vellutata, sospesa tra yacht-R&B, soul e incursioni house. Le collaborazioni con Bruno Mars, SZA, Bryson Tiller, Leon Thomas e Chlöe aggiungono prestigio e variazioni cromatiche, ma non sempre una reale necessità.
Monét guarda a Michael Jackson, in particolare al salto creativo tra Off the Wall e Thriller. Non vuole fare Thriller, precisa: vuole ragionare con quella stessa libertà. Un’ambizione comprensibile, ma che rende ancora più evidente quanto sia difficile tenere insieme un disco così esteso. L’album, però, funziona quando Victoria Monét lascia parlare il corpo, il groove e la voce; convince meno quando sembra voler dimostrare di avere una risposta per ogni possibile declinazione dell’amore. È elegante, sensuale, tecnicamente impeccabile, ma raramente sorprendente.
Reach Out, trascinante deviazione house; Let Me, ballata sensuale arrivata al primo posto della Adult R&B di Billboard; Almost dialoga con il classico Almost Doesn’t Count di Brandy. Interessante anche il lavoro sulla memoria: dagli anni Novanta di Brandy a Kenny Lattimore, fino ai ricordi cinematografici di Care for Somebody (Interlude). Il limite è proprio l’abbondanza: 22 brani sono troppi per un disco che insiste a lungo sulle stesse atmosfere e sul medesimo vocabolario sentimentale. Monét ha ambizione, voce e controllo, ma dopo Jaguar II ci si aspettava forse qualche rischio in più.
Il giudizio: 6/10 – Raffinato, sensuale, impeccabile nella produzione, ma più conferma che svolta.
💿 MARGUERITE – “Guérir”

Dopo Grandir, Marguerite passa alla fase successiva: Guérir. E già il titolo dice tutto, forse persino troppo. Il primo album della venticinquenne esplora corpo, amore, traumi, famiglia e quella complicata manutenzione dell’anima che chiamiamo diventare adulti. Undici canzoni nate dall’intimo, ma che cercano nella pop la maniera per non trasformarlo in diario privato.
La sorpresa è che, dietro tanta introspezione, il disco non si prende sempre sul serio. Fridagioca con il corpo e con l’immagine di Frida Kahlo, La Boss trasforma l’autodeterminazione in un piccolo mantra elettropop, mentre Bellevie porta una luce più immediata. Poi arrivano Cartable, Mon ventre, Crash test e La famille, dove le ferite diventano materia narrativa senza essere necessariamente esibite come trofei.
Musicalmente Marguerite allarga il recinto dell’EP: più chitarre, influenze folk e UK, una scrittura pop diretta e melodie che cercano l’impatto senza rinunciare alle zone d’ombra. Il limite sta proprio nell’eccesso di trasparenza: alcune confessioni sembrano arrivare già confezionate per essere condivise, comprese e ricondivise. Quando però Marguerite lascia entrare ironia, rabbia e imperfezione, il disco acquista personalità.
Giudizio: 7/10 – Non è ancora un album che rivoluziona il pop francese, ma è un debutto che ha qualcosa da dire e, soprattutto, una voce con cui dirlo.
💿 ARIETE – “Tutti tornano a casa”

Tre anni dopo La notte, Ariete torna a casa. Ma non è detto che sia ancora quella di prima. Tutti Tornano A Casa è un disco che prova a fotografare il passaggio dall’adolescenza emotiva a una maggiore consapevolezza, mettendo al centro relazioni, memoria, perdita e quella faccenda complicatissima che chiamiamo crescere.
Dodici tracce nelle quali il suo bedroom pop si allarga senza tradire la scrittura intimista: chitarre e pianoforte, archi, qualche apertura folk e persino incursioni dream pop e drum’n’bass. Che Bella Vita con Angelina Mango è il biglietto da visita più immediato, mentre Tachicardia affronta il lutto con una sincerità meno adolescenziale e Seduta n.65chiude il disco su una nota più personale e minimale. Interessanti anche Mano Nella Manocon Fulminacci, ritratto sentimentale di una Roma quotidiana, e Quando La Luna Si Accende con prima stanza a destra, dove Ariete si concede una dimensione più dilatata e internazionale.
Il problema è che tanta sincerità, a tratti, rischia di diventare una formula: Ariete sa perfettamente come trasformare una fragilità in canzone, ma non sempre riesce a trasformarla anche in sorpresa. Il disco funziona meglio quando esce dal recinto della confessione e lascia entrare nuovi colori.
Giudizio: 6,5/10 – Un buon passo avanti, più maturo che realmente nuovo. Ariete torna a casa, ma almeno questa volta ha cambiato arredamento.
💿 PAOLA TURCI – “Amore a dismisura”

A sette anni da Viva da morire, Paola Turci torna con Amore a dismisura, un disco che dovrebbe segnare il ritorno alla “ragazza con la chitarra” e alle radici rock, ma che finisce soprattutto per raccontare quanto sia difficile tornare davvero indietro. Lei stessa cita Patti Smith, Rolling Stones, Lou Reed, Nick Cave e Johnny Cash come riferimenti: il problema è che, ascoltando queste dieci canzoni, il rock sembra più una dichiarazione d’intenti che una presenza reale.
Motta, coinvolto nella scrittura di diversi brani, dovrebbe essere l’elettricista chiamato a riattaccare la corrente. Ma la scossa arriva raramente. E va bene così, Che noia mi fai e È tutto bellissimo hanno qualche asperità, senza però riuscire a trasformare il disco in qualcosa di veramente urgente.
Il titolo promette un sentimento smisurato, la musica invece procede spesso con il freno tirato. Le canzoni parlano di fragilità, assenze, dipendenza, possesso, errori e separazioni, ma finiscono per assomigliarsi nell’insistenza con cui spiegano ciò che dovrebbero semplicemente far sentire. E persino il lungo fantasma del gossip con Francesca Pascale sembra più interessante del disco: Turci chiarisce che la rottura non è stata la matrice dell’album e che il taglio è stato «talmente netto» da sembrarle quasi un sogno.
Ci sono però momenti che cercano un respiro più largo. Miss, scritta interamente da Francesco Bianconi, affronta il femminicidio con una narrazione asciutta e drammatica. È forse il brano più compiuto, anche perché Turci rinuncia alla tentazione di sovrascriverlo: qui è interprete, non autrice. Poi c’è Gesù di Michelangelo, aperta e chiusa dalla voce di Farah Fatafta, giovane psico-oncologa pediatrica palestinese conosciuta da Turci durante il viaggio in Palestina. È un’idea forte, legata alla pietà, alla sofferenza e allo sradicamento, ma anche qui l’ambizione del tema supera spesso la forza della canzone.
Giudizio: 5,5/10 – Un album poco necessario. Dopo sette anni, ci si aspettava una Turci capace di rimettere in discussione se stessa.
💿 SALVO FERRARA – “Not Ordinary Wiew”
Il pianoforte come punto di partenza, poi archi, elettronica, silenzi e una buona dose di inquietudine. È questa la materia di Not Ordinary View, il nuovo EP del compositore siciliano Salvo Ferrara. Sei brani nei quali la formazione classica dell’autore si lascia contaminare da una ricerca sonora più contemporanea, senza perdere il gusto per la melodia.

Dopo Music From Myths (2025), dedicato all’immaginario dei miti greci e presentato anche a Selinunte, Ferrara cambia prospettiva e guarda più dentro che fuori. «Sentivo la necessità di esplorare uno spazio che appartenesse pienamente alla mia sensibilità, pur non rappresentando per me una zona di comfort», racconta.
Si parte da Soulless Code, tra pattern minimalisti e accumuli progressivi, fotografia di un presente sempre più impersonale. Ago è invece il brano più intimo: pianoforte e violoncello dialogano nel ricordo di un amico scomparso, lasciando al silenzio il compito di dire ciò che le parole non possono. In Silent Call l’elettronica accompagna una riflessione sulla solitudine urbana; Almost Classic mette in corto circuito viola e scrittura contemporanea; These Strange Days trasforma un’improvvisazione pianistica in una piccola scena cinematografica. Chiude So Inusual, tra voci campionate, sintetizzatori e atmosfere elettroacustiche.
Giudizio: 7/10 – Non tutto è ugualmente sorprendente e qualche passaggio indulge alla contemplazione più del necessario, ma Ferrara ha il merito di non confondere ricerca con complicazione. “Not Ordinary View” è un EP misurato, personale e soprattutto coerente.
