Interviste

TAV FALCO, l’alieno del rock

– Musicista, fotografo, regista e scrittore si racconta in una intervista che parte dai boschi dell’Arkansas per giungere a Bangkok passando per la Sicilia, Memphis, Parigi e Vienna fino al nuovo album “Desire on Ice”. «Una volta io e mia madre abbiamo visitato Castroreale, il luogo di nascita in Sicilia di mio nonno Rosario»
 – L’amicizia e la collaborazione con Mario Monterosso, il rocker catanese di Memphis: «È un musicista di talento e un produttore discografico creativo, sensibile e fantasioso». «Il nostro nuovo disco è stato creato con un ritmo visivo e un’importanza narrativa, come se fosse cinema. Poi abbiamo proiettato l’intero album nel futuro»
– «C’è sempre stato un fascista in agguato sotto ogni pietra. La libertà di espressione culturale e intellettuale è oggi irrimediabilmente ostacolata, ma ricordate che i regimi autoritari vanno e vengono. I regimi fascisti crollano invariabilmente dall’interno». «Le nostre società, i nostri governi, sono come maiali dipinti di rossetto per apparire attraenti»

«Il rock and roll era il veicolo a portata di mano quando sono sbarcato a Memphis dai boschi dell’Arkansas. L’ho usato come un prete voodoo evoca spiriti tribali con canzoni stupide e testi faceti. Questo era all’inizio». L’inizio di una avventura che non ha eguali nel mondo della musica rock. Anche se quello del rock è un mondo che sta stretto, anzi strettissimo, a Gustavo Antonio Tav Falco, più noto semplicemente come Tav Falco. 

Tav è un alieno. Un po’ Elvis, un po’ Charlie Chaplin, un po’ Jean Gabin, un po’ Salvador Dalì, un po’ Indiana Jones. Musicista, fotografo, regista e scrittore, è difficile delineare dove inizia e dove finisce il suo personaggio. Con il suo ciuffo o le scarpe bicolori, certe atmosfere vintage se non retrò dei suoi album, può sembrare un uomo fuori tempo, ma il suo sguardo punta sempre verso nuovi orizzonti. È ben vestito e ben curato, un grande ballerino e un narratore musicale. La sua non è musica facile. È a turno, unto rock’n’roll con radici nelle paludi e nei bayou del sud, valzer e cabaret mitteleuropei anni Trenta, atmosfere parigine ed eleganti tango, folk e echi cinematografici. Il suo nuovo album, Desire on Ice, è un sunto delle sue peripezie musicali e dei suoi viaggi, che lo hanno portato da Memphis a Parigi, da Vienna a Venezia fino a Bangkok, dove adesso vive. 

Tav Falco (foto di Eugene Baffle)
  • Un giramondo. Perché? Per amore? Fuggi da qualcosa o cerchi qualcosa?

«È vero. In tutte quelle città ho avuto una vita. Perché? Per ognuna di queste ragioni. Le malafemmine e i segugi infernali sono sempre sulle mie tracce…»

  • In ogni città in cui hai vissuto, sei stato influenzato dalla cultura di quel luogo?

«Naturalmente. È per questo che gli artisti scelgono con cura i loro spazi. La chiamo “psicogeografia” culturale e domestica».

  •  In alcuni album e canzoni, ci sono atmosfere francesi o riferimenti alla cultura mitteleuropea. L’Oriente deve ancora entrare nel tuo mondo musicale?

«Fin dall’adolescenza, ho sempre nutrito tendenze francofile. Prima di trasferirmi a Parigi, ho studiato il francese. Questo mi ha aiutato ad affrontare i miei quattro anni vissuti nella Ville Lumière. Ora studio una lezione di italiano al giorno. Per esplorare Vienna, quella capitale europea allegra/sinistra che si erge sulla soglia tra Oriente e Occidente, erano necessari anche corsi di tedesco. Durante il picco del Covid, ho lasciato Vienna per trasferirmi nel sud-est asiatico, sulla spiaggia di Wongamat, a sud di Bangkok. Sto abbracciando i misteri dell’Orientalismo, ma le complessità della lingua thailandese mi sfuggono ancora. Sono attratto dalla musica pop locale degli anni ‘60, ma il mio senso visivo è più influenzato qui».

Tav Falco con la madre Rita a Castroreale
  • Tu ha origini siciliane. L’Italia come ti ha influenzato?

«I miei nonni materni sono emigrati in America da Villafranca tirrenica, e i miei nonni materni, il ramo genealogico Falco, provenivano da Castelluccio in Puglia. La mia linea di sangue è totalmente italiana del sud. Il mio contatto con la famiglia materna è avvenuto principalmente in Sicilia, ma ho visto quel legame familiare erodersi sotto il peso della cultura americana. Una certa gentilezza e intimità sono diminuite nella seconda generazione nata in America. Io appartengo alla terza generazione e sono solo. Tutta la mia famiglia se n’è andata da questa terra».

  • Sei mai stato in Sicilia per riscoprire le tue radici?

«Una volta io e mia madre abbiamo visitato Castroreale, il luogo di nascita in Sicilia di mio nonno Rosario. È un incantevole villaggio in cima a una montagna che domina Villafranca sul mare. Mia nonna Lucia è nata vicino a Barcellona. Un giorno vorrei tornarci per un po’. L’aria è molto pulita e la luce è pura».

La copertina del nuovo album “Desire on Ice”
  • Perché hai scelto di ripercorrere la tua carriera, rinnovandola e arricchendola di nuove idee, con “Desire on Ice”?

«Mario ha avuto l’idea di registrare una selezione di mie composizioni. Il progetto era quello di fare un album di interpretazioni nuove e differenti rispetto ai brani ascoltati nei dischi originali. Anch’io ero affascinato dall’idea. In questa combustione, è nato un nuovo brano per l’album: un canto funebre melodico all’amore romantico senza nevrosi».

  • Per come è costruito, l’album sembra un film con diversi colpi di scena e cambi di ambientazione.

«Sì, Desire On Ice suona come una colonna sonora di un film, intrisa di sfumature di beat jazz, temi cinematografici italiani anni ‘60 e folk blues deviante. Il mio lavoro si concentra principalmente sulla musica e sul cinema. Per me, il cinema muto è musica visiva, mentre la musica stessa – quando chiudi gli occhi – è filmica. Il cinema muto è ciò che faccio, ma con un suono disincantato. Il nostro nuovo disco è stato creato con un ritmo visivo e un’importanza narrativa, come se fosse cinema. Poi abbiamo proiettato l’intero album nel futuro».

  • Qual è l’arte che ti ispira di più oggi?

«Tutte e sette le arti mi ispirano. La musica strumentale, per sua natura, è la più astratta. Il suono è intangibile. Non puoi toccarlo, non puoi vederlo con gli occhi, ma puoi vedere la musica nella tua mente. Ecco perché collego la musica al cinema, in particolare al cinema astratto. Parte del fascino che provo per il cinema è che racchiude in sé tutte le altre forme d’arte. Come nel mio film, The Urania Trilogy».

Un ritratto fotografico di Tav Falco ad opera di Eugene Baffle
  • La canzone “Doomsday Baby” parla di disordini politici e di autoritarismo emergente, temi ancora più attuali oggi. Non vedi una degenerazione del sistema politico ed economico globale?

«Doomsday Baby è una satira dark sul genocidio di Gaza. Non si tratta dell’autoritarismo che emerge oggi, perché l’autoritarismo non è mai scomparso. C’è sempre stato un fascista in agguato sotto ogni pietra. I nazisti sono stati sconfitti in guerra, ma culturalmente sono semplicemente ricaduti sotto le loro pietre. Ora la cultura occidentale sta diventando più onesta nella sua belligeranza e più coraggiosa nell’ostentare il suo autoritarismo. Tutto ciò non è mai scomparso. L’Occidente e le sue istituzioni, leggi, costituzioni e trattati sono tutti moralmente falliti. L’avidità e la ricerca del profitto governano le nostre società e tutto il resto è subordinato a queste brame. La libertà di espressione culturale e intellettuale è oggi irrimediabilmente ostacolata, ma ricordate che i regimi autoritari vanno e vengono. I regimi fascisti crollano invariabilmente dall’interno».

  • Cosa pensi dello stato attuale della musica? Credi che lo spirito del rock’n’roll sia ancora lo stesso dei suoi albori? O è stato addomesticato dall’industria discografica e dalle tendenze commerciali?

«C’è autenticità nella musica oggi, ma quel tipo di musica è suonata principalmente in casa e dalle tribù indigene. A volte viene suonata in chiesa, nel mondo accademico e nei teatri d’opera. Tutto il resto è cosiddetta musica commerciale, senz’anima, psicologicamente profilata. Le nostre società, i nostri governi e le nostre istituzioni sono come un maiale dipinto di rossetto per apparire attraente. Oggi quel rossetto è sbavato e sta cadendo. Ora tutti sono sorpresi di vedere la reginetta di bellezza che ammirano comportarsi come un maiale!».

Mario Monterosso
  •  Che mi dici del nostro amico comune, il tuo produttore e chitarrista, Mario Monterosso?

«Mario Monterosso è un musicista di talento e un produttore discografico creativo, sensibile e fantasioso. Negli ultimi nove anni di collaborazione, Mario ha affinato il suo talento e approfondito la sua comprensione e percezione non solo come artista, ma anche come persona. Il coraggio di Mario è stato chiaramente evidente quando ha affrontato la sfida monumentale di trasferirsi da Roma a Memphis nel 2015. La sua fiducia in se stesso è cresciuta incontrando molti nuovi amici americani che condividevano il suo amore per la musica e la gioia di suonarla insieme. Mario ha successo come artista grazie alla sua dedizione, al suo duro lavoro e alla sua ammirazione, considerazione e rispetto per gli altri. Queste virtù che ha imparato da giovane, crescendo in una famiglia colta e solidale a Catania, hanno formato il gentiluomo maturo e eloquente che conosciamo oggi. Ora una bellissima e intelligente ragazza di Memphis è diventata sua moglie e sono una coppia molto felice. C’è poco di più che si possa chiedere alla vita che Mario non abbia già ottenuto».

  • La vostra band, i Panther Burns, è composta da musicisti europei che suonano musica tipicamente americana.

«Anche gli asiatici potrebbero suonare la nostra musica bene quanto gli europei o gli americani. La cultura e il background di un musicista aggiungono sempre una sfumatura speciale alla collaborazione musicale. Questa diversità non compromette l’autenticità. Un musicista può essere autentico solo quanto la musica stessa che sceglie di suonare. Fondamentalmente, la nostra musica appare americana, ma presenta anche molte influenze trasversali, tra cui jazz, tango, mambo, country blues e musica sperimentale. C’è molto che decostruiamo nella musica e ricomponiamo in modi inaspettati».

  • Tu e il resto dei Panther Burns andrete in tour per promuovere il nuovo album?

«Sebbene i musicisti dei Panther Burns siano coinvolti nella creazione del nuovo album, come nel precedente, Cabaret Of Daggers, questo nuovo è un disco di Tav Falco. Sì, molte delle selezioni di Desire On Ice sono state registrate per la prima volta dai Panther Burns, eppure queste nuove rivisitazioni si discostano dalla spinta incendiaria fiorita con i Panther Burns. Se ci saranno spettacoli dal vivo a supporto di Desire On Ice, saranno diversi da quelli che ci si aspetterebbe dai Panther Burns».

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