Storia

“Sonosphera” dà voce al genius loci del museo

– Nell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans il progetto sonoro e performativo ideato da Simone Campa e Riccardo Di Gianni per creare una “trama sonora” che accompagni i visitatori in un dialogo più profondo con il territorio, integrando significati ancestrali e percezioni contemporanee
– L’opera musicale indaga il rapporto primordiale tra pietra e suono. Ritmi ancestrali, pulsazioni ipnotiche, tradizioni orali e un raffinato lavoro elettroacustico si fondono in una scrittura musicale sospesa, dove ambient, world music, electro-acoustic e suggestioni trance convivono in equilibrio
– «In questo lavoro vi sono molti riferimenti al culto della terra, dei morti e degli antenati, ai riti funerari, di passaggio e di fertilità (come le “arature rituali”, esposte nel Museo)». Dai canti iniziatici dei primitivi d’Australia alla tammurriata, l’elemento sonoro “ponte” tra il mondo antico e l’immaginario moderno

Nel cuore dell’antica Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, trasformata nel MegaMuseo di Aosta, nasce un progetto inedito che ridà voce al genius loci, lo spirito del luogo, attraverso il suono. In un’epoca in cui i musei tradizionali si confrontano con nuove sfide di fruizione e coinvolgimento, Sonosphera – Megalithic Soundscape si propone di portare l’archeologia “fuori dai marmi” per farla risuonare, letteralmente, dentro l’esperienza emotiva dei visitatori.

Il MegaMuseo, noto per essere uno dei siti archeologici musealizzati più estesi e ricchi d’Europa con oltre 6.000 anni di storia stratificata in un unico spazio, sta infatti sperimentando linguaggi di narrazione inediti, capaci di trasformare la visita in un’esperienza immersiva, partecipata e multisensoriale. 

Il senso dell’esperienza sonora

Il progetto sonoro e performativo Sonosphera – Megalithic Soundscape, documentato in una pubblicazione di Liburia Records, è stato ideato da Simone Campa e Riccardo Di Gianni, partendo dall’idea di dare espressione all’identità sonora di un luogo che, pur ricco di tracce materiali, non ha una “voce” udibile: i ritmi e i silenzi dei campi megalitici, i sussurri del vento tra i pali antichi, le vibrazioni del terreno che testimoniano millenni di pratiche rituali e civili. 

«La sessione live “site specific” Megalithic Soundscape è una performance musicale in cui la ricerca artistica, non prettamente filologica, l’improvvisazione strumentale e l’elaborazione digitale creano connessioni tra passato e presente, ponendo in dialogo la dimensione spirituale, lo spazio sacro, il sound design con le discipline scientifiche che si incontrano nel percorso museale proposto dal MegaMuseo di Aosta: archeologia, antropologia, mitologia», spiega Simone Campa.

Simone Campa, musicista, direttore musicale, sound designer, compositore di colonne sonore per il teatro, soundtherapist, ricercatore sonoro

Attraverso tecnologie immersive e contenuti sonori originali — composti appositamente per le aree archeologiche del museo — Sonosphera traduce in paesaggi sonori il “carattere” dei diversi materiali e testimonianze archeologiche. Ai fini della narrazione, queste sonorità non sono commenti aggiunti, ma diventano esse stesse vettori di significato: evocano il ritmo delle arature rituali, le dinamiche sociali di comunità antiche, il rapporto tra uomo e natura.

L’opera indaga il rapporto primordiale tra pietra e suono, esplorando la materia come origine, contenitore e memoria della vibrazione sonora. Attraverso l’utilizzo di pietre sonore, strumenti antichi e contemporanei, elementi naturali, registrazioni ambientali ed elettronica dal vivo, Sonosphera costruisce un paesaggio acustico immersivo che dialoga con l’area sacra del sito, legata a pratiche cultuali e funerarie risalenti dal Neolitico all’Età del Bronzo. In questo contesto, il suono diventa strumento rituale e narrativo, capace di attivare lo spazio e di restituirne la dimensione simbolica e archetipica.

«La performance è liberamente ispirata al tema del megalitismo, di cui si trovano tracce in tutto il mondo – dal Mediterraneo all’Africa, dall’India all’Estremo Oriente, e fa riferimento a civiltà e aree geografiche che hanno incorporato questo fenomeno culturale e architettonico preistorico», riprende Campa. «In questo lavoro musicale vi sono molti riferimenti al culto della terra, al culto dei morti e degli antenati, ai riti funerari, di passaggio e di fertilità (come le “arature rituali”, esposte nel Museo), agli elementi della natura ed ai fenomeni atmosferici che spesso erano adorati come manifestazioni del divino».

Il progetto nasce da una ricerca che intreccia etnomusicologia, antropologia, archeologia sonora e pratiche contemporanee di sound healing. Ritmi ancestrali, pulsazioni ipnotiche, tradizioni orali e un raffinato lavoro elettroacustico si fondono in una scrittura musicale sospesa, dove ambient, world music, electro-acoustic e suggestioni trance convivono in equilibrio.

Riccardo Di Gianni

Megalithic Soundscape si sviluppa in un tempo non lineare, svincolato dalla percezione moderna e riconnesso ai cicli naturali e rituali. L’ascolto si trasforma così in un’esperienza contemplativa e immersiva, in cui il paesaggio sonoro evoca memorie profonde e una relazione intima tra essere umano, spazio sacro e vibrazione. In Breathing life into clay, ad esempio, si possono ascoltare canti iniziatici del popolo Pitjantjatjara, una delle ultime società primitive dell’Australia, nomadi del Deserto Centrale.

«Come unici strumenti musicali di accompagnamento, i Pitjantjatjara percuotono bastoni o pietre l’uno contro l’altro», racconta Simone Campa. «Nel nostro lavoro anche noi abbiamo usato pietre e bastoni, raccolti dal greto di torrenti e nel cuore dei boschi del Piemonte, sia in forma di campionamento “live”. E per un ideale richiamo alla cultura aborigena australiana, abbiamo suonato dal vivo il didjeridoo, strumento considerato capace di generare il suono del “Tempo del Sogno” (Dreamtime), l’era mitologica in cui gli antenati crearono la terra. Il suo suono ancestrale è ipnotico e vibrante, e crea una connessione con la spiritualità, il paesaggio e i rituali, trasformando l’energia interiore tramite la respirazione circolare». 

  • In questo contesto, come si piega la presenza di una tammurriata?

«Il brano Pietrarsa Magma Tammurriata vuole celebrare l’universalità del legame dell’essere umano con la madre terra e la devozione alla dea primordiale, partendo da una tradizione a me molto cara, vissuta in prima persona e studiata a lungo: il ballo sul tamburo di area vesuviana. Traendo ispirazione dalle stele votive antropomorfe femminili che si trovano nell’esposizione del museo (Età del Rame , 2.900 a.C. circa) – le cui immagini si possono cogliere nel video della performance, presente su YouTube – abbiamo voluto testimoniare attraverso l’adattamento contemporaneo di una forma musicale arcaica nostrana, ancora viva, intrisa di stratificazioni culturali e di sincretismo tra paganesimo e cattolicesimo a testimoniarne la storia antica e la forza immanente di un culto radicato capace di trascendere epoche e civiltà, la nostra personale devozione verso la Grande Madre: culto diffuso in tutto il Mediterraneo antico (Tellus, Cibele, Demetra, Gea, Iside…). In questo brano suono il doppio flauto armonico (sisco, in dialetto), strumento incontrato venticinque anni fa durante le feste del “Sabato dei Fuochi” sul Monte Somma, unendomi alle celebrazioni in canti, ballo e musica della Paranza d’‘o Gnundo di Somma Vesuviana. Il flauto armonico, presente anche nel brano Göbekli Tepe Dance: è uno strumento molto antico, probabilmente risalente già all’Età del Bronzo, rintracciabile in diverse culture pastorali attraverso tutta l’Europa. Il magma, citato nel titolo del brano, è la materia che attraverso l’elemento fuoco, trasforma il paesaggio e le civiltà, in questo caso, il riferimento è chiaramente al Vesuvio:  Pietrarsa, originariamente fondata come Leucopetra (che in greco antico significa Pietra Bianca), fu cambiato in seguito all’eruzione del Vesuvio del 1631, che spostò la linea di costa di svariati metri trasformando il bianco arenile in una distesa di cenere e pietre nere».

Un museo da vivere, non solo da vedere

Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, trasformata nel MegaMuseo di Aosta

L’iniziativa si inserisce in un più ampio programma di innovazione culturale del MegaMuseo, che da qualche anno vede la direzione culturale impegnata a superare la museologia tradizionale con proposte di narrazione partecipata. Tra queste, esperienze sonore come la “sonorizzazione delle arature rituali” — menzionata nelle linee progettuali presentate per la stagione culturale — riflettono proprio questo approccio in cui suono e cultura si incontrano per valorizzare la memoria del paesaggio archeologico. 

«La performance non nasce come percorso sonoro di visita, ma come produzione musicale live originale che ha debutatto nella prima edizione della rassegna di musica e divulgazione scientifica “Arature Sonore”», sottolinea Campa. «Seppur non concepiti inizialmente per quel tipo di impiego, diversi brani dell’album diventeranno accompagnamento musicale delle audioguide del Museo: è una richiesta che il direttore delle attività culturali e scientifiche del MegaMuseo di Aosta, l’archeologo  Generoso Urciuoli, ha avanzato assistendo alla performance, trovandola molto aderente all’identità museale e di ideale utilizzo per caratterizzare musicalmente le visite».

Il museo, in altre parole, non è più solo un luogo da osservare in silenzio: diventa un organismo vivo, capace di esprimersi tramite linguaggi sensoriali come quelli sonori, oltre a quelli visivi o testuali. In questo senso Sonosphera funziona come una sorta di “eco” contemporanea del genius loci, in cui il passato vibra ancora oggi attraverso frequenze studiate ad hoc.

Il progetto fa parte di una tendenza culturale in cui l’esperienza del pubblico diventa protagonista. Attraverso l’audio immersivo, i visitatori sono invitati a percepire la storia non solo con gli occhi, ma con tutto il corpo, instaurando un tipo di relazione profondamente emotiva e personale con il patrimonio. L’elemento sonoro diventa così una sorta di “ponte” tra il mondo antico e l’immaginario contemporaneo, restituendo alla storia archeologica un linguaggio che parla direttamente all’ascoltatore. 

In un museo che già ambisce a essere spazio di comunità e di dialogo tra passato e presente, Sonosphera ha il merito di esplorare nuove frontiere della fruizione culturale, facendo del suono un elemento narrativo, dinamico e evocativo. È un passo avanti nel ripensare l’archeologia come esperienza sensoriale totale — non solo visiva o didascalica, ma “audibilmente” viva. Un’esperienza sonora che è al tempo stesso performance, rito contemporaneo e viaggio interiore.

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