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JAMES BLAKE: il mondo è fottuto

L’artista britannico alla Triennale Milano presenta il nuovo album “Trying Times” attraversato da una vena malinconica e da rabbia: «Il mondo non è un posto accogliente per i nostri sogni»
Nel brano “Death of Love” emerge un riferimento a Leonard Cohen. «Lui ha una capacità unica di scolpire un sentimento con precisione chirurgica. Si sente che ogni frase è stata limata per anni»
In “Just a Little Higher” viene evocata una protesta nazionalista: «La rabbia viene alimentata dall’alto. La divisione è uno strumento perfetto per un sistema capitalistico che prospera sul conflitto» 

All’ingresso consegni il telefono come si faceva con il cappotto nei teatri di una volta. Solo che qui non c’è un guardaroba, ma custodie nere sigillate che ti restituiscono, insieme alla libertà dal display, una forma quasi dimenticata di concentrazione. Per ascoltare Trying Times, il nuovo album di James Blake, bisogna rinunciare al cellulare. E già questo, nel 2026, suona come un manifesto.

Alla Triennale Milano, nello spazio “Voce”, immerso in una penombra rossa, il pubblico siede a terra in silenzio religioso. Nessun post su Instagram, nessun video rubato, nessuna distrazione. Dodici tracce ascoltate dall’inizio alla fine, senza interruzioni. Una listening session come se ne fanno poche, forse perché oggi l’idea stessa di “ascolto” è diventata intermittente.

La copertina

Il settimo lavoro in studio del musicista britannico uscirà il 13 marzo per Good Boy Records/Virgin Music Group. Si intitola Trying Times e arriva a quindici anni da James Blake, l’esordio che nel 2011 ridefinì i confini tra dubstep emotiva, soul spettrale e confessione in falsetto. Da allora Blake è diventato una figura centrale della musica contemporanea: polistrumentista acclamato, un Grammy in bacheca, produttore e complice creativo di artisti come Beyoncé, Kendrick Lamar, Jay-Z e Travis Scott.

Un riconoscimento trasversale costruito su una qualità rara: muoversi tra sperimentazione, elettronica e introspezione senza perdere identità. Con Trying Times Blake compie però un passo laterale. Recupera una forma-canzone più definita, meno legata all’elettronica pura e più centrata su melodia e scrittura. È uno dei suoi lavori più diretti e scoperti: parla di ansia contemporanea, sovraesposizione emotiva, difficoltà di mantenere connessioni autentiche in un contesto caotico.

«Il mondo è fottuto», dice senza troppi giri di parole durante l’incontro. «È bello immaginare come riconcilieremo la nostra vita privata e le nostre ambizioni ma allo stesso tempo c’è questa sensazione che il mondo non sarà accogliente con i nostri sogni». 

Eppure, l’album non è un’esplosione disordinata. «Se dovessi fare un disco che rappresentasse davvero come mi sento, sarebbe molto più caotico. Volevo creare qualcosa che mi desse sollievo».

James Blake

Il titolo gioca su quell’ironia britannica che minimizza l’apocalisse con un’alzata di spalle: “tempi difficili” si dice anche quando stai vivendo il peggiore della tua vita. Musicalmente il disco prosegue nel lavoro di sottrazione già avviato negli ultimi anni: nostalgico ma luminoso, scavato ma attraversato da aperture improvvise.

Un ruolo decisivo lo ha avuto Dominic Maker dei Mount Kimbie, che Blake definisce «la mia moglie musicale». Gran parte dei sample arriva da lui, compreso quello di The Rest of Your Life, dove riaffiora la voce di Dusty Springfield come un fantasma gentile. «È importante non romanticizzare la figura del genio solitario», sottolinea Blake. Trying Timesè un lavoro condiviso, cesellato a più mani.

Il primo singolo, The Death of Love, contiene uno snippet di Leonard Cohen tratto da You Want It Darker. Il videoclip, pubblicato a gennaio, è concepito come performance film con il London Welsh Male Voice Choir. Blake racconta il suo legame personale con Cohen: «Jameela (la sua compagna Jameela Jamil, ndr) mi fece ascoltare Bird on the Wire in un momento molto difficile della mia vita. Mi misi a piangere subito. Mi riconoscevo totalmente in quella figura che descrive. Cohen ha una capacità unica di scolpire un sentimento con precisione chirurgica. Si sente che ogni frase è stata limata per anni. Mi ispira il modo in cui riesce a rendere inevitabile una frase, come se non potesse essere scritta in nessun altro modo. C’è disciplina, revisione continua, una dedizione quasi ascetica alla parola giusta». 

Tra le collaborazioni spicca quella con il rapper Dave in Doesn’t Just Happen, dialogo serrato tra rap e introspezione elettronica, e il ritorno di Monica Martin in Didn’t Come To Argue. Nella traccia finale, Just a Little Higher, Blake evoca una protesta nazionalista avvenuta in Inghilterra: «È nato in un momento molto teso in Inghilterra. Un gruppo nazionalista bianco stava organizzando una protesta e molti miei amici non si sentivano al sicuro nemmeno a uscire di casa», racconta. «È stato uno dei giorni più tristi che ricordi. Quello che mi ha colpito non è stata solo la violenza o l’odio, ma la stupidità. Se analizzi davvero certi fenomeni capisci che il bersaglio indicato non è il vero responsabile. La rabbia viene alimentata dall’alto. La divisione è uno strumento perfetto per un sistema capitalistico che prospera sul conflitto. La canzone non vuole essere una predica. È piuttosto un invito a spostare lo sguardo. Il problema non è “loro”. È altrove».

I Had A Dream She Took My Hand sembra sia costruita su un campione di qualche standard pop degli anni ’50 di Lynch, ma in realtà è ispirata a un campione di It Was Only A Dream, un pastiche pop Lynchian-’50s che la band di Los Angeles Thee Sinseers ha pubblicato nel 2019. La traccia di Blake è principalmente focalizzata sulla sua voce e sul pianoforte, ma si basa anche su un coro intriso di riverbero. 

Senza telefoni, l’ascolto alla Triennale si trasforma in esperienza sensoriale. Occhi chiusi, teste che ondeggiano piano, corpi immobili come in una meditazione collettiva. In un tempo in cui tutto scorre troppo veloce, Blake sceglie una direzione opposta: rallentare, togliere, lasciare spazio.

Trying Times è attraversato da una malinconia costante ma non uniforme. Accanto ai passaggi più cupi emergono aperture melodiche e momenti luminosi che sembrano spiragli dopo la tempesta. Forse il gesto più radicale, oggi, è proprio questo: chiedere silenzio. E ricordarci che ascoltare — davvero — può ancora restituire profondità al presente.

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