Interviste

GIANNA NANNINI: cinquant’anni da cane sciolto

«Oggi sono GiannaGold, cerco la luce in mezzo al buio». Mezzo secolo di rock, fughe, provocazioni e canzoni diventate patrimonio popolare. Con “GiannaGold” la rocker senese rimette mano al proprio repertorio, riveste dieci successi con l’Orchestra Sinfonica di Londra e si concede tre inediti, tra cui le collaborazioni con Brunori Sas, Dimartino, Gazzelle, Dardust e Marracash. «Il mezzo secolo di carriera per me è un punto di partenza, non di arrivo»

C’è un momento nella vita di un artista in cui voltarsi indietro non significa necessariamente guardare al passato. Può essere, al contrario, un modo per prendere la rincorsa. Gianna Nannini, che di partenze, fughe e ritorni ha fatto una filosofia esistenziale prima ancora che musicale, ha deciso di festeggiare i cinquant’anni di carriera senza concedersi il lusso della nostalgia. O almeno senza lasciarsene imprigionare. Il suo nuovo progetto si chiama GiannaGold, titolo che sembra evocare una raccolta celebrativa e invece nasconde qualcosa di più ambizioso: un tentativo di rimettere in circolo il proprio repertorio, sottrarlo alla polvere delle celebrazioni e restituirgli una nuova possibilità di vita.

Ventitré? No, ventinove perle, tra successi intramontabili, tre inediti e dieci canzoni storiche completamente rivestite di arrangiamenti sinfonici. Un doppio album, triplo nella versione in vinile, che mette insieme epoche diverse della Nannini e prova a farle dialogare. Ci sono Latin Lover, Sei nell’anima, I maschi, Bello e impossibile, Fotoromanza, Profumo, Ragazzo dell’Europa, Meravigliosa creatura e Aria. Canzoni che appartengono ormai alla memoria collettiva, ma che qui vengono ripresentate in una veste orchestrale, con la voce delle registrazioni originali ad attraversare il nuovo paesaggio sonoro.

A guidare l’operazione è Gavin Greenaway, che ha scritto e diretto gli arrangiamenti dell’Orchestra Sinfonica di Londra. Non un semplice esercizio di maquillage, almeno nelle intenzioni. «Volevo un salto quantico», racconta Gianna. «Volevo usare l’orchestra vicino al mio rock, anzi pop: le chitarre ci sono, ma non sono sparatissime». Una scelta che guarda anche a esperienze del passato: «Ho lavorato con Will Malone, che a sua volta aveva lavorato con gli Who al tempo di Tommy: sapevo dove mettere le mani. E continuo l’intuizione di Conny Plank, il suo minimalismo non rinunciava mai alla ritmica della band».

La rivoluzione, insomma, non consiste nel trasformare le canzoni in monumenti da conservatorio, ma nel trovare un equilibrio tra l’energia del rock e la profondità della scrittura orchestrale. E se c’è un riferimento contemporaneo che ha acceso la scintilla, non è un vecchio disco dei Deep Purple o una delle grandi stagioni del rock sinfonico. È Rosalía. «Mi ha ispirato con Lux: la sua lingua, la sua cultura, l’orchestra… Se l’ha fatto lei potevo farlo anche io, pensando anche al mercato internazionale, altrimenti ci fermiamo come sempre a Chiasso». Una battuta, ma anche una dichiarazione d’intenti. Perché Gianna non ha mai avuto particolare simpatia per i confini, né geografici né musicali.

Il progetto nasce anche dall’incontro con una nuova generazione di autori. I tre inediti sono Cani sciolti, Ricominciassimo e Meraviglioso errore, quest’ultimo scritto con Brunori Sas e Dimartino. Una collaborazione nata quasi per una dichiarazione d’amore a distanza. «Avevo visto un’intervista di Brunori durante la sua ultima partecipazione a Sanremo in cui mi metteva al vertice delle sue preferenze. E così, irrorata e lusingata da questa dichiarazione d’amore, sono andata a trovarlo in Calabria per scrivere questa canzone».

Il risultato è una ballata che scorre sulla pelle, tra sentimenti contraddittori e occasioni perdute, con un crescendo orchestrale che accompagna una storia sentimentale senza facili assoluzioni. «Siamo partiti per Londra per registrare la sinfonica con Gavin Greenaway, che ha avuto una visione su questo brano: ha scritto e diretto l’orchestra sinfonica, suonando anche il pianoforte. Una storia che scorre sopra la pelle e fa venire i brividi». Un incontro tra sensibilità differenti che sembra aver restituito alla Nannini una curiosità compositiva nuova.

Ancora più significativo è Ricominciassimo, prodotto dalla stessa Gianna con Dardust e scritto insieme a Federico Nardelli e Gazzelle. Una ballata attraversata da nostalgia, disincanto e dal desiderio di riaprire una porta che forse non si è mai chiusa del tutto. «Ci ho messo una pietra sopra, ci ho messa tutta me sopra, ci ho messo tutta la vita / per rimanere da sola», canta. Ma la solitudine, nella sua interpretazione, non è una resa: è piuttosto il punto da cui ripartire. «Le canzoni nascevano al microfono, il suono chiamava le parole. Roba da cani sciolti, io lo sono sempre stata».

Eccola, la parola che più di ogni altra sembra definire il progetto. “Cane sciolto” non soltanto per attitudine rock, ma per una certa insofferenza alle appartenenze obbligate, alle etichette, alle convenzioni. Cinquant’anni dopo il primo album, pubblicato nel 1976, Gianna Nannini rivendica ancora il diritto di cambiare strada, di non somigliare a se stessa e, soprattutto, di non chiedere il permesso. «Oggi faccio tutto da sola. Per i discografici questo progetto costerebbe troppo», osserva, con quella punta di disincanto che accompagna spesso le sue considerazioni sull’industria musicale.

Il simbolo di questo lavoro è il tarassaco, un fiore che annuncia la vita nuova. Il mezzo secolo di carriera per me è un punto di partenza, non di arrivo. In 72 anni ho imparato come ripartire

gianna nannini

Il disco, del resto, ha anche un valore autobiografico. «Il simbolo di questo lavoro è il tarassaco, un fiore che annuncia la vita nuova. Il mezzo secolo di carriera per me è un punto di partenza, non di arrivo. In 72 anni ho imparato come ripartire». Settantadue anni, dunque, e nessuna intenzione di trasformarsi in una statua del rock italiano. «Oggi sono GiannaGold, in mezzo a tanto buio cerco la luce, mi scrollo di dosso un mondo dove prospera l’odio e il vittimismo».

Nel disco c’è anche un’operazione che promette di far discutere. America, l’inno all’autoerotismo che nel 1979 scandalizzò e divertì l’Italia, viene riproposta in una nuova versione con Marracash. «Ho dato una rinfrescata all’America», spiega la cantante. «L’ho ricantata e ho ospitato Marra: si è squagliato il sogno e il vibratore a stelle e strisce ora è “America Inc.”». Una rilettura che mette insieme due generazioni e due linguaggi apparentemente lontani, ma accomunati da una certa allergia alle buone maniere. «Anche il rock e il rap hanno qualcosa in comune, non cercano di compiacerti o di indorarti la pillola, dicono le cose come stanno».

Per la Nannini, però, America non è mai stata soltanto una provocazione sessuale. «Ormai è un pezzo folk, conta la variante. La prima a dirmelo fu Caterina Bueno». La grande interprete del canto popolare toscano, che amava la sua voce perché «era cruda». Un aggettivo che continua a funzionare come una definizione perfetta: ruvida, imperfetta, riconoscibile, capace di attraversare le canzoni senza addomesticarsi.

Del resto, la libertà è un tema che attraversa tutta la sua storia personale. E quando il discorso si sposta sugli stereotipi di genere, Gianna non ha intenzione di indossare i panni della testimonial rassicurante. «Dovremmo liberarci dagli stereotipi: donna/uomo, femmina vittima/maschio patriarcale. Io mi sono allontanata da mio padre per inseguire la mia vita, il patriarcato se c’è basta non accettarlo, combatterlo, fuggirlo». Una posizione netta, che non rinnega le battaglie femministe ma diffida della loro trasformazione in formule da ripetere. «Sono una libertaria, quando serviva manifestare le mie idee, dal femminismo all’ambiente alla guerra, mi sono esposta. Ma credo che lamentarsi serva a poco. E sul palco canto e non faccio sermoni, per me è sacro, le mie idee, le mie battaglie, che sono ben note, le combatto altrove».

Anche la maternità entra nel racconto, con una confessione personale e senza retorica. Nella presentazione del disco Gianna ha parlato del desiderio di avere un altro figlio, dopo aver ricordato l’aborto vissuto qualche anno fa. Di sua figlia Penelope dice che «cresce bene, è un bel tipino», e aggiunge che cerca di metterla in guardia quando serve. Quanto al padre, assente dalla sua vita, osserva con la consueta provocazione: «Mia figlia non ha subito nessun patriarcato, perché non ha avuto un padre, ma se ci fosse stato… poteva anche essere materno».

Non mancano, nell’intervista, le occasioni per tornare su qualche capitolo rimasto in sospeso. Come la versione italiana di It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan, tradotta per lei da Francesco De Gregori e registrata per il progetto. «L’ho registrata, ma i discografici di Bob Dylan non ci hanno dato il permesso per la traduzione». Un piccolo rimpianto, che non sembra tuttavia intaccare l’entusiasmo per un lavoro che ha voluto costruire senza troppe concessioni.

E Sanremo? La domanda arriva puntuale, ma la risposta è una delle sue solite sterzate. «Sono pronta per il Festival del… 2076». Poi si concede una rivendicazione non priva di ironia: «Sono stata figa, a vincerlo senza mai andarci, no? Da autrice: nel 2008 di Colpo di fulmine per Lola Ponce e Giò Di Tonno». Anche il Festival, insomma, può aspettare. Non è mai stato il centro del suo mondo e difficilmente lo diventerà adesso.

Il centro, semmai, resta il palcoscenico. Ed è lì che GiannaGold troverà la sua dimensione più naturale con il Celebration Tour Live 2027, una tournée che partirà il 13 marzo da Livorno, con la data zero al Modigliani Forum, per approdare il 15 marzo all’Unipol Forum di Milano. Poi Firenze il 19, Padova il 25, Jesolo il 29, Roma il 31, Eboli il 3 aprile, Bari il 6, Bologna il 9 e Torino l’11. Dopo gli oltre trenta concerti sold out del 2024-25, Gianna torna nei grandi palazzetti italiani, accompagnata dalla band diretta musicalmente da Davide Tagliapietra, con Milton McDonalds alle chitarre, Christian Rigano alle tastiere, Francis Hylton al basso, Moritz Müller alla batteria e Bettah Ferrari, Alice Tombola e Laura Barbieri ai cori, diretti da Moris Pradella.

In autunno sarà invece la volta dell’Europa: Amburgo il 14 ottobre, Lipsia il 16, Francoforte il 18, Stoccarda il 20, Monaco il 22, Norimberga il 23, Düsseldorf il 26 e Zurigo il 29. Una strada che Gianna si è costruita negli anni, senza aspettare che un singolo successo le spalancasse le porte. «Mi sono aperta la strada decenni fa, costruendo un pubblico concerto dopo concerto. Ho diviso il palco con U2, Police, Paolo Conte… Un’audience europea è una cosa che devi seminare, non arriva solo per un successo estemporaneo».

Berlino, intanto, resta la sua città d’elezione. Dopo il concerto alla Waldbühne, la Nannini racconta di sentirsi ormai a casa: «Ho una valigia qui che ho lasciato, come Marlene Dietrich: sono tornata e mi sono regalata un sogno per festeggiare una catena di successi».

Cinquant’anni dopo quel primo album omonimo, Gianna Nannini sembra dunque aver trovato un altro modo per raccontarsi. Non una celebrazione imbalsamata, non un greatest hits da mettere in vetrina, ma un disco che prova a tenere insieme la ragazza che cantava America, la donna che ha attraversato il rock italiano a modo suo e l’artista che oggi cerca nuove complicità con Brunori, Gazzelle, Dardust e Marracash. Il passato c’è tutto, ma non pretende di avere l’ultima parola. Il tarassaco, simbolo scelto per GiannaGold, è un fiore che cresce anche dove non te lo aspetti. E forse è proprio questa la lezione della Nannini: non importa quante volte ti sei raccontata, puoi sempre ricominciare. Purché tu resti un cane sciolto.

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