– Nell’album “Strange Smile”, il trio formato da Giovanni Benvenuti, Francesco Pierotti e Fabio D’Isanto gioca fra passato e futuro, attraversando la storia del jazz da Cole Porter a Bill Frisell, passando per Charlie Parker, John Coltrane e Lee Morgan. Sette riletture senza pianoforte, tra improvvisazione, funk e libertà espressiva
– «Il jazz nasce come musica ballabile. Quando siamo sul palco vogliamo divertirci e anche ridere. Ridere è una cosa estremamente seria». «Non avere uno strumento armonico rende molto democratica l’interazione tra di noi». «Vorremmo che nei Parlamenti delle nazioni si creassero leggi come in un trio si crea un chorus di improvvisazione»
Nel jazz la tradizione può essere una casa accogliente oppure una prigione dorata. Dipende da come la si abita. C’è chi continua a lucidare i mobili dei grandi maestri, riproducendo con religiosa devozione ciò che è già stato suonato migliaia di volte, e chi preferisce spostare le pareti, aprire le finestre e vedere cosa succede. Giovanni Benvenuti, Francesco Pierotti e Fabio D’Isanto appartengono alla seconda categoria. E hanno un’idea piuttosto chiara di come trattare i monumenti della musica afroamericana: senza inginocchiarsi. «Si rispetta il materiale di partenza proprio non rispettandolo», sostiene Benvenuti. Una contraddizione soltanto apparente, che potrebbe diventare il manifesto del Reunion Trio.
Il 29 ottobre è uscito Strange Smile, secondo album della formazione, pubblicato dall’etichetta indipendente Wow Records. Sette brani che attraversano epoche e linguaggi differenti, da Cole Porter a Charlie Parker, da Lee Morgan a John Coltrane, fino a Bill Frisell. Non un’antologia celebrativa, ma un tentativo di rimettere in circolazione materiali conosciuti, sottraendoli alla prevedibilità delle interpretazioni convenzionali.

La scelta più significativa è forse quella dell’organico. Benvenuti al sax tenore, Pierotti al contrabbasso, D’Isanto alla batteria. Niente pianoforte, niente chitarra, nessuno strumento armonico incaricato di costruire un terreno stabile sotto i piedi del sassofonista. Il Reunion Trio adotta la formula pianoless, una delle più affascinanti e rischiose della storia del jazz, perché lascia ai musicisti una libertà enorme, ma anche pochissimi nascondigli.
È una formazione che porta inevitabilmente alla memoria il celebre trio di Sonny Rollins con Wilbur Ware ed Elvin Jones, oppure certe avventure musicali di Ornette Coleman. Ma i riferimenti storici, per quanto illustri, non bastano a definire un’identità. La vera sfida è trovare qualcosa di personale da raccontare dentro una formula che ha già prodotto pagine fondamentali della musica afroamericana.
Benvenuti, Pierotti e D’Isanto provano a farlo attraverso un linguaggio che intreccia jazz e funk, improvvisazione e ricerca ritmica, mantenendo aperta la possibilità dell’imprevisto. L’interplay, parola spesso abusata nelle presentazioni discografiche, diventa qui il principio attorno al quale ruota l’intero progetto: tre strumenti che si ascoltano, si inseguono, si contraddicono e, quando serve, si fanno da parte.
«Il titolo nasce dall’unione del brano più antico e più recente dell’album», spiegano i musicisti, «a significare la rilettura del materiale di partenza che si rende plastico nelle note arrangiate dai tre musicisti, in una democrazia musicale in cui ogni strumento è sia solista che parte del tutto».
E c’è anche un piccolo gioco di parole. Smile è l’anagramma di Miles, omaggio a Davis nel centenario della nascita. Il trombettista che ha attraversato bebop, cool jazz, rivoluzione modale ed elettricità senza mai preoccuparsi troppo di rassicurare i puristi.
Per il Reunion Trio, del resto, la musica nasce da una frequentazione che precede di molto l’esistenza del gruppo. Dieci anni di amicizia e collaborazioni hanno costruito una confidenza che, soprattutto nel jazz, può fare la differenza. Perché l’improvvisazione collettiva non è soltanto una questione di abilità strumentale: richiede fiducia, capacità di ascolto e disponibilità a perdere il controllo.
Il loro primo album, I Thought About You, è stato inserito dalla rivista Jazzit fra i cento migliori dischi del 2025. Un riconoscimento che ha accompagnato l’avvio del percorso discografico e che rende Strange Smile un passaggio importante: quello in cui una formazione è chiamata a dimostrare di avere qualcosa da dire anche dopo il debutto.
Ma il jazz contemporaneo ha davvero bisogno dell’ennesima rilettura degli standard? E quanto è difficile, in Italia, tenere in vita un progetto musicale che non si pieghi alle esigenze dei festival e del mercato? Ne abbiamo parlato con Giovanni Benvenuti, che risponde anche a nome del trio. Senza nascondere le difficoltà del mestiere e con una convinzione: la musica deve continuare a sorprendere, prima di tutto chi la suona.
L’intervista a Giovanni Benvenuti

- Il jazz rischia di diventare un museo di se stesso? Ogni anno escono centinaia di dischi che rileggono gli standard. Che cosa deve avere oggi una nuova interpretazione di Charlie Parker o John Coltrane per non essere soltanto un esercizio di stile?
«Mi piace sempre citare Massimo Urbani: l’avanguardia sta nei sentimenti. Un brano eseguito tante volte può sempre dare qualcosa di nuovo perché i modi per rileggerlo sono infiniti. Attraverso composizioni del passato noi guardiamo alla contemporaneità e “parliamo” del presente. Gli standard sono una rampa di lancio dalla quale intraprendiamo un viaggio che attraversa il nostro sentire personale e i nostri interessi musicali, che sono non solo jazzistici ma anzi che abbracciano le direzioni stilistiche più disparate. Non siamo gli autori di questi brani ma la nostra esecuzione è estremamente personale. Per cui per tornare alla domanda una nuova interpretazione di un brano di Coltrane deve innanzitutto non provare a essere aderente a quella originale: si rispetta il materiale di partenza proprio non rispettandolo, una apparente contraddizione nella quale sta tutto lo spirito dell’arte».
- Avete scelto sette brani appartenenti a epoche e linguaggi molto differenti. Qual è stato il criterio della selezione? Avete cercato composizioni che amavate particolarmente oppure quelle che offrivano maggiori possibilità di trasformazione?
«Abbiamo scelto un repertorio che abbracciasse tutta la storia del jazz, dalle origini alla contemporaneità trasformandolo in qualcosa che fosse frutto della nostra visione artistica. I brani selezionati sono accumunati dal fatto di essere malleabili, da poter essere stravolti o da permettere aperture nelle quali si possa interagire liberamente, come se si rendessero la scenografia di uno spettacolo nel quale noi tre recitiamo un po’ seguendo un copione e un po’ improvvisando le battute».
- Nel disco convivono Cole Porter e Bill Frisell, due universi apparentemente lontanissimi. Che cosa li accomuna musicalmente ai vostri occhi? E qual è stato il brano più difficile da reinventare?
«Il minimo comun denominatore di questi brani è il fatto che la melodia è estremamente potente, espressiva e caratterizzante. I grandi compositori sono soprattutto coloro che riescono a creare un piccolo universo che si rende vivo nell’impastarsi dei suoni e questi brani sono dei mondi nei quali si può esplorare liberamente. Non c’è un brano più difficile o più facile in questo senso ma sicuramente è interessante rendere nuovo un brano antico come When you’re smiling: lo abbiamo reso dispari, in cinque quarti, ma in questo suo rinnovamento tecnico mantiene lo spirito della composizione originale. I bei brani sono sempre contemporanei».
- Suonare senza pianoforte significa essere più liberi o semplicemente più esposti? In una formazione pianoless non c’è uno strumento armonico a cui aggrapparsi. Quanto questa assenza condiziona le vostre scelte e quanto invece le stimola?
«Non avere uno strumento armonico rende possibile una enorme libertà su molti piani e rende molto democratica l’interazione tra di noi: vi è una confusione creativa dei ruoli ed è spesso impossibile dire chi accompagna è chi è il solista perché siamo entrambe le cose tutti allo stesso tempo. La difficoltà è l’essere scoperti, ma le difficoltà sono soprattutto uno spunto per trovare nuove vie e soluzioni e avendo suonato anni insieme per noi c’è soprattutto divertimento e la gioia di far musica».
- Nel comunicato parlate di «democrazia musicale». Ma in un trio jazz la democrazia funziona davvero? Chi decide quando un’improvvisazione deve prendere una direzione diversa? E cosa succede quando non siete d’accordo?
«Il segreto è cercare di non avere aspettative e di non pretendere che la musica vada in una certa direzione: quando avviene qualcosa che non avremmo cercato bisogna fidarsi della strada intrapresa da chi suona con noi e vedere quello che succede. Spesso proprio da questi imprevisti nascono le cose più interessanti. Il che non vuol dire che uno debba fare ciò che fa l’altro: si può anche fare esattamente l’opposto per creare contrasto (tu suoni pianissimo e io all’improvviso faccio un urlo cosa sax, tu fai tante note e io faccio una nota lunga…). L’importante è dare valore a ciò che gli altri musicisti ci propongono».

- Dopo dieci anni di amicizia conoscete probabilmente anche i reciproci difetti. Questa familiarità rende più facile improvvisare insieme oppure rischia di produrre automatismi, rendendo tutto troppo prevedibile?
«Questa familiarità è per noi un grande stimolo perché ci conosciamo benissimo ma tutti e tre abbiamo una sete inesauribile di ricerca musicale e stilistica. Singolarmente siamo in continua trasformazione ed il trio è cangiante di concerto in concerto. Ogni volta che avvertiamo qualcosa che si ripete troviamo una soluzione alternativa. Ci sono alcuni brani anche non presenti nei nostri dischi che eseguiamo da anni ma che ogni volta sono un totale novità».
- Nel vostro linguaggio entra anche il funk. È soprattutto una questione di ritmo e groove oppure rappresenta il tentativo di uscire da un certo jazz contemporaneo, talvolta troppo cerebrale e poco fisico?
«In generale amiamo tante musiche ed abbiamo ascoltato rock, funk, blues, musica classica, musiche brasiliane etc. almeno quanto abbiamo ascoltato jazz. Per noi è inevitabile giocare con groove che ci portino in territori molto cinetici e fisici. Il jazz nasce come musica ballabile, per cui ancora oggi la potenza del ritmo è un elemento per noi imprescindibile. Quando siamo sul palco vogliamo divertirci e anche ridere. Ridere è una cosa estremamente seria».
- Avete nascosto Miles Davis nell’anagramma di Smile. Miles sosteneva, soprattutto con le sue scelte artistiche, che un musicista dovesse continuare a cambiare. Oggi nel jazz c’è ancora il coraggio di tradire il proprio passato oppure si preferisce rassicurare il pubblico?
«Penso che le due cose non siano in contraddizione: talvolta si pensa che per catturare il pubblico si debba compiacerlo facendo cose banali, oppure che se si vuole esprimersi si debbano obbligatoriamente far cose indigeste ai più. Io invece penso che se fai qualcosa che ti rispecchia nel profondo e che senti come realmente tua può arrivare al pubblico proprio nel suo essere genuina. Con questo trio facciamo cose che sono molto complesse su molti parametri, ma ci divertiamo a farle ed il pubblico avverte questo nostro piacere, non la difficoltà: quella è solo affar nostro».
- Il vostro primo disco è entrato nella selezione dei cento migliori album del 2025 di Jazzit. Questo riconoscimento vi ha dato maggiore sicurezza oppure ha aumentato la pressione sul secondo lavoro? Che cosa avete voluto cambiare rispetto a I Thought About You?
«Il riconoscimento, molto gradito, è stato carburante che abbiamo investito per alimentare la nostra ricerca. Più che pressione avvertiamo la voglia di regalare agli ascoltatori un album che è una evoluzione del primo e che scaturisce da una evoluzione del trio. In questo nuovo album c’è ancora più sperimentazione e qualche salto nel vuoto che ci ha fatto atterrare su territori che non ci aspettavamo».
- Quanto è difficile oggi costruire un progetto stabile di jazz originale in Italia? Esiste un circuito che sostiene le formazioni emergenti oppure si finisce troppo spesso a suonare soltanto nei festival, magari con programmi che gli organizzatori considerano più facilmente vendibili?
«È piuttosto difficile perché molti gruppi non riescono a suonare live con regolarità e questo indebolisce la motivazione. Per fortuna noi siamo tutti e tre molto carichi e motivati, abbiamo quella grinta che ci fa dire che anche se il sistema relativo al mondo dello spettacolo è una montagna impervia da scalare, noi continuiamo a salire sempre. Inoltre, suoniamo mediamente molto spesso, soprattutto in certi periodi, per cui abbiamo una longevità come trio che non è comune. Quello che ci piacerebbe sarebbe una maggiore diffusione della figura dell’agente: con tutto il lavoro che comporta fare musica ad un certo livello, il trovare anche gli ingaggi è spesso pesante».

- La vostra musica nasce dall’ascolto reciproco, dalla capacità di lasciare spazio agli altri. È una lezione che il jazz potrebbe offrire anche a una società nella quale tutti sembrano voler parlare e nessuno ascoltare?
«Quando l’interplay funziona bene si crea un dialogo nel quale tutti si ascoltano. Magari non si è sempre d’accordo ma si rispetta l’opinione altrui, agendo talvolta anche rimanendo in silenzio. Quando non funziona si crea ciò che si vede nei talk show televisivi: tutti vomitano la propria opinione e non si capisce più nulla. Vorrei che nei Parlamenti delle nazioni si creassero leggi come in un buon trio di jazz si crea un chorus di improvvisazione».
- E infine una provocazione: se Miles Davis potesse ascoltare Strange Smile, quale pensate sarebbe la prima cosa che vi contesterebbe?
«Forse di utilizzare solo strumenti acustici senza elettronica e altro. Miles ha sempre esplorato le nuove possibilità sonore date dalla tecnologia e immagino non si sarebbe fermato. O forse sarebbe tornato ai suoni acustici. Impossibile dirlo, Miles era imprevedibile».
In fondo, la risposta più significativa arriva quando Benvenuti immagina un Parlamento capace di funzionare come un trio jazz: ciascuno ascolta, interviene, lascia spazio, qualche volta tace. Un’utopia che farebbe sorridere Miles Davis, poco incline ai compromessi, ma maestro nell’arte di far dialogare personalità diversissime.
E forse è proprio qui che Strange Smile trova il suo significato più interessante. Non nella capacità di rendere dispari uno standard o di trasformare un classico in qualcosa di irriconoscibile, ma nell’idea che la libertà musicale non sia fare ciò che si vuole, bensì costruire qualcosa insieme senza sapere esattamente dove si andrà a finire. Il jazz, quando funziona, è ancora questo. Una conversazione nella quale nessuno conosce in anticipo l’ultima parola.
