Storia

ENRICO RAVA, 87 anni e una tromba senza età

– Lo storico musicista presenta il nuovo lavoro “Corners” (ECM) con un quartetto di giovani affiancati da Joe Lovano «che conobbi una quarantina di anni fa al Messina Jazz Meeting» 
– Il racconto di una vita: «A 7 anni m’innamorai di questa musica». Gli incontri formativi con Gato Barbieri e Steve Lacy, e quel progetto con Andrea Camilleri non andato mai in porto
– «Oggi il livello tecnico è altissimo, ma mi sembra azzardato parlare di ricambio di idee. Ascoltando i jazzisti neroamericani in voga oggi, se avessi 15/16 anni farei sicuramente il rapper»

Ad invecchiare, Enrico Rava proprio non ci riesce. E infatti i suoi 87 anni parlano ancora di concerti (è atteso con Stefano Bollani il 23 dicembre all’Auditorium Parco della Musica Ennio) e domani 16 ottobre pubblica il nuovo disco Corners, una coproduzione ECM e Parco della Musica Records Morricone – Sala Santa Cecilia, presentato oggi alla Casa del Jazz di Roma. Anzi, il suo cruccio è di essere stato costretto «alla mia veneranda età a ridurre la mia attività e il mio raggio d’ azione. Nel 2019 per i miei 80 anni ho fatto una novantina di concerti in tutto il mondo. Ora non mi sento più di fare viaggi intercontinentali».

Per la sua nuova registrazione il trombettista e storico artista si è circondato di una nuova generazione di musicisti italiani desiderosi di sfidare il paradigma: Matteo Poggi (trombone), Francesco Diodati (chitarra), Francesco Ponticelli (contrabbasso), Evita Polidoro (batteria, voce). Come collettivo si fanno chiamare Fearless Five, un quintetto qui affiancato dal sassofonista ospite Joe Lovano per un album di musica interamente originale, plasmato con senso dell’avventura e slancio, mentre la connessione italo-americana attinge a un comune bacino di immaginazione.

«Il jazz era il pane buono, fresco»

Enrico Rava è l’ultimo dei mohicani, come si è autodefinito, un musicista che si ostina «a suonare strumenti antichi, che altri hanno sostituito con bip, loop, macchinette diaboliche che riproducono il suono di una tromba, di un sassofono» si lamenta. «Oggi tutto è di pessima qualità. Ascoltare musica su Spotify non è la stessa cosa di comprare un disco in negozio e poi andarlo ad ascoltare in un impianto stereo. Spotify è musica “usa e getta”. La tecnologia ci ha portati a non avere negozi di dischi, di libri, lettori cd. Oggi perfino nelle auto trovi la chiavetta dove devi scaricare la musica per ascoltarla. E questo è un peggioramento nell’ascolto».

L’amore per il jazz sbocciò quando Rava aveva 7 anni, «più o meno». «Ascoltavo i dischi di mio fratello, che era più vecchio di me» ricorda. «Possedeva una cinquantina di 78 giri, perché ancora il 33 giri non esisteva. Ogni facciata durava tre minuti e mezzo. C’erano dischi di trombettisti come Louis Armstrong, Bix Beiderbecke, Dizzy Gillespie. Fu un amore a primo ascolto. E a 12/13 anni, quando arrivò la paghetta, cominciai a comprarmi i primi dischi. Il primo? Non lo dimenticherò mai, era di King Oliver, che fu un maestro di Armstrong». 

Il jazz per quel bambino nato all’alba del secondo conflitto mondiale rappresentò anche qualcos’altro. «Il cibo. Prima, con la guerra, c’era la fame» continua Rava. «Il jazz era il pane buono, fresco, la cioccolata, i vetri alle finestre. Segnò l’inizio del benessere, che poi è arrivato con il cinema e la letteratura americani, prima vietatissimi. Insomma, m’innamorai di questa musica per via di tutto ciò: era un pacchettone di mille cose belle, fantastiche».

Un amore folle, irresistibile, totale. «A causa del quale a scuola andavo malissimo» sorride. «Invece di studiare, con alcuni miei compagni di classe, anche loro appassionati di questa musica, ci scambiavamo dischi, suonavamo. Ma grazie al jazz ho potuto fare una bella vita. È un privilegio essere pagati per divertirsi, perché suonare per me è un gioco. Quando sto sul palco e suono per me è un piacere. Il jazz mi ha fatto girare e conoscere il mondo».

E gli ha fatto incontrare tante persone. Perché, come ha titolato una sua autobiografia, il jazz è una musica che nasce da incontri. «Sin dalle sue origini, a New Orleans, alla fine dell’Ottocento, quando ancora non esisteva l’apartheid. Africa e l’opera italiana, inglesi, francesi, creoli, si incontrarono gettando le basi di quella musica che sarebbe stata definita jazz una decina di anni dopo. E gli incontri continuarono: i ritmi cubani, la contemporanea, il pop, il rock». 

Per Rava l’incontro più importante, dal punto di vista umano e musicale, fu quello con Gato Barbieri. «Io ero un dilettante, lavoravo in una azienda, stavo malissimo. Gato mi ha dato fiducia, mi ha spinto a lavorare nella musica, fino a chiamarmi per suonare insieme. Forse anche senza Gato avrei fatto il musicista jazz, ma avrei aspettato molto più tempo e non so se la storia avrebbe avuto lo stesso sviluppo».

Enrico Rava

E poi Steve Lacy, un’altra persona importante nella crescita del trombettista.  «Mi portò con lui a New York, mi fece conoscere Roswell Rudd, Carla Bley, Cecil Taylor. Eravamo alla fine degli anni Sessanta, io ero uno dei pochissimi europei a suonare jazz a New York. Da allora fu un crescendo, al ritorno in Italia il lavoro fioccava da ogni parte».

E quando con la memoria torna a Gato e Steve, l’incedere sognante del suo eloquio si apre alla malinconia, che per Rava è come l’aria. «Gato era un gigante, ovunque accolto da folle osannanti. La sua musica, quell’intreccio folgorante di free e musica etnica, che per primo aveva concretizzato, sviluppando in direzione latino-americana il classico, fondamentale sincretismo che sta alla base del jazz, gli aveva procurato una fama e un successo anche economico che, Miles a parte, fino a allora non era stato di nessuno. Poi la seduzione di quei trionfi gli fece perdere di vista la sua stessa poetica e, complici le forti pressioni della moglie, ne fece un musicista come tanti, invaghito di soldi e status symbol. Steve era diverso: il suo rigore etico lo immunizzò per sempre da qualsiasi tentazione, anche quando era oppresso dalla dipendenza dall’eroina. Un magnifico poeta Lacy, che andava per il mondo forte del suo genio, della sua sensibilità e della lezione maturata via via con Cecil Taylor, Monk, Roswell Rudd, Mingus, Ellington, Braxton, Evan Parker fino al meraviglioso duo con Mal Waldron».

Incontri non solo nel jazz, ma anche nel cinema, nell’arte, nel fumetto, nella letteratura, nel pop. «Che nascono sempre dal fatto di suonare jazz. Fui chiamato a scrivere le musiche per il film Oggetti smarriti di Giuseppe Bertolucci perché gli fui indicato dal fratello Bernardo che amava il jazz. Con Michelangelo Pistoletto nacque una collaborazione a tutto campo dopo che vide un mio concerto alla Scala. Conobbi Altan prima che fosse Altan, quando andava in spedizione nella giungla brasiliana. Nel ‘96 incisi Rava Noir, e Altan disegnò una stupenda storia con me protagonista».

Fino all’incontro con il compianto Andrea Camilleri. «Fui io, questa volta, a contattarlo» ricorda Rava. «Mi proposero un docu-film su di me. Non mi andava, perché ne avevo fatti altri. A me interessava una fiction, non un biopic. Ma ci voleva uno che scrivesse la scenografia. L’unico che poteva scriverla era Camilleri». Da appassionato di letteratura e da divoratore di libri, Rava aveva letto tutte le opere dello scrittore agrigentino, «non solo quelle con il commissario Montalbano» tiene a sottolineare. «Gli telefonai e lui fu molto simpatico. Fui sorpreso dal fatto che mi conoscesse. Scoprii che era un appassionato di jazz.  Mi invitò a casa sua e cominciò a scrivere la sceneggiatura di questa fiction. Che non è mai stata realizzata perché costava troppo: alcune scene richiedevano il trasferimento del set a New Orleans e a New York. Diventò però un piccolo spettacolo teatrale che ho portato in giro per il Paese».

Maestro e talent scout. Anche se lui si schermisce: «Io non faccio il talent scout, è l’ultima delle mie preoccupazioni… Mi piace stare con loro, mi piace sentirli suonare, mi piace suonare con loro, sento che c’è un’intesa molto forte anche tra di loro». Eppure, tanti sono i discepoli di Enrico Rava sparsi per l’Italia: Massimo Urbani, Paolo Fresu, Stefano Bollani, Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Francesco Diodati, tra gli altri. «C’è un grande ricambio, è vero» spiega. «Certo chiamarlo ricambio di idee mi sembra una affermazione azzardata. Solo l’elettronica ha smosso qualcosa. Il livello tecnico e teorico è altissimo, certo, ma le idee sono rimasticamenti di cose già sentite. L’ultima grande innovazione di linguaggio è stata quella di Coleman nel 1959; da lì in poi, si ricicla. Ascoltando i jazzisti neroamericani in voga oggi, se avessi 15/16 anni farei sicuramente il rapper».

Rava è sorpreso dalla valanga di giovani che si dedicano al jazz. «Penso di non sbagliare se dico che sono migliaia» si meraviglia. «La qualità e la quantità è altissima. Mai l’avrei immaginato all’inizio della mia carriera. Quando ho iniziato a suonare, a fine anni Cinquanta, da noi non c’erano jazzisti tout court. Esistevano, casomai, musicisti bravissimi che lavoravano nelle orchestre Rai e poi si ritagliavano a fatica un posto fuori; io invece sono stato uno dei primi a dedicarmi esclusivamente all’attività solista insieme a pochi altri – Nunzio Rotondo, Franco D’Andrea – lottando contro le perplessità di tutti. A partire dai genitori, che mi vedevano come matto, neanche mi fossi messo in testa di fare l’astronauta. Allora eravamo davvero pochi, oggi sono migliaia. Al primo anno del festival che Fresu organizzava all’Aquila si sono presentati seicento musicisti, altrettanti, e tutti diversi, l’anno successivo. A volte mi chiedo cosa faranno da grandi. Sì, c’è un movimento, ci sono concertini, festivalini. Sta di fatto, però, che solo per pochi di loro ci sarà un futuro semplice. Non serve soltanto suonare bene, bisogna avere carisma, idee, fantasia e molta fortuna».

Il nuovo disco

I Fearless Five, che prendono il nome dall’omonima composizione di Rava ascoltata per la prima volta nell’album Enrico Rava Quartet del 1978 (ECM 1122), si sono formati durante un concerto improvvisato alle porte di Roma, nel 2022: «Quella sera ci siamo divertiti così tanto sul palco, pur senza una vera prova, che ho deciso più o meno lì per lì che quella sarebbe dovuta diventare la mia nuova band», ricorda il trombettista. Nel 2024 il disco Enrico Rava Fearless Five registrato a febbraio alla Casa del Jazz e pubblicato dalla Parco della Musica Records vince il Top Jazz in due categorie: miglior disco e migliore formazione dell’anno.

Corners, il primo album del gruppo per l’etichetta ECM, è ricco di melodie evocative, rappresentative dello stile lirico caratteristico di Rava ma anche di nuove sfaccettature, portate al tavolo dai suoi più giovani complici così come dalla sensibilità unica di Lovano, capace di adattarsi a qualsiasi musicista, linguaggio e ambiente. Rava e Lovano sono vecchie conoscenze. 

«La prima volta che ho incontrato Joe Lovano è stato una quarantina di anni fa al Messina Jazz Meeting. Io mi esibivo con il mio gruppo e lui era con Paul Motian. Io non lo conoscevo, ma mi fermai in teatro ad ascoltare Paul, del quale ero amico. Rimasi impressionato a sentire Joe, era un sassofonista strepitoso. Ma quello che mi colpì soprattutto erano le ovazioni che accompagnavano ogni suo assolo. Poi ho scoperto che erano venuti da tutta la Sicilia i suoi parenti. Parenti che lui non sapeva neanche di avere. Con Joe poi abbiamo fatto un tour in quartetto con Miroslav Vitous e anche in quintetto una ventina di anni fa». Nel 2009 registrarono insieme il disco Roma, che ha spinto il quotidiano francese Le Monde a scrivere «due tra i più grandi del jazz – musicisti di intensa espressività».

Il chitarrista Francesco Diodati è l’unico membro del nucleo storico ad aver già suonato con Rava in altre formazioni. «Capisce esattamente ciò di cui ho bisogno o che mi piace, e in qualche modo questo si trasmette alla band. Posso lasciarli molto liberi in quello che fanno, non ho davvero bisogno di dare loro istruzioni», afferma il leader.

È proprio questa dimensione collettiva a dare a Corners il suo carattere. Rava non dirige imponendo una rotta. Semmai indica un orizzonte e lascia che siano gli altri a decidere come raggiungerlo. È una filosofia che attraversa tutta la sua carriera, alimentata dalla convinzione che il talento produca i risultati migliori quando non viene costretto dentro una partitura di ordini e divieti. Il rischio, naturalmente, è quello di perdersi. Ma nel jazz perdersi può essere il modo più interessante di arrivare da qualche parte.

L’album comincia guardandosi alle spalle, ma senza alcuna nostalgia. Certi Angoli Segretiriporta alla luce una composizione già apparsa nel 1998, ai tempi dell’Electric Five. La melodia conserva la sua fisionomia originaria, mentre tutto quello che le cresce intorno sembra appartenere a un’altra stagione. Il brano si dilata, prende fiato, lascia parlare prima Lovano, poi Paggi e Rava, finché Diodati non interviene a scompaginare il paesaggio con una chitarra astratta, quasi a voler cancellare le coordinate armoniche e ritmiche appena stabilite. Quando il tema ritorna, è come ritrovare una città conosciuta dopo averla attraversata di notte: gli edifici sono gli stessi, ma la prospettiva è cambiata.

Con Sin Peso, firmata da Diodati, la temperatura si abbassa. È una ballata sospesa, costruita su un equilibrio di interventi misurati, silenzi e piccoli spostamenti emotivi. I fiati disegnano una cornice discreta, mentre la tromba si prende il centro della scena. Ed è qui che affiora inevitabilmente il fantasma di Miles Davis. Non per imitazione, ma per quella capacità di rendere eloquente una nota trattenuta, una frase interrotta, il respiro che precede il suono. Rava conosce bene quella lezione, ma l’ha assimilata da così tanto tempo da averla trasformata in una lingua personale. Non ha bisogno di alzare la voce per farsi riconoscere.

Poi arriva Le mie gambe e il disco cambia improvvisamente luce. Evita Polidoro introduce un universo più enigmatico, dove la canzone sembra emergere da una stanza semibuia. Un riff di chitarra essenziale, i fiati che costruiscono ombre sullo sfondo, una voce che non cerca virtuosismi e proprio per questo diventa magnetica. C’è qualcosa di domestico e insieme perturbante in questa musica, come una filastrocca ascoltata in sogno e ricordata soltanto a metà. È uno dei momenti in cui Corners dimostra quanto sia elastica l’idea di jazz coltivata da Rava: non una grammatica da rispettare, ma un linguaggio aperto alle contaminazioni, alle anomalie, persino alle inquietudini del pop più obliquo.

Joe Lovano si diverte invece a giocare con le parole e con la storia in Sun Rava, titolo che strizza l’occhio all’universo cosmico di Sun Ra. Ma più che una citazione, è una dichiarazione di intenti. La tromba si avventura inizialmente in uno spazio privo di gravità, seguita dal sassofono e dalla chitarra. La pulsazione tarda ad arrivare, quasi che i musicisti volessero verificare quanto a lungo sia possibile restare sospesi prima di toccare terra. Quando il ritmo finalmente prende forma, Lovano può distendere il proprio discorso, mentre la sezione ritmica alterna accelerazioni, arresti e ripartenze. Un breve intervento della batteria prepara il ritorno del collettivo. È musica che sembra costruirsi sotto gli occhi di chi ascolta, senza nascondere le proprie esitazioni, anzi trasformandole in parte del racconto.

Rava rimane soprattutto un grande melodista. Uno di quei rari improvvisatori capaci di suggerire una storia senza bisogno delle parole. Hitchcock at the Beach è forse l’esempio più seducente di questa qualità. Il titolo prometterebbe un thriller balneare, magari una suspense sotto l’ombrellone, ma la musica sceglie la strada opposta: una melodia tenera, sognante, attraversata dalla voce discreta di Polidoro e dal sassofono di Lovano, che qui rinuncia a qualsiasi esibizione di forza. È una pagina di intimità quasi cinematografica, il suono di un risveglio lento, quando il mondo non ha ancora ricominciato a pretendere qualcosa da noi. Il cinema, del resto, abita da sempre l’immaginario di Rava, e non soltanto nei titoli delle sue composizioni.

L’equilibrio tra scrittura e improvvisazione si sposta decisamente verso la seconda in Tone, Shape and Colours, dove un’idea proposta da Lovano diventa il pretesto per una conversazione collettiva. Nessuno sembra interessato a pronunciare l’ultima parola. Le frasi si sovrappongono, si interrompono, cambiano direzione, trovano risposte inattese. È qui che si misura la qualità di un gruppo: non nella perfezione dell’incastro, ma nella capacità di trasformare le differenze in un discorso comune. Lovano, soprattutto, sembra trovare un ambiente ideale per quella sua versatilità che gli consente di passare dall’astrazione alla cantabilità senza perdere identità.

In Ça va sans dire, composizione di Francesco Ponticelli, il suo tenore si fa invece corposo, romantico, quasi confidenziale. È una ballata che procede per sfumature, evitando accuratamente la tentazione del sentimentalismo. Lovano lascia che il suono si allarghi e si scaldi, mentre Diodati, nel finale, introduce una tensione più inquieta, come se volesse ricordare che anche le melodie più rassicuranti nascondono qualche zona d’ombra.

La memoria torna a farsi strada con Bowery Dance, dedicata da Rava ai suoi trascorsi newyorkesi. Ma non aspettatevi una cartolina della Manhattan jazzistica, con i locali fumosi e i fantasmi del Village. Qui la nostalgia ha un passo elastico, quasi funky. La chitarra apre la strada, poi trombone, sassofono e tromba cominciano a rincorrersi sopra una base ritmica morbida, rilassata, che sembra conoscere perfettamente la differenza tra swing e frenesia. C’è il piacere fisico del suonare insieme, il gusto di una musica che non deve dimostrare niente. Un piccolo omaggio a quella New York che per Rava è stata laboratorio, scuola di vita e luogo di incontri decisivi.

A chiudere il viaggio è Mamma, firmata da Matteo Paggi. Un titolo semplice, quasi disarmante, per una melodia che sembra uscita direttamente dal mondo emotivo di Rava. La chitarra ne sostiene delicatamente l’architettura, sassofono e trombone si alternano in interventi assorti, e infine arriva la tromba. Non per suggellare il disco con un gesto trionfale, ma per congedarsi sottovoce. Poche note, un soffio, quasi un saluto pronunciato sulla soglia di casa. Una conclusione che dice molto dell’estetica del trombettista: l’intensità non dipende dalla quantità di suono, e spesso la frase più importante è quella che si decide di non completare.

Corners non è un disco rivoluzionario e probabilmente non aspira a esserlo. Non cerca di reinventare il jazz, né di mettere in scena una tardiva dimostrazione di modernità. La sua forza è altrove: nella naturalezza con cui musicisti di sensibilità diverse riescono a condividere uno spazio senza rinunciare alla propria voce. Qualche episodio privilegia il piacere del dialogo rispetto alla necessità di arrivare a una destinazione precisa, ma è anche questa disponibilità all’imprevisto a rendere credibile il progetto. Rava ha attraversato epoche, mode, rivoluzioni estetiche e generazioni di musicisti, ma non ha smesso di cercare interlocutori capaci di sorprenderlo. In un mondo musicale ossessionato dalla prestazione, dalla velocità e dall’originalità esibita a ogni costo, sceglie ancora il lusso dell’ascolto.

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