– Dalla rivoluzione verde di “Brat” al nuovo album “Music, Fashion, Film”: Charli XCX prova a sfuggire alla trappola del successo trasformando il pop in una macchina rumorosa, teatrale e consapevolmente destinata a consumarsi. Ma, mentre canta che «niente dura per sempre», costruisce l’ennesimo momento destinato a diventare memoria
Il problema del successo è che non sai mai quando comincia il dopo. Puoi conquistare il mondo con un disco, trasformare una parola in un codice generazionale, far diventare un colore un’identità, riempire festival e classifiche, e poi arriva la domanda più scomoda: e adesso? Charli XCX quella domanda non l’ha mai evitata. Anzi, sembra divertirsi a complicarla.
La sua carriera è una lunga fuga dalla definizione. Prima la ragazza prodigio del pop elettronico, poi l’autrice capace di scrivere hit per altri, quindi la sacerdotessa del pop sperimentale, infine – dopo Brat – fenomeno globale, icona della moda, meme ambulante e improvvisamente anche personaggio da copertina per un pubblico che fino a ieri probabilmente non sapeva bene chi fosse.
Il passaggio è stato vertiginoso. E forse proprio per questo Brat non poteva durare in eterno. L’estate del 2024 sembrava non dover finire mai: il verde acido, la scritta sbilenca, le canzoni, i remix, le citazioni, le imitazioni, la politica che si appropriava perfino dell’estetica del disco. Charli era dappertutto. Ma proprio quando un’artista raggiunge quel punto di onnipresenza, rischia di diventare vittima della propria immagine.
Lei ha fatto quasi l’opposto di quello che ci si sarebbe aspettati. Invece di trasformare Brat in una fabbrica infinita di sequel, ha cominciato a moltiplicarsi. Cinema, moda, matrimoni, social, colonne sonore. Un piede dentro la macchina dello spettacolo e l’altro già fuori. Come se la nuova Charli fosse interessata soprattutto a osservare cosa succede quando il personaggio diventa più grande della persona.
Poi è arrivato Music, Fashion, Film, album che ha spostato ulteriormente il baricentro. Più chitarre, più rumore, meno dancefloor, più rock. Una scelta che poteva sembrare una fuga dal personaggio di Brat oppure, al contrario, il modo più intelligente per continuare a interpretarlo senza restarne prigioniera.

Dal vivo, almeno, il dubbio si scioglie. Al Barclays Center di Brooklyn, New York, Charli prende il nuovo disco e lo sottopone a un trattamento che potrebbe essere definito con una parola poco sofisticata ma abbastanza precisa: volume. Il concerto non cerca la perfezione chirurgica del pop da arena. Cerca piuttosto l’eccesso. Le casse diventano scenografia, la scenografia diventa architettura, le luci fanno il resto. Una piramide di altoparlanti domina il palco come una specie di monumento al rumore. Attorno, ballerine, fumo, strobo, fuochi d’artificio. Se Brat aveva fatto della sottrazione un’arma, qui Charli sembra essersi concessa il piacere di esagerare.
E funziona soprattutto perché non è un’esagerazione casuale. Il nuovo spettacolo racconta una donna che ha appena scoperto quanto sia complicato sopravvivere alla propria consacrazione. Il tema non è più soltanto la festa, ma quello che resta quando la festa finisce.
Per questo Rock Music, che sul disco poteva lasciare perplessi, sul palco trova finalmente il suo habitat. La band spinge, le chitarre mordono, Charli canta e urla con una fisicità quasi punk. Il titolo dell’album diventa allora meno importante della sua traduzione scenica: musica, moda, cinema, certo, ma soprattutto “immagine”. E la consapevolezza che ogni immagine, per quanto enorme, prima o poi si sbriciola.
Anche House diventa uno dei passaggi più forti della serata, sommersa dalle distorsioni e dalle luci intermittenti. Poi Next Level Charli, Dying for You e il ritorno dentro Brat. Ma il passato non viene presentato come una reliquia da museo. Von Dutch, 365, 360, Sympathy is a Knife conservano ancora una quantità di energia sufficiente a far sembrare il 2024 molto meno lontano di quanto dica il calendario. E il pubblico lo sa. Quando parte “bumpin’ that, bumpin’ that”, il gigantesco palazzetto torna per qualche minuto a essere quello che Charli ha sempre conosciuto meglio: un club, solo molto più grande.
La vera sorpresa, però, arriva nei momenti in cui il rumore si ritira. Charli non ha bisogno di riempire ogni centimetro del palco. Non ci sono ospiti illustri chiamati a certificare il suo status, né un’invasione di effetti digitali. Ci sono invece trasformazioni rapide dell’immagine: la passerella, le sosia, il glamour, poi la solitudine. In Card Declined la festa della moda si trasforma in una specie di conto alla rovescia consumistico. Poco dopo Charli è sola. Non più icona, non più ragazza copertina, non più volto replicato sui maxischermi: semplicemente un corpo sul pavimento. È forse questa la parte più interessante del nuovo corso. Il successo non viene celebrato: viene messo sotto esame.
E qui entra in scena anche David Cronenberg, evocato nello spettacolo attraverso una voce che parla di oblio e libertà. Un riferimento apparentemente bizzarro per un concerto pop, ma perfettamente coerente con l’estetica di Charli: corpi, trasformazioni, identità provvisorie, desiderio di superare la forma precedente prima che quella forma diventi una gabbia.
Il finale si chiama No One Lasts Forever. Niente dura. Non dura il successo, non dura un’estate, non dura un’estetica, non dura neppure una popstar nel momento esatto in cui sembra aver conquistato definitivamente il proprio posto. E così Charli chiude il concerto con un’immagine che sembra fatta apposta per essere fotografata: lei, i ballerini, il palco, migliaia di telefoni puntati.
È l’ultima ironia. Una canzone che parla della fine viene trasformata in una fotografia destinata a circolare ovunque. Tutti cercano di trattenere quel momento proprio mentre Charli canta che trattenerlo è impossibile.

