– Dimenticate la banda della domenica, quella delle marce funebri, delle processioni e dei balconi municipali. Nel collettivo torinese la magia è tutta musicale: fiati, percussioni, ironia e una buona dose di follia per dimostrare che anche una tromba può far ballare come un sintetizzatore
– Nel nuovo album “TWO”, «abbiamo rinunciato a tutte le basi. I suoni sono stati un po’ ritoccati dal nostro produttore, però è più fedele alla nostra intenzione di fare una techno con strumenti acustici». Da “fanfara urbana”, come la definì il compianto Carlo Petrini, a Techno Brass Band

C’è un momento, nella vita di una banda, in cui il destino sembra già scritto: divisa, cappello, spartito, marcia nuziale, processione patronale e possibilmente qualche signore anziano che urla «Forza, maestro!» dalla prima fila. Poi arriva Bandakadabra e manda tutto in fumo. O meglio: in musica.
Il nome, del resto, è già un programma. Bandakadabra sembra la formula pronunciata da un illusionista prima di tirare fuori dal cilindro qualcosa che nessuno si aspettava. «Abracadabra!», e dalla bacchetta magica esce un trombone. «Abracadabra!» e compare un sousafono. Ancora una parola magica e arriva una grancassa. Alla fine, il pubblico si ritrova davanti a una fanfara che, invece di accompagnare una processione, sembra pronta a conquistare un rave.
Il miracolo della band torinese sta proprio qui: fiati e percussioni diventano una specie di orchestra analogica ante litteram, una macchina ritmica che non ha bisogno di computer per produrre energia elettronica. Se la techno ha trasformato il battito in una religione, Bandakadabra risponde con un rito pagano fatto di ottoni.
Il risultato è una musica che sembra dire: abbiamo inventato i sintetizzatori, abbiamo campionato tutto il campionabile, abbiamo affidato alle macchine persino il compito di farci ballare. E adesso provate a fermare sette musicisti con i polmoni pieni d’aria e il ritmo nelle gambe.
È il caso di TWO, secondo capitolo di Techno Brass Composer. «La musica che facciamo è sempre in progresso», tiene a sottolineare Gipo Di Napoli, grancassa e capobanda. «Rispetto al precedente EP, che era saturo di elementi esterni al suono naturale degli strumenti, abbiamo rinunciato a tutte le basi. I suoni sono stati ovviamente un po’ ritoccati dal nostro produttore, però è più fedele alla nostra intenzione di fare una techno con strumenti acustici».
È la rivincita della materia sul digitale. Il trombone non ha bisogno di un aggiornamento software, la cassa non teme il wi-fi e la tromba non va mai in buffering. Al massimo stecca. Ma anche la stecca, se fatta con sufficiente convinzione, può diventare spettacolo. Che è l’elemento fondamentale della Bandakadabra: «Siamo sempre stati molto attenti alla dimensione live», spiega Di Napoli.
- Vi spostate dalla strada verso la “discoteca labirinto” o volete trasformare le strade in una pista da ballo?
«Noi la strada la frequentiamo comunque, il fatto è che adesso pratichiamo più i palchi che le situazioni street, e stiamo cominciando a entrare anche nel mondo dei club sulla scorta del nuovo repertorio».
- In effetti, nel nuovo album, ci sono riferimenti ai Prodigy, ai Subsonica, ai Planet Funk.
«Abbiamo costruito una scaletta che fotografi il mondo della techno, che è sterminato, in maniera abbastanza larga. Il nostro “live” riproduce ancora meglio la sensazione di ascoltare non un concerto ma un dj set».
- Cosa è rimasto di quella che Carlo Petrini, giornalista e fondatore di Slow Food, definì una “fanfara urbana”?
«È rimasto l’atteggiamento, noi abbiamo una storia medio lunga. Di quella prima formazione sono rimasto io ed è rimasta l’idea della banda declinata in chiave moderna. Adesso più che all’inizio siamo una fanfara urbana, ci siamo ristretti, ora siamo solo sette ma siamo stati anche venti. A quella definizione sono molto affezionato perché eravamo veramente amici con Carlo Petrini, è stato il primo che ci ha fatto avere spazio sui giornali».

Bandakadabra è insomma una fanfara post-moderna. O, meglio, come si autodefiniscono una Techno Brass Band. Una banda che frequenta i festival internazionali (sta per partire per il Messico), il Blue Note come Time in Jazz, i club e le piazze, decidendo poi di mettere tutto nello stesso pentolone. Una specie di pozione magica.
Bandakadabra, appunto. Una promessa di trasformazione. Pronunci la formula e qualcosa cambia. Bandakadabra fa esattamente questo: trasforma lo spazio pubblico in una pista da ballo. Una piazza diventa un club, una strada diventa un palco, un pubblico diventa una folla danzante. Senza biglietto, senza effetti speciali, senza giganteschi schermi led alle spalle. Solo musica.
È anche una piccola beffa alla tecnologia contemporanea. Nell’epoca in cui per fare musica basta premere un pulsante, loro fanno tutto alla vecchia maniera: soffiano, percuotono, sudano, si muovono. Il loro è un live nel senso più letterale del termine: se togli la corrente non succede niente di particolarmente grave. E forse è proprio questa la magia.

Perché una fanfara ha qualcosa che la musica elettronica, per quanto sofisticata, non potrà mai avere: la presenza fisica degli strumenti, il metallo degli ottoni, il legno, il fiato dei musicisti. Il suono arriva prima ancora che lo si ascolti. Si vede, si avverte nello stomaco, attraversa il corpo.
Bandakadabra porta questa fisicità dentro il XXI secolo e la usa come un’arma impropria contro la sedentarietà del pubblico. Non si ascolta soltanto: si reagisce. Le gambe cominciano a muoversi, qualcuno batte le mani, qualcuno balla, qualcuno cerca disperatamente di mantenere un contegno dignitoso che dura mediamente trenta secondi. Perché il vero incantesimo è questo: far ballare chi pensava di essere venuto soltanto ad ascoltare una banda. «Ci basta vedere ballare una cinquantina di persone, per aver raggiunto il nostro scopo», sorride Gipo Di Napoli.
E allora, nell’epoca della musica generata dall’intelligenza artificiale, degli algoritmi che decidono cosa dobbiamo ascoltare e delle playlist che conoscono i nostri gusti meglio dei nostri amici, Bandakadabra ricorda una cosa sorprendentemente semplice: la musica può ancora essere un fatto fisico, collettivo, imprevedibile. Basta una tromba. Basta un tamburo. E, naturalmente, la formula giusta. Bandakadabra. Il resto è magia.

