– La rossa cantante britannica è stato l’evento conclusivo del Reading Festival: ha chiesto alla folla di mettere via gli smartphone e di vivere davvero ciò che stava accadendo. E il concerto si è trasformato in una cerimonia collettiva
– Tra grida, tamburi, chitarre e migliaia di braccia alzate, Florence Welch e le sue streghe-ballerine hanno trasformato uno dei più grandi raduni musicali del Regno Unito in un luogo dove era possibile fare una cosa sempre più difficile: esserci davvero
C’è sempre qualcosa di leggermente incongruo nel vedere Florence Welch su un palco come quello di Reading: un festival costruito storicamente sul sudore, sulle chitarre e sulla confusione di una folla sterminata, e al centro una figura che sembra arrivare da un altro tempo, da un’altra mitologia. Piedi nudi, abiti che il vento trasforma in bandiere, braccia alzate come in una liturgia pagana. Ma è proprio questa distanza apparente ad aver reso il concerto di Florence + The Machine uno dei momenti più intensi del Reading Festival 2026: non semplicemente uno show, ma una cerimonia collettiva.
Il ritorno di Florence + The Machine a Reading, quattordici anni dopo l’ultima apparizione, aveva anche il sapore di una chiusura del cerchio. Per Florence Welch quel festival non è mai stato soltanto una tappa della carriera: da adolescente vi era andata per la prima volta come spettatrice, spaventata e affascinata dalla massa. Domenica 30 agosto è tornata invece a dominarla dall’alto del palco principale, The Grid, da headliner, prima di Chase & Status.
La scena, naturalmente, era tutta sua. Florence Welch non possiede il tipo di carisma che si misura nella distanza tra l’artista e il pubblico: fa esattamente il contrario, cancella quella distanza. Accompagnata da quattro streghe-ballerine, corre, danza, si piega, tende le mani verso le prime file e trasforma anche uno spazio grande come Reading in qualcosa di sorprendentemente intimo. A un certo punto ha chiesto alla folla di mettere via i telefoni e di vivere davvero ciò che stava accadendo. Un gesto quasi controcorrente, nel 2026, e soprattutto perfettamente coerente con la natura della sua musica: canzoni che non chiedono di essere archiviate in una galleria fotografica, ma attraversate fisicamente.
Ad aprire il concerto è stata Everybody Scream, la dichiarazione programmatica perfetta per questo nuovo capitolo.
Da lì lo spettacolo si è mosso come una lunga onda, alternando i brani dell’ultimo album alle canzoni che hanno costruito il repertorio monumentale della band. Shake It Out, Spectrum, Rabbit Heart (Raise It Up), You Got the Love: pezzi che a Reading hanno confermato quanto Florence + The Machine sia riuscita in un’impresa sempre più rara, quella di costruire un catalogo riconoscibile al primo secondo e capace, allo stesso tempo, di parlare a generazioni diverse.
Ma il concerto non è stato una semplice parata di successi. Il cuore dello show stava soprattutto nella parte più aspra e teatrale: Which Witch, Howl, What Kind of Man, Heaven Is Here. Qui Florence Welch è tornata a essere quella creatura sospesa fra Kate Bush, Stevie Nicks e una sacerdotessa uscita da un film di folk horror. La sua voce non cerca la perfezione levigata del pop contemporaneo: si incrina, esplode, si fa grido e poi sussurro. E proprio in quelle imperfezioni controllate conserva la sua forza.
Uno dei momenti più significativi è arrivato con One Of The Greats, eseguita con l’ospite Mark Bowen degli IDLES. È stata probabilmente la sintesi migliore dell’identità attuale di Florence: la grandezza, nel suo universo, non è mai un trionfo tranquillo. È lotta, desiderio, rabbia, paura di non essere abbastanza. La presenza di Bowen ha aggiunto spigoli e rumore a una performance già attraversata da una tensione quasi fisica.
La seconda parte ha poi lasciato spazio alla dimensione più nuova del repertorio, con Buckle e Sympathy Magic, prima dell’inevitabile liberazione collettiva di Dog Days Are Over. A quel punto Reading non era più un pubblico ma un unico corpo in movimento. Migliaia di persone a saltare, cantare, urlare il ritornello come se quella vecchia promessa — i giorni cattivi sono finiti — avesse ancora bisogno di essere pronunciata insieme per diventare vera.
È questo il segreto di Florence Welch. In un’epoca in cui molti concerti sembrano pensati come contenuti da estrarre, condividere e consumare, lei continua a costruire esperienze. La sua musica parla di ferite, corpi, fantasmi, amore e sopravvivenza, ma non indulge mai completamente nel dolore. Lo trasforma in movimento. Il grido diventa coro, la paura diventa danza.



La chiusura con Free ha completato il percorso: non una fuga dalla realtà, ma la conquista, sia pure provvisoria, di uno spazio in cui sentirsi finalmente liberi. La scaletta di Reading, più compatta rispetto agli show solisti del tour, ha privilegiato l’impatto rispetto alla dispersione, concentrando in quattordici brani poco più di un decennio e mezzo di carriera.
Al Reading Festival 2026 Florence + The Machine non ha semplicemente dimostrato di essere una delle grandi headliner britanniche della sua generazione. Ha fatto qualcosa di più interessante: ha ricordato che il rock, il pop e la grande musica da festival possono ancora essere una forma di cerimonia collettiva.
Per un’ora e un quarto circa, tra grida, tamburi, chitarre e migliaia di braccia alzate, Florence Welch ha trasformato uno dei più grandi festival britannici in un luogo dove era possibile fare una cosa sempre più difficile: esserci davvero.
