– Mentre altrove la politica celebrava il governo più longevo e insieme più immobile della storia recente, a Ferla andava in scena un’altra idea di comunità. Non quella dei palchi istituzionali, delle fanfare e delle celebrazioni del potere. Ma una Sicilia attraversata da un anelito ostinato al riscatto. Un anelito che non si traduce in slogan, ma diventa musica, racconto, memoria, danza
– La serata finale si è trasformata in una piccola Notte della Taranta con lo straordinario Canzoniere Grecanico Salentino. La lunga notte di Carlo Muratori con la Piccola Banda Birbante. Il rock militante dei Pupi di Surfaro, l’elettronica di Vincent Migliorisi, il tamburo e le storie del calabrese Nando Brusco gli altri applauditi protagonisti della tre giorni di musica
Per arrivare a Ferla bisogna volerlo davvero. Non è una metafora, almeno non all’inizio. Ci sono strade che si stringono, curve che sembrano non finire mai, tornanti che scendono e risalgono attraverso le gole degli Iblei. Il viaggio è una piccola prova di volontà, soprattutto se si arriva dalla costa, dal traffico, dal rumore e dall’ennesima estate siciliana che sembra non voler mollare la presa.
Un itinerario tortuoso ripagato dal panorama della campagna degli Iblei: la Valle dell’Anapo, le pietre, gli alberi, l’orizzonte che cambia a ogni curva, una volpe che ti attraversa la strada. E soprattutto il fresco. Una conquista, in questi giorni di settembre ancora soffocati dall’afa.
Ferla è un avamposto. E il Festival di Lithos, che qui si è svolto dal 4 al 6 settembre, lo è ancora di più: un presidio ostinato di resistenza del bello. Quasi trent’anni di musica, parole, memoria e ricerca, in un luogo che continua a custodire la tradizione senza trasformarla in una cartolina per turisti e senza aggiornarla inseguendo le mode. Qui la cultura popolare non viene imbalsamata e neppure svenduta. Si mette alla prova, si contamina, cambia pelle.

Mentre altrove la politica celebrava il governo più longevo e insieme più immobile della storia recente, a Lithos andava in scena un’altra idea di comunità. Non quella dei palchi istituzionali, delle fanfare e delle celebrazioni del potere. Ma una Sicilia attraversata da un anelito ostinato al riscatto e alla libertà, dalla rabbia contro le sopraffazioni e dalla ribellione di chi non accetta che il mondo debba necessariamente essere consegnato ai più forti, alle logiche del potere e del capitalismo. Un anelito che qui non si traduce in slogan, ma diventa musica, racconto, memoria, danza.
E dentro questo anelito c’è anche la tornanza, parola che negli ultimi anni ha cominciato a raccontare un movimento contrario a quello dell’emigrazione: il ritorno, reale o simbolico, di chi se n’è andato e decide di rimettere radici, di riportare competenze, esperienze, idee. Non è nostalgia per il paese lasciato alle spalle, ma la ricerca di una possibilità. La tornanza come gesto politico e culturale: tornare per cambiare ciò che si ritrova, non semplicemente per ritrovare ciò che si era lasciato.
Ma perché la tornanza non si trasformi nell’ennesimo racconto consolatorio della Sicilia che ce la fa da sola, serve anche la restanza: la capacità di stare nel presente, di avere forza progettuale, infrastrutture, occasioni, spazi culturali, strumenti per trattenere e attrarre. Perché non basta chiedere ai giovani di tornare se poi il territorio non ha la prestanza necessaria per accoglierli. Lithos, nel suo piccolo, dimostra che questa prestanza può esistere: non come muscolo del potere, ma come energia collettiva. Alla fine, è anche questo il senso di un festival che si chiama Lithos, pietra: qualcosa che resta, che resiste all’erosione del tempo, ma che continua a lasciarsi scolpire dal presente.
La giungla, Battiato, Buttitta, Gaber e il rock

Ad accendere la miccia ci ha pensato Vincent Migliorisi, con la sua “mini band” e una musica elettronica che sembra arrivare dalla giungla e dalla città insieme. Suoni stratificati, ritmi, pulsazioni. Elettronica che non chiede permesso. Un inizio perfetto per ricordare che la tradizione, se vuole sopravvivere, non può avere paura del presente.
Poi è arrivato l’urlo nu-kombat folk dei Pupi di Surfaro. E la Scalinata dei Cappuccini si è trasformata in una specie di piazza militante, dove la musica popolare siciliana incontra il punk, il rap, il teatro, la satira e una sana dose di furia.
La loro Povera Patria di Battiato è stata un omaggio energico, lontanissimo dalla commemorazione. Parru cu tia di Ignazio Buttitta è diventata quasi un brano rap. E poi L’obeso di Giorgio Gaber, trasformato in Hobesus: una rilettura sghemba e originale che mette nello stesso frullatore Vinicio Capossela, Caparezza e Daniele Sepe. Non è un riferimento casuale. Fu proprio un concerto di Sepe, visto a Lithos nel 2005, a far scattare la scintilla in Totò Nocera, frontman dei Pupi di Surfaro, e a spingerlo verso la formazione del gruppo.

Così, brano dopo brano, da Pig the Enemy and Fuck the Capitalism a Totalitarism, fino a Cara libertà, Nocera (voce), Francesco Less (chitarra), Salvo Coppola (basso) e Pietro Amico (batteria) hanno continuato a parlare la lingua della rivolta. Canzoni tratte da Animal Farm, album nel quale un porco diventa protagonista e simbolo, ma anche inatteso personaggio di una struggente storia d’amore come Amami in sogno. La rivoluzione, a Lithos, può anche ballare. E può perfino avere un muso. Duro.
Nando Brusco, quando il tamburo racconta
La seconda serata ha cambiato geografia, spostandosi idealmente verso la Calabria di Nando Brusco e del suo Tamburo è voce… battiti di un cantastorie. Brusco entra in scena con poco e finisce per costruire un mondo. Al centro c’è il tamburo, naturalmente, ma chiamarlo soltanto strumento sarebbe riduttivo. Sulla sua pelle vibrante passano ricordi, leggende, storie di uomini e donne, fatti realmente accaduti e racconti che hanno attraversato generazioni. Il tamburo diventa il rumore del mare. Soffio del vento, zappa che affonda nella terra. Poi il passo lento di uomini e bestie. Poi ancora un cuore.

È il fascino antico del cantastorie, ma senza la polvere del museo. Brusco lavora sulla voce e sul ritmo, lascia che la narrazione incontri le possibilità sonore dello strumento e trasforma la memoria popolare in materia viva. Non c’è nostalgia, ma presenza. Ed è un filo che porta direttamente a Carlo Muratori, padrone di casa e anima artistica di Lithos.
Le storie di Carlo Muratori, tra memoria e “Piombo”
Muratori è salito sul palco con la sua Piccola Banda Birbante, formazione capace di muoversi con leggerezza tra musica d’autore, jazz, canzone popolare e teatro del racconto. Con lui Raffaele Genovese al pianoforte, figura centrale del jazz siciliano, Maria Teresa Arturia alla fisarmonica e voce, Fred Casadei al basso, Francesco Bazzano alla batteria, Daniele Adamo alle percussioni e Carmen Marino alla voce.

È stato un viaggio attraverso le sue “storie”: quelle già conosciute, tratte dai lavori precedenti, e quelle ancora in cerca del loro pubblico. Perché a Ferla Muratori ha anche anticipato alcuni brani di Piombo, il nuovo album di imminente pubblicazione. «Un titolo che evoca il peso della violenza, delle armi e delle paure che attraversano il nostro presente», sottolinea Muratori. «Un disco cominciato con l’aggressione russa in Ucraina, segnato dal genocidio di Gaza e, adesso, dal conflitto iraniano». Un percorso storico-letterario che parte dal sonetto di Jacopo da Lentini per arrivare attraverso il Risorgimento, la Grande Guerra e il banditismo allo sbarco degli Alleati nelle memorie di Marinella Fiume e delle Ciociare di Capizzi.
Storie in cui la Sicilia diventa teatro universale, dove il dialetto incontra l’italiano e la musica si fa tessuto connettivo tra ballate, swing, world music, ninne nanne e valzer, in un impasto sonoro che fonde tradizione e modernità. Storie che, come sempre nel suo repertorio, non si limitano a raccontare. Scavano. Entrano nelle case, nelle famiglie, nelle contraddizioni di una Sicilia che non è mai soltanto paesaggio. C’è la memoria, ma anche la cronaca. C’è l’ironia, ma soprattutto il peso delle cose che non si riescono a dimenticare. Muratori continua a fare quello che Lithos fa da anni: conservare senza conservatorismo.
Storie che il pubblico della Scalinata avrebbe voluto continuare ad ascoltare. Tant’è che, a forza di bis, si è chiuso verso l’1 di notte.
La pizzica come rito collettivo
Il gran finale non poteva essere quieto. Ci ha pensato il Canzoniere Grecanico Salentino, “mitici” non soltanto per la lunga storia alle spalle, ma per la capacità di continuare a rinnovare una formula che rischierebbe facilmente di trasformarsi in folclore da esportazione.

Sul palco di Ferla la loro pizzica ha mantenuto invece la forza del rito. Tamburelli, violino, corde, voci e danza: un organismo unico, in cui il pubblico viene progressivamente risucchiato dentro il ritmo.
La pizzica dei Canzoniere non è una riproduzione filologica, ma nemmeno una scorciatoia pop. È tradizione sottoposta a tensione contemporanea. I musicisti giocano con le dinamiche, accelerano, sospendono, lasciano spazio ai corpi e alla danza. E quando il ritmo prende definitivamente il sopravvento, la Scalinata dei Cappuccini smette di essere soltanto una platea. Diventa una comunità in movimento.
Per una notte, quasi per magia, Ferla è sembrata Melpignano. La scalinata si è trasformata in una piccola piazza della Notte della Taranta, una versione in miniatura e tutta iblea del grande rito salentino. Il pubblico non è più rimasto seduto ad ascoltare: ha cominciato a ballare sugli scalini, a seguire il ritmo, a occupare fisicamente quello spazio che fino a pochi minuti prima era soltanto il luogo dello spettacolo. Una piccola Notte della Taranta, certo, ma con la stessa capacità di trasformare un concerto in una festa e una festa in un rito collettivo.

È stato forse il momento più emblematico di Lithos: una tradizione che viaggia, attraversa confini, cambia geografia e proprio così riesce a rimanere viva. Melpignano a Ferla, la pizzica nel cuore degli Iblei, il pubblico che da spettatore diventa parte dello spettacolo.Non una cartolina del Salento trapiantata in Sicilia, ma una comunità siciliana che, per una sera, ha fatto propria un’altra tradizione popolare riconoscendovi qualcosa di profondamente familiare.
Eppur qualcosa si muove
Per tre sere, del resto, il pubblico ha affollato ogni gradino della suggestiva scalinata. Una presenza fedele, curiosa, trasversale. Gente arrivata da Ferla e dai paesi vicini, qualcuno anche da più lontano, percorrendo quelle strade impossibili che attraversano gli Iblei e sembrano quasi chiedere un pedaggio simbolico: per arrivare fin qui devi lasciare qualcosa indietro. Forse la fretta. Forse l’abitudine a consumare tutto.

E allora sì, per raggiungere Lithos bisogna affrontare curve, gole e tornanti. Bisogna avere pazienza. Ma alla fine della strada ci sono il fresco, la pietra e la musica. E soprattutto la sensazione, sempre più rara, che esista ancora un posto dove non tutto debba essere misurato con gli algoritmi, i biglietti venduti, le classifiche o la convenienza.
Forse è anche questo il significato più profondo della tornanza: tornare dove sembrava non esserci più nulla, per scoprire che qualcosa c’è ancora. E della restanza: avere la forza di trasformare quel qualcosa in futuro. A Ferla, per tre giorni, quella forza ha avuto la forma di una scalinata piena di persone, di un tamburo, di una canzone, di un porco che sfida il capitalismo, di una memoria che non vuole diventare museo e di una pizzica capace di far ballare la gente sugli scalini.
Mentre da altre parti si celebrava l’immobilità, a Ferla continuava a muoversi qualcosa. E forse, in una Sicilia che troppo spesso viene raccontata soltanto attraverso ciò che manca, non è poco. È una pietra. E da qualche parte bisogna pur cominciare.
