Storia

NICOLE ATKINS, la grammatica del vintage

Da “Neptune City” a “Drama”, la cantautrice del New Jersey ha costruito una musica fuori dal tempo, sospesa fra soul, pop orchestrale, rock, girl group e noir cinematografico. Il nuovo album, in uscita per Sun Records/Wicked Game Records, nasce dalla solitudine, dalla distanza e da un amore guardato finalmente dalla parte di chi è sopravvissuto
«Sono semplicemente ancora innamorata del “suono” del cuore spezzato. Mi colpisce come nessun’altra cosa». «Non cerco di riproporre o celebrare un’epoca passata. Prendo dal passato soltanto ciò che mi piace a livello melodico e lo incanalo nelle mie canzoni». Il sogno di entrare un giorno nel Great American Songbook. Il duetto con Chris Isaak

Nicole Atkins sembra decisa a restaurare il passato come si restaura un vecchio jukebox, perché nella sua musica il passato continua a essere una materia viva, disponibile, malleabile. Una melodia degli anni Sessanta, un’ombra soul di Memphis, il rock del New Jersey, una ballata da film di James Bond, un’eco di Roy Orbison, una chitarra country, una voce che potrebbe riempire un teatro senza bisogno di amplificazione: tutto può finire dentro una canzone di Nicole Atkins senza sembrare un esercizio di filologia musicale.

La sua scommessa, da quasi vent’anni, è più ambiziosa: scrivere canzoni moderne che possano un giorno entrare nel Great American Songbook. Non è poco, soprattutto in un’epoca nella quale le canzoni sembrano spesso progettate per durare quanto un ritornello su TikTok.

Ora questa scommessa prende una nuova forma con Drama, il settimo album in studio della cantautrice americana, in uscita venerdì 18 settembre  per Sun Records / Wicked Game Records. È il suo primo album interamente di materiale inedito dopo oltre sei anni e arriva dopo una carriera costruita senza mai rinunciare alle contraddizioni: rétro senza essere nostalgica, sofisticata senza essere intellettuale, pop senza essere innocua, teatrale senza diventare manierista. E soprattutto arriva con una materia prima che Atkins conosce molto bene: il cuore spezzato.

«Sono semplicemente ancora innamorata del “suono” del cuore spezzato. Mi colpisce come nessun’altra cosa», racconta parlando di When the Night Falls, il singolo che ha anticipato Drama. È una frase che potrebbe essere presa come una dichiarazione di poetica. Per Atkins il dolore non è soltanto qualcosa da raccontare: è un timbro, un colore, una forma musicale.

Dal Jersey Shore a un’America immaginaria

Nicole Atkins viene da Neptune, New Jersey, e non è un dettaglio biografico secondario. Il New Jersey è una delle grandi province narrative della musica americana: Bruce Springsteen ne ha fatto una mitologia operaia e sentimentale, Jon Bon Jovi una fabbrica rock, altri ancora un luogo di passaggio fra la grande città e l’oceano.

Atkins sceglie una strada diversa. Il suo New Jersey è fatto di lungomare, insegne, locali, ricordi, malinconia e una certa teatralità americana. Non racconta semplicemente un posto: lo trasforma in un set cinematografico.

Quando nel 2007 pubblica Neptune City, il suo album d’esordio, sembra arrivare da un’America che non esiste più e contemporaneamente da un’America che non è ancora stata inventata. Le orchestrazioni, le melodie ampie, la voce monumentale e quelle atmosfere sospese fra pop e rock fanno pensare a una cantante precipitata nel presente direttamente da una radio degli anni Sessanta.

Ma chiamarla revivalista sarebbe un errore. Atkins non cerca il passato per rifugiarsi nel passato. Lo usa come un compositore usa un vocabolario. Prende una parola, una frase, una costruzione melodica, un ritmo e poi li rimette in circolo. Il vintage, per lei, non è uno stile: è una grammatica.

«Non cerco di riproporre o celebrare un’epoca passata», spiega. «Prendo dal passato semplicemente ciò che mi piace a livello melodico e lo incanalo nelle mie canzoni. Mi piace renderle profondamente personali. La domanda a cui torno sempre è: come posso far sì che suonino esattamente come me?». È probabilmente questa la domanda che spiega meglio tutta la sua discografia.

Una voce che non ha bisogno di epoca

Poi c’è la voce. E qui le categorie cominciano a saltare. Nicole Atkins possiede una di quelle voci che sembrano avere già vissuto una vita prima ancora di cominciare a cantare. È potente, ampia, drammatica, ma anche capace di improvvise fragilità. Può assumere la dimensione di una diva soul e subito dopo quella di una ragazza che canta davanti allo specchio.

NPR l’ha descritta come una voce «capace di sciogliere il cuore di un diavolo», accompagnata da un senso dell’umorismo particolarmente secco. Elvis Costello, che di voci e canzoni qualcosa conosce, l’ha definita con entusiasmo «un canto davvero eccezionale».

Il rischio, con una voce del genere, sarebbe quello di cantare sempre sopra le canzoni. Atkins invece ha imparato a farle respirare. La sua voce non serve a dimostrare quanto sa cantare: serve a rendere credibile quello che canta. Ed è proprio questo che rende Drama interessante.

Il dramma, stavolta, è personale

Il nuovo album nasce a Nashville, la città dove Atkins vive oggi, ed è stato registrato in gran parte dal vivo in appena quattro giorni produttivi. A produrlo è Pat Sansone, musicista e produttore nominato ai Grammy, noto soprattutto per il lavoro con Wilco, The Autumn Defense e Robyn Hitchcock.

La scelta di registrare rapidamente e con la band presente restituisce alla musica un senso di immediatezza che sembra particolarmente adatto al progetto. Drama non vuole apparire come una collezione di miniature perfettamente lucidate: vuole conservare il respiro della performance, il momento nel quale una canzone smette di appartenere a chi l’ha scritta e comincia a vivere.

La materia narrativa è quella dell’isolamento, della separazione, della solitudine di un matrimonio a distanza. Insomma, il titolo non è esattamente un depistaggio. Ma il dramma di Atkins non è mai soltanto confessionale. È filtrato attraverso la cultura popolare americana, attraverso i generi, i personaggi e le atmosfere che hanno costruito il suo immaginario.

Il singolo When the Night Falls lo dimostra perfettamente. Atkins lo ha scritto insieme al vecchio amico Emery Dobyns, ritrovando in quegli accordi qualcosa che le ricordava Neptune City. La memoria torna dunque all’inizio della carriera, ma non per ripetere ciò che era stato.

«Ho pensato a dove mi trovavo allora. La storia d’amore tossica. E al modo in cui l’ho collegata a chi sono e dove sono ora, e al fatto di essere in grado di scrivere una canzone su un amore terribile da una posizione di forza. Alcuni la chiamerebbero crescita».

Dalle girl group a James Bond

Drama è un album costruito sulla contaminazione, ma senza il caos della contaminazione fine a se stessa. C’è l’energia da “girl group” di Trippin’ On Teardrops, dove il dolore viene vestito da pop e dunque, come spesso accade nella migliore tradizione americana, può essere persino ballato. «Ho scritto Trippin’ on Teardrops durante un lungo periodo in cui ho avuto seri problemi di sonno», racconta Nicole Atkins. «Non riuscivo mai ad addormentarmi e a volte mi svegliavo dopo due giorni di sonno. Era come un incubo da cui non riuscivo a svegliarmi. Burnout? Forse. Depressione? Soprattutto a causa dei problemi di sonno. E tutto questo accadeva in un periodo in cui sembrava che il mondo continuasse come al solito e io lo osservavo scorrere nei miei sogni».

Singing In The Mirror è un’altra canzone profondamente personale con un tema universale sulla solitudine e la cura di sé, in cui tutti possono riconoscersi. «L’ho scritta dopo essere tornata a casa da un concerto di Weird Al che mi aveva fatto impazzire», ricorda Atkins. «Quando sono arrivata a casa, mi sono ritrovata sola e in lacrime, a guardarmi allo specchio e a chiedermi: “Dove sei?”. Poi ho iniziato a cantare il ritornello parola per parola perché mi vergognavo persino di farlo, e poi ho pensato: “Aspetta un attimo! Registralo perché è figo!”. La canzone è uscita finita in una specie di trance di 10 minuti. Ho registrato la demo con le note vocali e il ritmo slow disco sull’Omnicord e l’ho mantenuta così per la registrazione». C’è il soul di Memphis di For No One. E poi c’è Danny, che sembra muoversi in quel territorio immaginario dove James Bond incontra Stevie Nicks: noir, glamour, mistero, sensualità. Infine, Cue The Symphony, il duetto con Chris Isaak, possiede già nel titolo qualcosa di dichiaratamente cinematografico. E Isaak non è una presenza casuale. È un amico, un compagno di tour e, soprattutto, uno degli artisti che meglio hanno saputo abitare quella stessa terra di confine fra rock’n’roll, romanticismo, melodramma e America rétro.

Chris Isaak

«Adoro le canzoni di Nicole da molti anni e ho sempre seguito la sua carriera», afferma Chris Isaak. «Lei ed io siamo in perfetta sintonia per quanto riguarda la musica che ci ispira, e lei ha un modo unico di distillare tutto questo nelle sue canzoni. È una vera artista e una cantante incredibile. Quando è arrivato il momento di fondare l’etichetta, è stata la prima persona a cui ho pensato. Sono onorato che sia la prima artista a firmare con l’etichetta, e adoro Drama!».

Sun Studio

È stato infatti Isaak a suggerire ad Atkins di entrare nell’orbita della Sun Records, storica etichetta che oggi la pubblica attraverso la propria alleanza con Wicked Game Records, la label legata ai nuovi progetti curati da Isaak. In questo senso Drama sembra quasi un ritorno a casa: non a una casa geografica, ma a una certa idea della canzone americana.

La grande magia

Nelle registrazioni compaiono anche musicisti che contribuiscono a costruire questa tavolozza: il chitarrista John Paul Keith e il batterista Danny Banks, già nella band live di Atkins, oltre allo stesso Sansone, al batterista Eric Slick, noto per il lavoro con Dr. Dog, Robyn Hitchcock e Brian Fallon, a Dan Creamer dei Texas Gentlemen e al cantautore scozzese Davey Horne. È un cast che potrebbe produrre un disco musicalmente molto affollato. Atkins, invece, sembra avere imparato l’arte più difficile: scegliere cosa tenere e cosa lasciare fuori.

La sua capacità alchemica consiste nel prendere influenze riconoscibili e farle scomparire dentro una canzone personale. Si può riconoscere un’epoca, un genere, magari perfino un’ombra di un artista, ma alla fine non si ascolta un collage. Si ascolta Nicole Atkins.

È per questo che le definizioni di “neoclassicista”, “retro-futurista” o persino “medium trascendentale” possono sembrare esagerate e tuttavia non sono del tutto fuori bersaglio. Atkins lavora continuamente sulla memoria della musica popolare, ma senza comportarsi come una curatrice museale. È più simile a un medium: convoca i fantasmi e poi li costringe a suonare canzoni nuove.

Sei anni dopo, senza bisogno di reinventarsi

Nicole Atkins

Drama arriva inoltre dopo una pausa discografica significativa. Più di sei anni dall’ultimo album interamente inedito sono abbastanza per permettere a un’artista di cambiare, ma non necessariamente per obbligarla a reinventarsi. Atkins, infatti, non sembra interessata alla reinvenzione come valore in sé. La sua evoluzione consiste nel guardare lo stesso materiale da una posizione diversa.

Il cuore spezzato è ancora lì, ma non è più necessariamente una condanna. La solitudine è ancora una condizione da attraversare, ma può diventare una lente. Il passato è ancora presente, ma non detta più le regole. È una maturità che non ha bisogno di dichiararsi adulta.

È qui che sta la differenza fra Drama e Neptune City. Nel 2007 Atkins cercava il modo di trasformare un luogo in un’identità. Oggi sembra cercare il modo di trasformare un’esperienza in una canzone. La geografia si è fatta interiore. Nashville ha sostituito il New Jersey, ma il viaggio continua.

La cosa più curiosa di Nicole Atkins è che potrebbe essere facilmente classificata come artista rétro e invece passa la carriera a negare quella definizione. Il suo amore per il passato non è conservatore. È utilizzato come materiale per costruire il futuro.

In un’epoca dominata da algoritmi, generi musicali ridotti a etichette e canzoni spesso concepite per essere immediatamente riconoscibili, Atkins difende un’idea quasi antiquata della scrittura: una melodia deve poter vivere anche senza il contesto che l’ha prodotta. Una buona canzone dovrebbe resistere. Dovrebbe poter essere cantata fra vent’anni. Dovrebbe sopravvivere all’artista, al produttore, alla piattaforma, all’algoritmo, persino al gusto del momento.

Il Great American Songbook, quello evocato da Atkins, è precisamente questo: un repertorio nel quale le canzoni smettono di essere semplicemente contemporanee e diventano patrimonio comune. È una pretesa enorme. Ma ascoltando Drama si capisce perché Atkins possa permettersela. Perché Nicole Atkins non vuole riportarci negli anni Sessanta, né negli anni Settanta, né nella vecchia America del rock. Vuole prendere tutto ciò che ama di quelle epoche e portarlo a fare un giro nel presente. E quando la notte cade, come suggerisce il titolo del singolo, restano le cose essenziali: una voce, una melodia, qualche rimpianto e la consapevolezza che il cuore spezzato, dopo tutto, è ancora uno dei più affidabili produttori di grandi canzoni. Forse l’abracadabra della musica pop è proprio questo: prendere una storia finita e farla ricominciare ogni volta che parte il ritornello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *