– Dal 7 giugno 1988 a oggi ha attraversato il mondo con il suo “Never Ending Tour”, accumulando oltre 3.450 concerti e una media di circa novanta esibizioni all’anno. A 85 anni continua a salire sul palco, a riscrivere le proprie canzoni, a sottrarsi alle aspettative e persino allo sguardo del pubblico. Tre date italiane, Milano, Roma e Bologna, sono una nuova tappa di un viaggio che sembra non avere una destinazione. Ma da cosa fugge Bob Dylan? E soprattutto, verso cosa sta andando?
C’è qualcosa di profondamente enigmatico nel fatto che Bob Dylan, a 85 anni, continui a salire su un palcoscenico come se avesse ancora qualcosa da dimostrare. O forse proprio il contrario: come se non dovesse dimostrare più niente a nessuno. Dal 7 giugno 1988, quando cominciò quello che sarebbe diventato il leggendario Never Ending Tour, sono passati 38 anni. Oltre 3.450 concerti, una media che sfiora i novanta all’anno, migliaia di chilometri macinati, città attraversate, alberghi, aeroporti, palchi grandi e piccoli. Un’esistenza che, più che una tournée, somiglia a una condizione permanente.
Allora Dylan era un artista in difficoltà, reduce da una stagione discografica poco felice, con una carriera che sembrava aver smarrito la direzione. Il rock aveva cambiato pelle, il punk aveva fatto tabula rasa, il pop si era consegnato agli anni Ottanta e lui, il profeta della controcultura, sembrava un sopravvissuto. Il 7 giugno 1988, al Concord Pavilion in California, decise di rimettersi in movimento. Una piccola band, nessuna scenografia monumentale, nessun progetto celebrativo: soltanto le canzoni e la strada. Quella che doveva essere una nuova stagione di concerti si trasformò in un viaggio senza termine, interrotto soltanto da qualche pausa, compresa quella del 1997, quando un’infezione cardiaca lo costrinse a fermarsi per alcune settimane.
Da allora Dylan non ha più smesso davvero. E non sembra avere intenzione di farlo adesso. È arrivato in Italia per tre concerti: ieri sera all’Unipol Dome di Milano, il 5 al Palazzo dello Sport di Roma e il 7 all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, prima di ripartire verso Slovenia, Austria, Germania e Regno Unito. Il calendario ufficiale sembra quello di un artista nel pieno di una tournée mondiale, non di un uomo che ha attraversato quasi sette decenni di storia della musica.

Il paradosso è che, mentre il mondo intorno a lui ha trasformato il concerto in un prodotto sempre più sofisticato, Dylan ha progressivamente sottratto. Niente maxischermi, niente scenografie faraoniche, niente effetti speciali, niente discorsi di circostanza. E soprattutto niente telefoni. Anche nelle tre date italiane il pubblico dovrà consegnare smartphone e smartwatch in apposite custodie sigillate Yondr, che resteranno con gli spettatori ma potranno essere aperte soltanto nelle aree riservate. Niente fotografie, niente video, niente registrazioni. Una decisione obbligatoria e non negoziabile, che può sembrare un capriccio da vecchia rockstar insofferente, ma che contiene una precisa idea del concerto: per una volta la musica deve essere ascoltata, non consumata attraverso uno schermo. Nessuna foresta di display luminosi, nessuna gara a catturare trenta secondi da pubblicare sui social. Lo spettacolo appartiene a chi è presente, non a chi lo guarderà il giorno dopo su YouTube.
Anche il modo in cui Dylan si presenta sul palco sembra fatto apposta per alimentare il mistero. Spesso indossa una felpa con il cappuccio tirato sulla testa, resta dietro una tastiera elettrica, quasi inghiottito dall’ombra, mentre il pianoforte ha preso il posto della chitarra che per decenni è stata la sua compagna di viaggio. Non cerca il contatto visivo, non si concede al pubblico, non fa il frontman. È una figura che bisogna quasi individuare, come in una fotografia venuta male. A volte le luci sono così basse che anche chi è seduto nelle prime file deve sforzarsi per capire dove si trovi. Perfino l’audio lascia talvolta a desiderare. Una presenza sfuggente, un fantasma sul palcoscenico: un uomo incappucciato, una band raccolta intorno a lui, pochi bagliori sul palco e una voce che non ha più bisogno di somigliare a quella di un tempo.
Poi comincia a suonare. E qui il mistero diventa ancora più fitto. Dylan parla pochissimo al pubblico e, quando lo fa, non è detto che le sue parole servano a spiegare qualcosa. Una delle sue battute più surreali, ricordata negli anni, è: «Avevo un grande letto di ottone, ma l’ho venduto». Potrebbe essere una frase pronunciata da un personaggio di una sua canzone, oppure da un vecchio bluesman incontrato in una stazione ferroviaria. In ogni caso, non aspettatevi il racconto della genesi di Blowin’ in the Wind o un ringraziamento commosso per l’affetto dei fan. Dylan non è lì per fare conversazione.
Le canzoni, del resto, non sono mai quelle che il pubblico si aspetta. O, meglio, sono quelle, ma non sono più le stesse. Cambia le parole, sposta gli accenti, altera le melodie, rallenta dove prima accelerava, trasforma una ballata in un blues e un blues in qualcosa che somiglia a una filastrocca sghemba. A volte sembra quasi voler sabotare la bellezza originaria delle proprie composizioni, come se avesse il sospetto che una canzone troppo amata rischi di diventare una reliquia. Like a Rolling Stone, Tangled Up in Blue, It Ain’t Me, Babe: titoli che hanno attraversato generazioni e che, una volta saliti sul palco, vengono riconsegnati a una nuova vita, spesso irriconoscibili. Non c’è nessuna garanzia di ritrovare la versione che si conserva nella memoria. Il pubblico può seguirlo oppure perdersi. Non è un problema suo.
È una forma di libertà artistica portata all’estremo, ma anche un modo per sottrarsi alla propria mitologia. Perché Dylan conosce meglio di chiunque altro il peso delle canzoni che ha scritto. Sa che milioni di persone vorrebbero ascoltare esattamente quello che hanno sentito nei dischi, magari con la stessa intonazione, gli stessi accordi e la stessa scansione ritmica. Ma non è un jukebox, e probabilmente considera l’idea stessa di riprodurre fedelmente il passato una forma di tradimento. La sua musica è materia viva, da manipolare e rimettere in circolazione. Ogni concerto è un esperimento, a volte riuscito, altre volte spiazzante, talvolta persino irritante. Ma difficilmente prevedibile.
Anche la scelta dei repertori racconta qualcosa. Dylan non sembra particolarmente interessato a costruire una successione di greatest hits per soddisfare il pubblico occasionale. Preferisce pescare nei capitoli meno frequentati della propria discografia e dare spazio alle composizioni più recenti. Nella scaletta che accompagna questa parte del tour ci sono quattro brani da Rough and Rowdy Ways, l’album del 2020: Black Rider, I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You, Goodbye Jimmy Reed e False Prophet. E in quest’ultima canta:
Tesoro, tu non mi conosci / Non indovineresti mai / Non somiglio per nulla a ciò che il mio aspetto spettrale suggerisce / Non sono un falso profeta
(False Prophet)
Ho solo detto quel che ho detto / Sono qui solo perché la mia vendetta si abbatta su qualcuno
Accanto a loro, canzoni come Not Dark Yet, Million Miles, Tangled Up in Blue e Under the Red Sky, oltre a due incursioni nel repertorio altrui, I Can Tell di Bo Diddley e I Can’t Seem to Say Goodbye, legata a Jerry Lee Lewis.
Non è un repertorio costruito per il karaoke collettivo. È piuttosto una conversazione tra epoche diverse della sua scrittura, nella quale il Dylan ventitreenne di It Ain’t Me, Babe incontra il settantanovenne di Rough and Rowdy Ways. E in mezzo ci sono tutte le sue vite: il folk, il rock, il blues, il country, il gospel, le ballate bibliche, le storie di peccatori e profeti, i personaggi che attraversano strade polverose e paesaggi americani sempre più simili a un territorio dell’anima. Unica concessione, nel finale, con I shall be released.
Sottotraccia, c’è un messaggio. È subito, nell’iniziale Watching the River Flowdel 1971, quando canta: “Da qualunque parte mi giri gente in disaccordo / Ti fa venir voglia di fermarti e leggerti un libro / Proprio ieri ho visto un tizio per strada / che era davvero scosso / Oh, eppure questo antico fiume continua a scorrere / non importa cosa si metta di traverso o da che lato soffi il vento / fintanto che soffia me ne starò qui /guardando il fiume che scorre”. Invece di sentirsi obbligato a essere il “portavoce” di una generazione o a cambiare il mondo (ruolo che gli era stato cucito addosso negli anni Sessanta), Dylan sceglie di sedersi a guardare il tempo che passa, accettando la realtà così com’è.
Si affaccia il tema della morte. È un pensiero che attraversa da sempre la sua opera, ma che oggi assume inevitabilmente un peso diverso. A 85 anni, ogni riferimento alla fine sembra contenere un sottotesto autobiografico. “Ora cerco di raggiungere il Paradiso / prima che chiudano la porta”, canta in Trying’ to get to Heaven.
Eppure, sarebbe sbagliato leggere questi concerti come un lungo congedo. Dylan non sembra interessato a preparare il proprio epitaffio, né a mettere in ordine i ricordi per lasciare un’immagine definitiva di sé. Piuttosto, continua a interrogare il tempo, come ha sempre fatto, senza concedergli l’ultima parola.
C’è poi la questione della band. I musicisti che lo accompagnano devono essere pronti a tutto, perché Dylan non è esattamente il tipo di artista che consegna una scaletta immutabile e pretende che venga eseguita alla lettera. Può cambiare idea, modificare un arrangiamento, spostare un brano, imboccare una strada che nessuno aveva previsto. G. E. Smith, chitarrista che ha suonato con lui negli anni Novanta, raccontava che Dylan poteva passare da una vecchia canzone a una melodia della Guerra civile, fino a sorprendere tutti con Moon River. Il musicista deve ascoltarlo, seguirlo, interpretarlo. Non è una questione di virtuosismo, ma di attenzione e istinto. La piccola orchestra deve imparare a convivere con l’imprevisto, perché il suo direttore non ama particolarmente le istruzioni.
È qui che il Never Ending Tour si distingue da quasi tutte le grandi tournée rock contemporanee. Non c’è un nuovo album da lanciare a ogni stagione, una macchina promozionale da alimentare, un gigantesco apparato scenografico da ammortizzare. Non c’è nemmeno la necessità di trasformare ogni concerto in un evento irripetibile attraverso una produzione sempre più costosa. Dylan semplicemente suona. E lo fa da 38 anni, con una costanza che ha pochi paragoni nella storia della musica popolare. Certo, novanta concerti all’anno non rappresentano un record assoluto, ma è difficile trovare un artista della sua statura che abbia mantenuto per così tanto tempo un simile rapporto con il palcoscenico.

Non bisogna però immaginare una maratona ininterrotta. Nel maggio 1997 Dylan fu ricoverato per un’istoplasmosi, un’infezione fungina che gli provocò una pericardite, cioè un’infiammazione della membrana che avvolge il cuore. Cancellò una tournée europea, venne dimesso dall’ospedale il 3 giugno e tornò a esibirsi nell’estate dello stesso anno. Una parentesi che ricordò a tutti, per qualche settimana, che anche l’uomo apparentemente più nomade del rock aveva un corpo vulnerabile.
Forse una parte della spiegazione di questo viaggio si trova proprio nelle radici musicali di Dylan. Nei suoi primi anni aveva guardato a Big Joe Williams, Woody Guthrie, Leadbelly e Lightnin’ Hopkins, uomini che avevano fatto della strada una condizione esistenziale prima ancora che una scelta professionale. Musicisti itineranti, estranei alle convenzioni, capaci di attraversare il Paese con una chitarra e un repertorio che cambiava a ogni incontro. Dylan aveva scritto di non essere ancora in grado di muoversi come loro, ma di sperare un giorno di riuscirci. Quel giorno, forse, è arrivato. Non è diventato uno di quei vecchi bluesman: è diventato qualcosa di ancora più difficile da definire.
La differenza con molte rockstar della sua generazione è proprio questa. Mentre altri hanno costruito intorno alla propria immagine un monumento da conservare, Dylan continua a demolire il suo. Non concede al pubblico ciò che vuole sentire. Non si preoccupa di apparire simpatico, riconoscente, disponibile. Non cerca di rendere più semplice la comprensione delle sue canzoni, né di facilitare il lavoro a chi vorrebbe raccontarlo. Persino la sua vita privata è stata protetta con una determinazione quasi ossessiva. Dopo il matrimonio con Sara Lownds, dalla quale ha avuto quattro figli, Dylan si è sposato una seconda volta, negli anni Ottanta, con Carolyn Dennis, una delle sue coriste nel periodo gospel. Da quella relazione è nata una figlia, Desiree, la cui esistenza rimase a lungo lontana dai riflettori. Un segreto che racconta molto del suo rapporto con la notorietà e del bisogno di tenere separati l’uomo e il personaggio.
La domanda, allora, resta quella di sempre: da cosa fugge Bob Dylan? E soprattutto, verso cosa sta andando?
Non ricordo neppure da cosa stessi fuggendo / quando sono giunto qui / Non odo neppure il mormorio di una preghiera / Buio non è ancora, ma presto lo sarà
(Not dark yet)
All’apice della fama, alla fine degli anni Sessanta, aveva già scelto di sottrarsi alla pressione del successo, ritirandosi a Woodstock dopo l’incidente motociclistico del 1966 e dedicandosi alla famiglia. Avrebbe potuto trasformarsi nel custode della propria leggenda, concedendosi apparizioni selezionate e tournée celebrative. Avrebbe potuto vivere di rendita, ripetendo all’infinito le canzoni che avevano cambiato la storia della musica. Invece ha scelto la strada, quella dei musicisti che ammirava da ragazzo, senza sapere esattamente dove lo avrebbe portato.
Forse non fugge da qualcosa. Forse fugge semplicemente dall’idea di essere arrivato. È un uomo ancora alla ricerca di un proprio posto nel mondo. In Like a Rolling Stone, una delle canzoni che hanno definito il Novecento, c’è quel ritornello, “How does it feel / To be on your own / With no direction home”, che continua a suonare come una dichiarazione d’identità. Paul Williams, uno dei più attenti interpreti della sua opera, osservava che quel “no direction home” poteva raccontare il senso di smarrimento di un uomo straniero in terra straniera. E aggiungeva, con una certa ironia, che Dylan aveva finito per scegliere proprio quello come modo di vivere.
Forse è questa la chiave del mistero. Non il desiderio di arrivare da qualche parte, ma la necessità di non arrivare mai. Il viaggio, piuttosto che la meta, nella filosofia dei poeti della beat generation. Il Never Ending Tour non è soltanto una tournée che non finisce: è una risposta alla possibilità stessa di fermarsi, di diventare un monumento, di essere finalmente riconosciuto e catalogato. Dylan continua a cambiare le canzoni perché non vuole che siano finite, continua a salire sul palco perché non vuole che la sua storia diventi soltanto un ricordo.

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