– I segnali sonori più interessanti della settimana. I nuovi eccellenti lavori dell’ex Pan del Diavolo Pietro Alessandro Alosi. Il “Meridione Paradiso” di Kid Gamma, e ancora i singoli di Stefano Meli, Lello Analfino con I Tarantolati di Tricarico, del calabrese Alessio Alì e della salentina Carolina Bubbico
– Il punk pungente del duo Softcult e quello pop dei Joyce Manor. “Vacancy”, l’album “a luci rosse” di Ari Lennox. “World’s Gone Wrong” di Lucinda Williams attuale nel titolo non nei suoni. Francamente sulla scia dei Nu Genea, LUPO su quella di Blanco, fra rock anni ’70 e indie il cesenate Sandri
“COSE MOLTO CATTIVE”, ALOSI
L’ex Pan del Diavolo torna con Cose Molto Cattive, un disco che vive di notte e arriva fino al mattino: un album che nasce da chi fa musica con l’anima oltre che con le dita, attraversando ferite, abbagli e quelle scintille che illuminano strade senza indicazioni. È un viaggio tra pianeti interiori, tra ballad taglienti come Giochi di lusso, boleri elettrici come Vagabundo, corse senza fiato come Notti di Coppe e molti altri luoghi dell’io che compongono l’universo emotivo di Pietro Alessandro Alosi.
«Il disco si muove tra parole nette, rock notturno e una musica contaminata, registrata in presa diretta con la band come un corpo unico, ma anche lavorata a lungo nel tempo, incontrando via via musicisti che hanno attraversato e plasmato ogni brano», racconta Alosi. «Cose Molto Cattivo è un album che non consola, ma accompagna: come una candela accesa quando la luna è morta, una luce fragile ma ostinata che non promette risposte, solo presenza».
Il disco si apre con Chi Sei, un’introduzione ad orologeria in cui un rullante incalzante sostiene una domanda che attraversa tutto l’album: un brano sospeso tra ferite aperte e il desiderio di rialzarsi, impreziosito da un violino che illumina il buio come un lampo dylaniano. Le Fate, arricchito dalla voce di Mimosa Campironi e dal basso di Enrico Molteni, è una ballad delicata che indaga la funzione della musica e cita J.M. Barrie ricordando che senza fede “le fate muoiono”: un invito a non lasciar spegnere la fantasia. Dal Tramonto all’Alba (Uomini in Nero) è un racconto cinematografico che mescola Buscaglione, noir italiano e fantascienza anni Cinquanta, unendo garage, blues e folk con l’elemento inatteso di un didgeridoo che pulsa nel motore narrativo del brano. La title track Cose Molto Cattive è una suonata rituale a luci basse, un omaggio velato a Screaming Jay Hawkins: un brano oscuro e magnetico che riconosce come le “cose cattive” facciano parte del quadro completo di ciò che siamo. Chiude il disco Porta Dio, un finale apocalittico che mischia sacro e profano in una preghiera laica ribelle, alternando invocazioni e sarcasmo fino a esplodere in un coro liberatorio con la band compatta come un unico motore pulsante.
“MERIDIONE PARADISO”, KID GAMMA
Dopo averlo anticipato con il singolo Dannata Gioventù, il cantante e beatmaker palermitano classe 2002 dà alle stampe Meridione Paradiso (Ada Music Italy), un album che cammina tra ricordi e desideri, tra la nostalgia delle origini e la voglia di andare oltre. Nel nuovo progetto Kid Gamma racconta la sua generazione, fatta di ragazzi cresciuti in contesti difficili, dove le opportunità scarseggiano e la creatività diventa una necessità per emergere.
L’album, curato da Francesco Ingrassia, è un mosaico emotivo, un intreccio di speranza, rabbia, malinconia e voglia di riscatto. Parla di partire, di lasciare casa e famiglia, ma anche di portare con sé la propria identità e le proprie radici ovunque si vada. Racconta la difficoltà di affrontare il mondo da soli e di fare scelte che a volte pesano più del previsto, ma soprattutto racconta il coraggio di affrontare la propria storia e provare a cambiarla.
“WHEN A FLOWER DOESN’T GROW”, SOFTCULT
Lo splendido album di debutto del duo canadese Softcult prende il titolo dalla famosa citazione di Alexander Den Heijer: «Quando un fiore non sboccia, aggiusta l’ambiente in cui cresce, non il fiore». L’idea di un cambiamento senza paura alla ricerca di qualcosa di meglio è una dichiarazione di missione che Mercedes e Phoenix Arn-Horn conoscono bene. I gemelli hanno trascorso più di un decennio nel gruppo pop-rock Courage My Love, ma se ne sono andati nel 2020 dopo che la vita su una grande etichetta era diventata troppo soffocante per continuare.
Softcult è arrivato poco dopo nel 2021 e, dopo quattro brillanti EP, il duo canadese alza l’asticella con questo lavoro, un’evoluzione fiduciosa del loro punk pungente, che li vede anche spingere in nuovi territori audaci. Il pop di Not Sorry è un’esplosione di euforia, la più gioiosa che la band abbia mai suonato, mentre la traccia di chiusura When A Flower Doesn’t Go vede il duo provare il folk acustico spogliato e il post-rock bruciante. C’è lo shoegaze di Naïve e Queen Of Nothing e il grunge di Hurt Me.
“I USED TO GO TO THIS BAR”, JOYCE MANOR
La band Joyce Manor è stata un pilastro della scena emo moderna nell’ultimo decennio e ha consegnato più volte classici del cuore che hanno fatto una serenata a più generazioni di fan. I Used To Go To This Bar è una scarica elettrica di 9 brani per un meno di veti minuti di durata complessiva. I singoli di questo album presiedono principalmente alla metà del progetto, aiutandolo a decollare con I Know Where Mark Chen Lives, traccia che mantiene lo stile robusto e brutalista degli album precedenti aggiungendo una nuova leccata di vernice, mantenendo le cose nitide e trasparenti, permettendo davvero all’ascoltatore di sentire ogni accordo e ogni downbeat che emana dal pezzo. Il processo creativo si trasforma poi in una corsia separata per i seguenti due singoli, All My Friends Are So Depressed e Well Whatever it was, con il primo che è una traccia riflessiva e onesta sulla lotta contro la depressione. Il messaggio è posto tra le righe di splendide progressioni di accordi minori che portano non solo un peso emotivo, ma un barlume musicale di speranza mentre occasionalmente passano a una visualizzazione ritmica di note luminose e più felici. Il secondo porta a una brusca svolta e conduce l’ascoltatore in un viaggio ottimista di speranza. Questa traccia è piena di accordi di potenza allegri ed eccellenti cambiamenti dinamici nei modelli di batteria e riff di chitarra. Pop punk o punk pop?
“WORLD’S GONE WRONG”, LUCINDA WILLIAMS

World’s Gone Wrong è un titolo di album adatto ai tempi, che suggerisce che Lucinda Williams stia cercando un significato in mezzo al caos. È un’idea amplificata dai titoli delle canzoni: Something’s Gotta Give, How Much Did You Get for Your Soul, Freedom Speaks e We’ve Come Too Far to Turn Around sembrano tutti affrontare la condizione di caos costante.
Per quanto attuale, parte di World’s Gone Wrong è radicata nella tradizione. Il titolo deriva da The World Is Going Wrong, una vecchia canzone blues dei Mississippi Sheiks, irresistibile per Bob Dylan, che nel 1993 intitolò una raccolta di standard blues e folk World Gone Wrong, e So Much Trouble in the World di Bob Marley occupa un posto di rilievo nel disco, chiudendone il primo lato. Williams la canta in duetto con Mavis Staples, e la leggenda del soul non è certo l’unica ospite. Norah Jones suona nella placida chiusura di We’ve Come Too Far to Turn Around, il braccio destro di Willie Nelson, Mickey Raphael, presta l’armonica a Low Life, e la promettente cantante country Brittney Spencer canta in un paio di canzoni.
“VACANCY”, ARI LENNOX
Rispetto ai suoi contemporanei, Ari Lennox si è a lungo dimostrata una tradizionalista nel cuore. In contrasto con l’angoscia controllata del pop di SZA e la timida soul trap di Summer Walker, Lennox ammicca costantemente all’R&B nella sua forma più pura, posizionandosi come discendente di luminari degli anni ‘90 e dei primi anni 2000 come Jill Scott ed Erykah Badu. In Vacancy, tuttavia, bilancia abilmente il soul della vecchia scuola con fioriture moderne che si allineano con il sound più attuale.
Sostenuto da calde sonorità e dal suo soprano scintillante, il terzo album di Lennox – il primo dopo aver lasciato l’etichetta Dreamville di J. Cole – è senza dubbio il più accessibile. Mentre il suo predecessore, Age/sex/location del 2022, si concentrava su se stessa, privilegiando un’introspezione matura e sensuale, Vacancy vede la cantante virare verso una giocosità percettiva e testi divertenti.
Nella vigorosa traccia che dà il titolo all’album, che funge anche da estesa metafora del sesso (“Oooh baby, voglio che tu riempia questo posto vacante”), implora il suo amante di usare la lingua “come un plug”. Lo yoga diventa un sostituto non troppo sottile della flessibilità in camera da letto in Pretzel (“Girami e piegami… adoro come mi arrotoli, la metti in un pretzel”), mentre promette di “toccare quella tonalità acuta” se lui “la suona male” nella vivace High Key. Altrove, Lennox trasforma la frustrazione romantica in commedia, come nell’entusiasmante Horoscope, attribuendo la colpa di un anno di relazioni fallite all’astrologia prima di sferrare la battuta finale che questi ragazzi “mettono la troia nell’oroscopo”. Le allusioni possono rasentare il banale, ma funzionano perché Lennox si impegna con gioia contagiosa.
“EFESTO”, STEFANO MELI
Efesto è il nuovo brano di Stefano Meli, chitarrista interessato ad indagare i confini del suono della chitarra elettrica grazie a uno stile peculiare e a suo modo piuttosto sperimentale. La traccia, a cui hanno dato il proprio contributo anche Alfio Antico, Cesare Basile e Amedeo Ronga, si muove su un mood sospeso e ai confini con l’ambient, la psichedelia e il post-rock, grazie soprattutto a un uso sapiente del delay e dei riverberi. Il video, realizzato da Vincenzo Cascone, è stato girato tra le rovine dell’ex base USAF–NATO di Comiso.
«L’esplorazione del sito diventa una riflessione sulla storia recente, sugli apparati militari e sulle forme di colonialismo armato, ma anche sul tempo che consuma e trasforma ogni potenza», commenta l’artista ragusano. «Il video costruisce un dialogo tra i musicisti e il luogo, in cui il suono non accompagna lo spazio ma lo interroga, lo attraversa, lo mette in attrito. Uno Spazio che non è definibile dalla sua condizione attuale ma che anzi sembra restituire la sua funzione passata alla luce dei recenti conflitti mondiali. Lo spettatore viene condotto in una dimensione altra, mitica e perturbante, dove l’inquietudine e la solitudine del paesaggio rimandano all’animo tormentato di Efesto. Efesto non è qui il dio della potenza creativa, ma della frattura: il corpo imperfetto, il lavoro incessante, la produzione di armi per gli dèi e, insieme, la sua dannazione, la sua esclusione dall’Olimpo. La base militare diventa così una fucina svuotata, simbolo di una tecnologia senza più scopo, di una forza che ha perso il proprio mito fondativo».
“BALLA CARMÈ”, I TARANTOLATI DI TRICARICO E LELLO ANALFINO
I Tarantolati di Tricarico e Lello Analfino s’incontrano in un brano dal forte valore simbolico, educativo e intergenerazionale, pensato come atto di trasmissione culturale. Attraverso musica e danza, Balla Carmè racconta il gesto ancestrale di un nonno che affida alla propria nipote il patrimonio culturale della sua terra madre. Un’eredità fatta di memoria collettiva, identità e radici profonde, che non passa soltanto attraverso il racconto, ma si incarna nel suono e nel movimento, linguaggi primari e universali. La struttura musicale richiama le origini della taranta, evocandone l’energia rituale e primordiale. La ciclicità della terzina, elemento arcaico della tradizione popolare, guida l’ascoltatore verso uno stato di trance inteso come spazio di purificazione, liberazione e riconnessione con sé stessi e con la comunità.
«Balla Carmè nasce dal desiderio di raccontare la tradizione come qualcosa di vivo, che si muove e si trasforma insieme alle persone. È un gesto d’amore tra generazioni, un passaggio di memoria che avviene attraverso il corpo, il ritmo e il ballo», raccontano gli artisti. «La taranta, con la sua forza rituale, diventa per noi un linguaggio di cura, di liberazione e di appartenenza, capace di tenere insieme passato e presente».
Un rito musicale che unisce passato e presente, corpo e spirito, che trasforma il ballo in un atto di trasmissione e rinascita culturale. Il videoclip, in uscita insieme al singolo, rafforza questo immaginario, traducendo in immagini il legame profondo tra gesto, memoria e identità condivisa.
“PAURA DI CAMBIARE”, ALESSIO ALÌ
Cantautore calabrese dal curriculum prestigioso – Premio Gianmaria Testa, il Premio Bindi e il Premio per il Miglior Testo a Botteghe d’Autore, opening act nel live italiano di Goran Bregović – pubblica questo singolo che apre una porta sul racconto complessivo del disco in arrivo, ne anticipa l’immaginario, il passo narrativo e la direzione artistica, suggerendo fin da ora il mondo in cui l’ascoltatore verrà accompagnato e che ha punti in comune con quello di Colapesce.
Il brano racconta il tentativo di restare a galla mentre intorno scorrono le estati, le feste di paese, le idee che sembrano svanire prima ancora di prendere forma. Uno sguardo lucido e insieme tenero su una generazione sospesa, tra lavori stagionali, aspettative basse e il bisogno, comunque, di scegliere la propria strada. In questo senso, il singolo non è solo una fotografia isolata, ma si inserisce in un racconto più ampio: anticipa il mondo narrativo e la direzione del disco in uscita, offrendo una prima chiave di lettura del progetto complessivo.
«È nata alla fine di un’estate, in un momento in cui ho sentito con forza quel vuoto che arriva quando tutto sembra dover ricominciare», racconta Alì. «Parla del procedere senza certezze, come capita spesso alla mia generazione. La paura qui non è un freno, ma una soglia: se c’è, significa che qualcosa conta davvero. Alla fine, resta una domanda aperta: cosa vuol dire fare qualcosa della propria vita, senza tradire ciò che siamo».
“EVERLOVE”, CAROLINA BUBBICO
Everlove dà voce al legame tra madre e figlia come a un sentimento insieme corale e profondamente intimo, radicato in una storia che viene da lontano e si rinnova nel presente. Un brano sorretto da una ritmica incalzante affidata esclusivamente alle voci, di una delicatezza disarmante, la stessa di un amore che nasce e si riconosce come protezione e promessa. In questa nuova uscita, primo estratto che anticipa il prossimo album dell’artista salentina, un featuring importante, quello della cantautrice e due volte nominata ai Grammy Awards Becca Stevens che firma con Carolina il testo della canzone.
«Il riverbero eterno del legame madre-figlia: Everlove. Un sentimento inesauribile e ineguagliabile, che si espande e si moltiplica nel tempo diventando eredità invisibile di generazione in generazione», afferma Carolina Bubbico. «La coralità vocale incarna le voci delle donne di diverse generazioni, un’armonia intima che rappresenta la memoria e l’eredità affettiva che ciascuno porta dentro di sé. Il brano diventa così un ritratto sonoro della trasmissione emotiva, un intreccio di identità e ricordi che racconta la forza silenziosa dell’amore che ci forma e ci attraversa».
“LA CASA DEI MIEI NONNI”, FRANCAMENTE

Dopo la preghiera laica di Zagara e la dedica a Berlino di Telephone Tango, Francamente torna con un nuovo brano caratterizzato dal contrasto fra un ritmo danzabile, sulla stregua dei Nu Genea, e dal testo intimo. L’artista si affaccia a osservare i legami familiari: quell’essere diversi e simili allo stesso tempo, in bilico tra le scelte che ci distinguono e quel ritrovarsi addosso tratti, gesti, atteggiamenti analoghi alle persone con cui siamo cresciute e cresciuti, che ci piaccia o meno. Quel dualismo tra la somiglianza con la propria famiglia e la libertà di percorrere strade nuove, altre, diverse da quelle tracciate per noi dal contesto di provenienza.
La Casa dei Miei Nonni è un invito a cercare il proprio modo di abitare gli affetti, scegliendo ciò che è meglio per noi. A mettere sempre in discussione tutti i rapporti, anche quelli di sangue, accettando che a volte l’amore richiede lontananza.
Dopo un autunno che l’ha vista esibirsi dal vivo in apertura di alcuni concerti del tour di Carmen Consoli e nell’attesa del tour estivo, Francamente annuncia inoltre tre imperdibili appuntamenti live in primavera, organizzati da OTR Live, per la prima volta in full band: il 19 maggio al Locomotiv Club a Bologna, il 20 a Largo Venue a Roma e il 22 a Hiroshima Mon Amour a Torino.
“CICATRICI”, LUPO
A distanza di due anni dall’EP Scarabocchi e dopo la sincronizzazione del brano Buio nel film Una Figlia di Ivano De Matteo, LUPO – al secolo Lupo De Matteo, classe 2001 – tona sulla scena musicale con un singolo che ne conferma l’abilità di saper parlare alle nuove generazioni in modo diretto, ma soprattutto con estrema sincerità. Un po’ sulla scia di Blanco, LUPO ci porta ancora una volta dentro il suo mondo, fatto di turbamenti, desideri e verità non filtrate. Un inno dolente ma necessario all’esposizione emotiva, un passo ulteriore nel percorso di un artista sempre più maturo e riconoscibile.
Il dolore e la vulnerabilità emotiva non sono un ostacolo ma una possibilità e punto di partenza: nel brano LUPO li accetta come parte inevitabile dell’amore e della crescita e li trasforma in forza, accogliendone i turbamenti con la consapevolezza che lasceranno il posto ad un carattere più temprato (se vuoi feriscimi/ Lasciami/ Con mille cicatrici sul petto/ Mi farà sentire vivo) che saprà affrontare con maggior coraggio le difficoltà. Il sound del brano unisce sonorità urban ed elettroniche a momenti più intimi e indie-pop, melodia e tensione creando un contrasto emotivo che accompagna il racconto.
“BYE BYE SAMURAI / VITE”, SANDRI

L’attacco riporta ai migliori Led Zeppelin, poi il cesenate Michele Alessandri, in arte Sandri, s’incanala in un sound moderno indie rock. È una scrittura moderna fatta di contrasti e mezze luci. Dopo la spinta iniziale, il brano diventa rarefatto, come se invece di spingere cercasse radici. Il doppio titolo qui non è un vezzo: è una struttura, un modo di far sentire che le due parole non sono sinonimi ma due direzioni.
Sandri continua il suo gioco di contrasti. Il piacere di non capire e, soprattutto, di non far capire appieno cosa stia succedendo davvero dentro i brani. Una scelta precisa, quasi una poetica: lasciare spazio alla nebbia, a quel margine in cui le cose non sono completamente dette. E in questa nebbia, pian piano, si arriva alla vite.
