Disco

“Dream Life”, la geografia emotiva di MARTA DEL GRANDI

– Esce “Dream Life”, terzo lavoro di una delle artiste italiane meno italiane e più rivolte a un universo internazionale. «Ho vissuto tanto all’estero, per cui mi identifico con un’identità cosmopolita, europea, di esploratrice del mondo»
– «Il tema del sogno, dei ricordi e delle reminiscenze» attraversa l’intero lavoro, nel quale convivono molte suggestioni: folk contemporaneo, elettronica discreta, David Byrne e Laurie Anderson, funk bianco, cantautorato internazionale

Il sogno pop di Marta Del Grandi non è evasione, ma immaginazione. È la possibilità di pensare una musica che non abbia paura di essere gentile, introspettiva, aperta. Una musica che non urla per esistere, ma esiste perché ha qualcosa da dire. Una musica di ricerca ma allo stesso tempo pop, anche se mette le radici nel jazz. Suoni sobri utilizzando sia strumentazione tradizionale che elettronica d’avanguardia. 

Il sogno pop di Marta Del Grandi è di «trovare una scena italiana in cui riconoscermi», perché lei viene guardata come una delle artiste italiane meno italiane e più rivolte a un universo internazionale, e non solo perché canta in inglese e incide per una etichetta britannica. «Mi fa molto ridere questa definizione, però alla fine ha senso» commenta. «Ho vissuto tanto all’estero, per cui mi identifico con un’identità cosmopolita, europea, di esploratrice del mondo».

Nata nel 1988 ad Abbiategrasso in provincia di Milano, Marta Del Grandi ha vissuto cinque anni a Gent, in Belgio, due anni e mezzo a Katmandu, in Nepal, sei mesi in Cina e cinque anni fa è tornata a Milano. Della tradizione orientale, in realtà, non sente di aver assorbito molto: «Ho ascoltato tanto, studiato, letto, ho fatto anche una tesi per il conservatorio sui raga indiani, ma mi sono sempre sentita un’entità aliena in questi contesti, per cui integrare queste sonorità nella mia musica mi è sempre sembrato artificiale» spiega. «Molti dei miei riferimenti, come Fiona Apple, Big Thief, Dirty Projector, vengono dal mondo anglosassone. Però ho ascoltato anche moltissima musica italiana, dai grandi cantautori come Tenco e Battisti, alle grandi interpreti degli anni ’60-’70 come Mina, Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Patty Pravo. Anzi, se possibile colleziono i vinili di questa discografia».

A scoprirla è stata l’etichetta belga Fire Records, con sede a Londra, con la quale ha pubblicato Until We Fossilize, album a metà strada fra atmosfere lynchiane e drammatiche colonne sonore di Ennio Morricone. Due anni fa, per appena quattro voti, ha sfiorato il Premio Tenco con il secondo lavoro, Selva, album più personale, intimo, con richiami letterari: il Dannunzio della poesia “La pioggia nel pineto”, un collegamento evocativo con Dante e la Divina Commedia, l’epopea di Gilgamesh e legami di tipo linguistico con la botanica. Oggi dà alle stampe Dream Life, dall’«approccio più contemporaneo» rispetto a quello «poetico e bucolico» del predecessore. 

Come indica il titolo, «il tema del sogno, dei ricordi e delle reminiscenze» attraversa l’intero lavoro, sin dall’iniziale You Could Perhaps: “Se nulla è per nulla, ho imparato a stare ferma e a piegare la mia percezione del reale e dell’irreale”, canta. Subito dopo arriva il brano che dà titolo all’intera raccolta, una ballata dall’impianto classico accelerata in direzione pop nel refrain: “Vita da sogno, ho riso così tanto che mi sono svegliata e non riuscivo a distinguere il futuro dal passato”. 

Nell’ironica Antarctica, il primo singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, su un sound elettronico e un ritmo quasi funky, affronta tematiche molto attuali come l’emergenza climatica e l’ingiustizia sociale. «Non ho mai voluto un approccio esplicitamente politico alla scrittura, ma non posso fare finta che il presente vada tutto bene», spiega.

Un disco sognante, elegante, curatissimo, minimalista in alcuni brani, lussurioso in altri.  La scrittura di Marta Del Grandi è leggera senza essere superficiale, colta senza mai risultare compiaciuta. Le canzoni sembrano nascere da un’urgenza intima, ma vengono subito proiettate altrove, in uno spazio più ampio, quasi cinematografico. È come se ogni brano fosse una stanza diversa dello stesso sogno, collegata alle altre da corridoi invisibili.

La sua voce è lo strumento principale di questo viaggio: controllata, morbida, capace di stare in equilibrio tra presenza e distanza. Non cerca mai l’effetto, non forza l’emozione. È una voce che si fida del silenzio, che lascia spazio all’ascoltatore, che accetta l’ambiguità come valore.

In Dream Life convivono molte suggestioni: il folk contemporaneo, una elettronica discreta, David Byrne e Laurie Anderson, funk bianco, voci che dialogano con strumenti a fiato, una certa tradizione cantautorale europea e un respiro internazionale che guarda oltre le coordinate italiane. Ma sarebbe un errore parlare di influenze in senso stretto. Marta Del Grandi non cita, non imita: assorbe.

Il risultato è un pop che non ha passaporto, che potrebbe essere nato in una periferia europea come in una grande capitale culturale. Un pop che rifiuta le etichette e preferisce muoversi in una zona franca, dove la canzone torna a essere spazio di ricerca e non solo prodotto.

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