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COURTNEY LOVE: ora parlo io, ecco la verità

– La frontwoman delle Hole e vedova Cobain si racconta nel film dal titolo programmatico “Antiheroine”. Non è il solito biopic, i registi Edward Lovelace e James Hall scelgono l’incompletezza, l’ambiguità, la tensione
– La cantante e attrice emerge non come eroina da riabilitare, ma come artista da riconsiderare, finalmente sottratta alla caricatura. «Patti Smith mi ha salvata». La tumultuosa storia d’amore con il leader dei Nirvana
– Oggi vive a Londra ed ha superato i problemi con l’eroina. Sta preparando un nuovo album con l’aiuto dell’amico Michael Stipe. «Più scrivo canzoni, più mi allontano dalla merda. Una canzone può cambiare tutto»

Per oltre trent’anni, Courtney Love è stata raccontata più che ascoltata. Moglie, vedova, musa, rovina, provocatrice, genio autodistruttivo: le definizioni si sono sovrapposte fino a soffocare la complessità di una delle figure più radicali della cultura rock contemporanea. Con Antiheroine, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, questa stratificazione viene finalmente messa in discussione, non per assolvere o condannare, ma per comprendere.

Il documentario di Edward Lovelace e James Hall sceglie una strada rischiosa e ambiziosa: lasciare che sia Love stessa a guidare il racconto. Non una voce narrante esterna, non una costruzione cronologica rassicurante, ma un flusso di memoria, riflessione e autocritica che riflette perfettamente la personalità della sua protagonista. In questo senso, Antiheroine non è solo un film su Courtney Love: è un film con Courtney Love, e talvolta contro di lei.

L’anti-eroina come figura culturale

Il titolo è programmatico. L’“anti-eroina” non è semplicemente una donna imperfetta, ma una figura che rifiuta la riconciliazione finale, l’arco narrativo classico della redenzione. Courtney Love non viene presentata come una sopravvissuta esemplare, né come una vittima definitiva, bensì come un soggetto contraddittorio, spesso scomodo, che ha pagato un prezzo altissimo per aver occupato uno spazio storicamente negato alle donne nel rock: quello dell’autorità artistica e della rabbia.

Il film analizza con lucidità come la sua carriera sia stata costantemente filtrata da uno sguardo misogino. Le stesse caratteristiche che nei colleghi uomini venivano celebrate – eccesso, aggressività, autodistruzione, genialità caotica – in Love sono state usate come prove a carico. Antiheroine smonta questo doppio standard attraverso materiali d’archivio, interviste e una selezione di momenti pubblici in cui l’artista appare lucida, preparata, spesso in anticipo sui tempi, ma sistematicamente ridicolizzata o delegittimata.

La vita, la carriera, l’ambizione

Tra pagine di diario, testi di canzoni e homevideo, Antiheroine ripercorre la carriera pionieristica e polarizzante di Courtney Love come frontwoman rock. Per sua stessa ammissione, la sua giovinezza itinerante e instabile forgiava un intenso desiderio di fama. Nata Courtney Michelle Harrison nel 1964 da una «famiglia controculturale» a San Francisco, Courtney ha sviluppato una «pelle di rinoceronte» in tenera età. Sostiene che suo padre, Hank Harrison, le ha dato LSD quando aveva 4 anni, e successivamente ha perso la sua custodia. Ha bevuto il suo primo drink all’età di 10 anni, sostenendo che il suo patrigno, David, «mi ha fatto ubriacare», lasciandola «malata fisicamente per una settimana». Sua madre, Linda Carroll ha preso in giro la sua giovane figlia per i suoi problemi. «Quando hai un genitore narcisista, non sarai mai abbastanza bravo», dice Courtney.

Dopo che sua madre si è trasferita all’estero, la ribelle Courtney ha trascorso del tempo in affidamento e in una sala minorile. Attribuisce a Patti Smith il merito di averle salvato la vita, mostrandole cosa potrebbe essere una donna nel rock. Determinata a diventare una rockstar, si è trasferita a Liverpool, in Inghilterra, per infiltrarsi nella scena punk della città, anche se insiste di non essere una groupie. «Non volevo scopare quei ragazzi, volevo essere quei ragazzi», ricorda.

Da Liverpool a Los Angeles, dove ha lavorato come spogliarellista e si è esibita come cantante di una band punk tutta maschile, i cui membri, dice, si sono rivoltati contro di lei. Finché ha messo un annuncio sul giornale per cercare musiciste. Ricorda la sua ambizione cercando di farcela nella scena musicale di Los Angeles degli anni ‘80: condividere uno studio con i Red Hot Chili Peppers, mettersi a dieta, limitarsi all’eroina due volte al mese, sviluppare il suo urlo caratteristico, esercitarsi da sei a sette giorni alla settimana, trasformare un’esperienza terrificante durante la quale era stata ammanettata e quasi violentata nella canzone Retard Girl. Con le Hole «avevo un posto per la mia atrocità», dice. «Non ho mai dubitato che sarei diventata famosa, pensavo solo che avrebbe risolto tutto».

Musica, corpo, controllo

Uno degli aspetti più interessanti del documentario è l’attenzione al corpo come campo di battaglia. Courtney Love è stata una delle prime rockstar a fare del corpo femminile un atto politico: trucco sbavato, abiti strappati, una femminilità ostentata e insieme violata. Antiheroine collega questa estetica non a una posa, ma a una precisa scelta artistica: rendere visibile ciò che l’industria musicale cercava di disciplinare.

Il film rilegge anche il ruolo delle Hole all’interno della scena grunge, troppo spesso ridotte a nota a margine della storia dei Nirvana. Attraverso le sessioni di registrazione, i testi e i concerti, emerge la figura di un’autrice consapevole, colta, profondamente influenzata dal punk femminista, dalla letteratura e dall’arte contemporanea. L’idea che Courtney Love fosse “solo” una performer viene smontata pezzo dopo pezzo.

Kurt Cobain: presenza inevitabile, ma non centrale

Kurt Cobain e Courtney Love

Uno dei meriti maggiori di Antiheroine è la gestione della figura di Kurt Cobain. La sua assenza e la sua morte attraversano il film come una ferita permanente, ma non ne diventano il fulcro. Il documentario rifiuta la tentazione morbosa e restituisce il lutto come esperienza privata e politica insieme: una tragedia personale che si è trasformata in condanna pubblica.

Courtney fu immediatamente attratta da Kurt Cobain. «Era così bello», ricorda, riesaminando le note e i testi che hanno scritto insieme a letto. «Aveva un senso dell’umorismo davvero strano. Eravamo due capri espiatori designati, rifiutati dalle nostre madri e dai nostri padri. Ci siamo trovati ed eravamo subito insieme. È stato davvero istantaneo. Quella fase della luna di miele è andata avanti per quello che sembrava davvero tanto tempo».

Courtney Love e Kurt Cobain si sposarono nel 1992 e accolsero la figlia Frances Bean Cobain nell’agosto di quell’anno. (Frances non partecipa al film.) Antiheroine ricorda i pettegolezzi dei media intorno alla loro relazione e in particolare un articolo di Vanity Fair che suggeriva che avesse usato eroina mentre era incinta di sua figlia, un’accusa che la cantante nega ancora vigorosamente. 

L’eroina figura in primo piano nel film, così come l’intensa reazione mediatica, in particolare dopo il suicidio di Cobain nell’aprile 1994. La stessa settimana in cui Cobain morì, fu pubblicato l’acclamato secondo album delle Hole, Live Through This, e la band andò in tour. «L’elaborazione del lutto avvenne dal vivo», ricorda il chitarrista Eric Erlandson delle Hole.

Courtney Love, nata Courtney Michelle Harrison nel 1964 a San Francisco

Love riflette apertamente su come la narrazione mediatica l’abbia trasformata in un personaggio negativo funzionale al mito romantico del genio maschile autodistrutto. In questo senso, Antiheroine è anche un film sulla violenza simbolica esercitata dai media e sull’impossibilità, per una donna, di uscire indenne da una storia già scritta da altri.

Il film include numerose clip di fan ed esperti che ipotizzano che Courtney Love sia stata responsabile della morte di Cobain: a un concerto delle Hole, una persona del pubblico ha messo proiettili di fucile sul palco di fronte a lei. «È stata messa alla gogna più e più volte», dice Michael Stipe nel film. «Anche se alcune volte erano meritate – Courtney poteva essere irritante –molto spesso non lo erano». 

Trent’anni dopo, Courtney appare ancora emozionata sia per il suo legame con Cobain, arrivando persino a fare un po’ di karaoke sulle canzoni dei Nirvana, sia per l’inevitabile tumulto che seguì la morte del marito. «Kurt Cobain entra in quella fottuta stanza prima di Courtney», dice nel film. «Quella sarà la mia vita».

Sobrietà, silenzio, ritorno

Il periodo più recente della vita di Courtney Love – la sobrietà, il trasferimento a Londra, il distacco progressivo dalla scena pubblica americana – viene raccontato senza enfasi salvifica. Non c’è trionfo, ma una fragile ricerca di equilibrio. Il film suggerisce che il vero atto radicale, per un’icona dell’eccesso, sia stato il silenzio: sottrarsi allo spettacolo di sé, rifiutare il ruolo assegnato.

Quando la musica riappare, non è nostalgia, ma necessità. Antiheroine non promette un “grande ritorno”, bensì rivendica il diritto di continuare a creare senza dover dimostrare nulla.

Dopo un passaggio al cinema, inclusa un’interpretazione applaudita dalla critica in Larry Flynt – Oltre lo scandalo di Miloš Forman, Courtney Love pubblicò, con le Hole, l’album del 1999 Celebrity Skin, orientato verso un sound mainstream. Ma il successo fu di breve durata, poiché i demoni la raggiunsero. Love sciolse le Hole nel bel mezzo di un tour. Le sue azioni divennero più irregolari e il suo consumo di droghe aumentò. «Se vuoi distruggere la tua vita, fatti di crack», scherza Love, ora sobria. 

Courtney Love rimane in silenzio sullo stato attuale della sua relazione con la figlia Frances, anche se alla fine del film la vediamo in partenza per Los Angeles per far visita al nipote, che Frances Bean ha avuto con il marito Riley Hawk. L’ultima canzone che ha composto per il suo nuovo album di prossima uscita è dedicata a Frances.

Il nuovo album non ha ancora una data di uscita né un titolo, ma, secondo il film, vedrà la collaborazione dell’ex compagna di band Auf der Maur e di Michael Stipe. «Puoi chiamarlo “il disco della ripresa” o “il disco della fottuta quasi morta” o “il disco della vita in affitto”. Devo rimanere viva».

In Antiheroine, Courtney Love torna alla musica, come valvola di sfogo, via di fuga, balsamo. «Più scrivo  canzoni, più mi allontano dalla merda», racconta. «Una canzone può cambiare tutto. Se non ci credo, allora non credo in niente».

Un film scomodo, come la sua protagonista

Presentato al Sundance senza la presenza fisica di Courtney Love, Antiheroine ha diviso il pubblico proprio come lei ha sempre fatto. Ed è forse questo il suo successo più grande: non cerca consenso, non addomestica il conflitto, non offre una versione pacificata del passato.

In un’epoca in cui la cultura pop tende a riscrivere le biografie in chiave consolatoria, Antiheroine sceglie l’incompletezza, l’ambiguità, la tensione. Courtney Love emerge non come eroina da riabilitare, ma come artista da riconsiderare, finalmente sottratta alla caricatura.

Più che un documentario musicale, Antiheroine è un saggio visivo sul potere, sul genere e sulla memoria. E ci ricorda che alcune figure non nascono per essere amate, ma per mettere in crisi il modo stesso in cui scegliamo chi merita di essere ascoltato.

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