– I segnali sonori più interessanti della settimana. Sono i nuovi album della siciliana Francesca Incudine, del pontino Antonio Cicci, in arte Kormorano, della blues band marchigiana dei Rootworkers e della cantautrice salentina Cristiana Verardo
– La techno dei Tame Impala, l’inferno di The Last Dinner Party, i duetti romantici di Chrissie Hynde, il beat post-house di Sudan Archive. Il producer palermitano NTNTN s’ispira a Greta Thunberg. I Bon Jovi incontrano Robbie Williams
“RADICA”, FRANCESCA INCUDINE

Come le radici che si fanno strada in silenzio e nel nascondimento, così nasce questo disco che parla di storie che, apparentemente distanti tra loro, si cercano e si intrecciano nelle profondità. Un album intenso, in parte autobiografico, che scava anche nel profondo di questi anni di vita dell’artista: negli eventi, nelle trasformazioni, nei sentimenti.
Radica segna il ritorno di Francesca Incudine, cantautrice e percussionista siciliana, che ritorna con un progetto discografico a sette anni dalla vittoria della Targa Tenco. Radica è la parola siciliana per dire radice, ma anche nel più stretto senso letterale, quell’escrescenza nodosa sul tronco o sui rami che si forma in seguito a uno stress dell’albero, a sua protezione dalle aggressioni esterne.
Quattordici brani (più una ghost track nella versione fisica), tra folk e pop d’autore, si fanno Radica che protegge, rinforza, riscopre e mette in luce, Radica che riporta alla terra d’origine, ma che si intreccia con quella che accoglie. In un abbraccio orizzontale e verticale, i brani – alcuni già usciti come singoli – comunicano tra loro per restituire vissuti personali che si specchiano in scenari e fatti realmente accaduti o anche solo immaginati.
Così, la storia personale si incrocia a vicende da raccontare, nascoste nelle pieghe del mondo. Sono storie di donne militanti; come l’attivista pakistana Sabeen Mahmud, uccisa a Karachi con quattro colpi di pistola il 24 aprile del 2015, o Mariangela Maccioni, maestra resistente sarda che sfidò il fascismo rifiutandosi di tesserne le lodi durante le sue lezioni e per questo fu arrestata dall’Ovra. A tessere le maglie della narrazione in musica che si sviluppa tra i solchi del lavoro, anche la Cara maestra di Luigi Tenco.
“NOVE e 15”, KORMORANO

Disco d’esordio di Antonio Cicci, in arte Kormorano, Polistrumentista del Sud Pontino, conosciuto come batterista dei Mellow Mood e per le collaborazioni con Paolo Baldini, Chicken Production, Muiravale Freetown e Giancane, Dieci canzoni che attraversano emozioni nude e contrasti vivi, dove la rabbia si intreccia con la fragilità e la denuncia. Brani che curano ferite e aprono pensieri, muovendosi tra sonorità mediterranee e reggae, cantautorato e sfumature elettroniche, con richiami alle tradizioni africane e sudamericane. Ci si ritrova subito a canticchiare i ritornelli in una lingua che ricorda il napoletano ma che è il terracinese, dialetto concreto scelto da Kormorano come unico capace di tradurre quello che si muove dentro di lui e, allo stesso tempo, omaggio vivo alle sue radici.
Kormorano scrive il suo primo disco dopo la fine di una relazione, quando decide di trascorrere un inverno a Ventotene leggendo “Bestie in fuga” di Daniele Kong, amico e autore delle illustrazioni che accompagnano il progetto. Da questo incontro di suggestioni prende forma un lavoro che mescola ritratti poetici, storie e pensieri nati davanti al mare, dove il silenzio è tutto – amore, custode, alleato, cura, inizio e fine -, mentre l’isola è specchio delle paure e delle questioni irrisolte. Riflessioni che non si fermano alla sfera privata, ma si allargano a quella sociale, portando Kormorano ad accorgersi di come, qualche volta, non siamo altro che spettatori, nel micro come nel macro: dall’inganno sulla bonifica dell’Agro Pontino al dramma dei migranti nel Mediterraneo, dalle ferite personali che incrinano identità e integrità, agli errori che – superato lo spavento – si trasformano in racconti catartici, dalle tradizioni che ci inquietano alla canzone napoletana, fino a Liberato, alle passioni, ai traumi e alle rinascite. Di qui il bisogno di osservare tutto di nuovo, dare un nome alle cose, imparare a lasciar andare e prendere posizione solo quando necessario.
“DON’T BEAT A DEAD HORSE”, THE ROOTWORKERS
Il nuovo album dei marchigiani è una trascinante sfida a cliché e rigidità e segna un’evoluzione nella scrittura dei Rootworkers che, affondando le radici nel Delta, negli anni hanno contaminato il loro linguaggio con soul, garage, psichedelia e songwriting d’autore, sviluppando un’identità solida e riconoscibile. Oggi, valorizzate alla produzione di Frankie Wah dei Little Pieces of Marmelade, le strutture si fanno più compatte e immediate, gli arrangiamenti essenziali ma curati, con una ricerca timbrica che guarda al presente senza tradire la tensione originaria del blues. Un lavoro in profondità sulla forma-canzone, evitando forzature o strutture precostituite, con l’alleggerimento delle parti strumentali e l’apertura a sonorità e approcci moderni e non convenzionali. Ne risultano ballate più raffinate e pezzi più diretti volutamente più “scorretti”.
Il titolo dell’album – un’espressione idiomatica americana che invita a non insistere su ciò che è ormai irrecuperabile – viene rovesciato nel suo significato: invece di arrendersi, i Rootworkers affrontano un genere classico con spirito critico e coraggio, sfidandone cliché e rigidità. La copertina, che ritrae un cavallo in lotta col lazo, ne è la sintesi visiva: un’immagine di resistenza e vitalità. Consigliatissimo agli amanti di Jack White, Black Keys, All Them Witches, Jon Spencer Blues Explosion, e Led Zeppelin. L’album verrà presentato dal vivo nel release party di giovedì 30 ottobre al prestigioso Germi di Milano.
“L’AVVERSARIA”, CRISTIANA VERARDO
Cantautrice e chitarrista salentina, classe 1990, Cristiana Verardo si distingue per uno stile intenso, emotivo e profondamente lirico. Dopo il debutto con l’album La mia voce (2017) e la vittoria del Premio Bianca d’Aponte (2019), pubblica nel 2021 Maledetti ritornelli, il suo secondo disco, che porta in tour in Italia ed Europa. Negli anni collabora con artisti come Tosca, Vinicio Capossela e La Municipàl.
L’Avversaria rappresenta un approdo inatteso in un terreno inesplorato, frutto di un lungo percorso di conoscenza interiore e di introspezione (coinciso con il processo creativo dell’album), in cui l’artista ha cercato la pacificazione con la parte di sé che tende alla paura, si incattivisce, si dissocia e si intimorisce, che si oppone: l’Avversaria.
«Questo disco per me è stato una virata radicale, un processo doloroso ma allo stesso tempo affascinante di riscoperta di me stessa e delle mie zone d’ombra», afferma Cristiana Verardo. «Mi sono trovata davanti a uno specchio in cui non mi riconoscevo, ma che non riuscivo a lasciare andare: l’ho stretto tra le mani per osservare ogni minimo tratto di quell’alter ego che, allo stesso tempo, cullavo e combattevo. Il mio percorso creativo e introspettivo è stato come una lente puntata su quella parte di me rimasta finora nel buio. È così che è nata L’Avversaria: la mia metà che completa, l’antagonista che in questo nuovo album diventa protagonista»
Le otto tracce, con all’interno i featuring con Rita Marcotulli e Carmine Tundo, sono spesso caratterizzate da melodie accattivanti e da testi profondi e poetici che parlano di amore, nostalgia e relazioni. Brani che riflettono un forte senso di autenticità e introspezione, tipico della canzone d’autore, in cui l’artista affronta le fragilità umane, facendosi portavoce di emozioni e storie personali. Ad intensificare pathos e poeticità è il sound, contraddistinto dall’utilizzo di strumenti acustici ed elettronica. Molte tracce dell’album sono caratterizzate da sintetizzatori modulari analogici che offrono una profondità e una complessità sonora uniche restituendo suoni più vivi, imperfetti, sinceri.
“DEADBEAT”, TAME IMPALA
Deadbeat si distingue come uno dei migliori album dei Tame Impala, con eleganti arrangiamenti psych-pop alimentati da abbondanti dosi di techno e acid house. Prendete il singolo di spicco Dracula, con il suo groove disco-funk impettito e il suo gancio sinuoso. Oppure Obsolete, con la sua linea di basso profonda e saltellante che esalta la voce di Kevin Parker, la “mente” del progetto australiano, mentre offre il suo amore a qualcuno nella disperata speranza che possa riceverlo. È anche uno dei suoi brani dance più pesanti finora nell’odissea techno.
L’amore di Parker per la techno è tale che ne ha fatto un intero album prima di Deadbeat, e non è sicuro che vedrà la luce. «Spero che ne uscirà qualcosa… Quando si sa qualcosa di te, non è sempre facile dare libero sfogo alle proprie canzoni come vogliono. Potrebbe essere necessario pubblicarlo come una cosa anonima».
“FROM THE PYRE”, THE LAST DINNER PARTY
Il secondo album dei The Last Dinner Party li vede esplorare temi più oscuri, riflessioni sulle conseguenze della fama. Il risultato è un disco che potrebbe essere migliore del loro acclamato debutto. “Here comes the apocalypse and I can’t get enough of it”, canta Abigail Morris dei The Last Dinner Party sulle gloriose chitarre e tastiere che sostengono la traccia di apertura, riflettendo il lato più oscuro fin troppo presente in tutto il disco.
Il loro debutto del 2024, Prelude to Ecstasy, è stato un disco rivoluzionario, che ha combinato pop barocco con una maggiore sensibilità rock per offrire un suono che era davvero loro. In From the Pyre, la band suona ancora più definita e dotata della capacità di esprimere il proprio punto di vista con bruciante chiarezza. The Scythe è un’epica rock a lenta combustione nata come una canzone sulla rottura di una relazione prima che Morris si rendesse conto di aver scritto una profonda riflessione sulla morte del padre. “Non piangere, siamo legati insieme / Ogni vita fa il suo corso”, canta con una precisione tagliente nel ritornello della canzone. Il risultato è una delle migliori canzoni rock sulla morte e sull’affrontare la mortalità degli ultimi tempi.
Tutti questi brani riflettono i temi più cupi insiti nell’album e nel suo titolo: la grande catasta di legna usata per bruciare i corpi nelle cerimonie funebri tradizionali. È ironico, tuttavia, che le riflessioni sulla morte e sull’oscurità abbiano permesso a questa band di suonare più viva che mai.
“DUETS SPECIAL”, CHRISSIE HYNDE & PALS

L’album contiene tredici straordinari duetti di Chrissie Hynde, con la partecipazione di artisti di fama mondiale, tra cui Mark Lanegan, Dave Gahan, Cat Power, Brandon Flowers, Debbie Harry, Shirley Manson, Alan Sparhawk e molti altri. Parlando delle origini dell’album Duets Special, Chrissie dice: «Non avevo mai pensato di fare un album di duetti prima d’ora. Credo che l’idea sia nata nel 2023. Stavo parlando al telefono con Jörn, il marito di Rufus Wainwright. Credo che ci stessimo consigliando dei romanzi a vicenda e per qualche motivo ho detto: “Ehi, magari io e Rufus potremmo fare qualcosa insieme”, e ho buttato giù rapidamente dieci canzoni che mi sono venute in mente sul momento. Così Jörn ha chiesto a Rufus, che era interessato, e così è iniziato tutto. Una cosa spontanea, che ho pensato sarebbe stata divertente».
Ricordando il primo incontro con k.d. lang, Chrissie ha detto: «Ho conosciuto k.d. durante un tour che abbiamo fatto. Era all’inizio della carriera. Eravamo in Canada e ci siamo trovate subito in sintonia grazie al nostro interesse comune per il benessere degli animali».
Gli artisti che duettano con Chrissie Hynde in Duets Special sono tredici voci uniche e distintive. Il filo conduttore di tutte le canzoni sono le grandi melodie. Ognuna viene esaltata da arrangiamenti essenziali, intimi e da una strumentazione minimale e raffinata. Duets Special non è solo il quarto album in studio di Chrissie Hynde pubblicato a suo nome. Il nuovo disco rappresenta una svolta entusiasmante e inaspettata all’interno di uno dei capitoli più creativi della carriera di Chrissie Hynde.
“THE BPM”, SUDAN ARCHIVES
La violinista trentunenne si nutre di millanteria e insicurezza nascosta. «Non sono nella media», ha dichiarato Sudan nel suo album di debutto del 2022, Natural Brown Prom Queen. Non che si possa accusare di mediocrità una violinista autodidatta che ha portato una sensibilità sfrenata alle periferie più alla moda del pop. Tuttavia, un po’ di umiltà non farebbe male.
Il suo terzo album, The BPM, contrappone il suo cuore vulnerabile alla sua ambizione. Le vanterie sono abbondanti: «Ho un sacco di soldi/Sì, il denaro è la mia mascotte», esulta Sudan in una traccia. Nel frattempo, ogni beat post-house cresce con malinconia fino a minacciare di porre fine alla festa. In Los Cinci, che rallenta brevemente The BPM a un ritmo contemplativo, Sudan canta: «A volte posso cadere davvero in basso, ma ora sono su di giri». Un tale colpo di frusta rispecchia The BPM in generale: la produzione di Sudan trasmette tristezza molto prima che lei la faccia notare verbalmente.
Chiunque abbia trascorso le ore piccole in un club inondato di house e techno sa che un colpo secco può generare noia con la stessa facilità dell’euforia. I beat e i testi di Sudan sono reciprocamente tesi: l’album esplora uno stile di vita senza sosta, ma con ansia, l’emozione di essere una cattiva stronza contaminata da desiderio e disagio. «Ketamina e LSD completano il mio corpo», canta Sudan con un corposo falsetto in Touch Me. L’eccellente A Bug’s Life descrive una persona che «non può mai guardarsi indietro e non può tornare a casa».
“EVERYTHING NEEDS TO CHANGE” NTNTN

NTNTN, producer palermitano, classe 1981, che intreccia campionamenti della natura e dell’ambiente urbano con pulsazioni ritmiche dal carattere ancestrale, dopo Luminescence(2020), torna con due nuovi lavori, Everything Needs to Change (17 ottobre) e The Crack of Dawn (30 ottobre), un viaggio tra techno, ambient e musica sperimentale. Le nuove produzioni, in uscita per Limone Lunare Records, saranno presentate live – che NTNTN costruisce in modo analogico con drum machine, campionatori e pedali, in un continuo dialogo tra organico e sintetico – il 2 novembre al Teatro Garibaldi di Palermo, nell’ambito del Festival PRIMA ONDA – Approdi, in occasione del release party ufficiale.
Ispirato a una citazione di Greta Thunberg, con Everything Needs To Change, NTNTN invita a cambiare prospettiva di fronte alla crisi climatica e alle derive del mondo contemporaneo. Composto da quattro tracce, l’EP intreccia pulsazioni ritmiche, field recordings e textures organiche, costruite in presa diretta con drum machine, campionatori e synth modulari. Ogni brano è una tappa di un percorso di trasformazione: da Cup of Tea, poliritmico viaggio nello spazio, dove la tazza la tazza diventa metafora di un passato perduto, fino all’intima Love is the Answer, nata da un’esperienza spirituale a Bali, un brano contemplativo e luminoso, che suggella l’EP come gesto di connessione e riconciliazione con il mondo, passando per Give Up, un invito alla resa intesa come liberazione dai sentimenti negativi che abitano la mente e il corpo, e Change, traccia techno sperimentale in cui synth come prophet e modulari si intrecciano in una corsa tra boschi sonori immaginari.
“WE MADE IT LOOK EASY”, BON JOVI feat. ROBBIE WILLIAMS
I Bon Jovi, band storica vincitrice di un Grammy Award e presente nella Rock & Roll Hall of Fame, tornano con il singolo We Made It Look Easy in featuring con uno dei nomi più apprezzati del panorama pop mondiale, Robbie Williams. «Robbie è uno dei più grandi artisti, punto. Amo la sua musica da anni e sono onorato di averlo con me e la band in We Made It Look Easy. Ha fatto suo fin da subito questo testo. Sapevo che ce l’avrebbe fatta», sottolinea Jon Bon Jovi.
We Made It Look Easy sarà contenuta, insieme ai singoli usciti negli ultimi mesi, Living Proof con Jelly Roll, Red, White and Jersey e Hollow Man, nella nuova versione deluxe dell’ultimo album della band, Forever (Legendary Edition), in uscita il 24 ottobre. L’opera è composta da 14 brani, in cui la band è affiancata da alcuni dei nomi più importanti della musica, fra cui Bruce Springsteen, Laney Wilson, Jelly Roll, Robbie Williams, Avril Lavigne e tanti altri. «Quest’album è più di una semplice collezione di collaborazioni, è un album nato per necessità», chiarisce John Bon Jovi. «La mia operazione alle corde vocali e la conseguente riabilitazione sono state parte di un viaggio che abbiamo documentato durante l’uscita di Forever nel giugno 2024, quando me la cavavo a cantare in studio di registrazione, ma le abilità vocali e il rigore necessari per un tour erano ancora fuori dalla mia portata. Rimasti senza la possibilità di promuovere con un tour un album di cui eravamo tutti molto fieri, ho deciso di chiamare degli amici perché mi aiutassero in un momento difficile. Sono tutti dei cantanti e artisti formidabili, oltre che delle bellissime persone. Il risultato è un album che offre una nuova prospettiva con un nuovo spirito, un album collaborativo che dimostra come tutti possiamo farcela fintanto che riceviamo un po’ di aiuto dagli amici. Provo un’estrema gioia e gratitudine nel poter pubblicare questo album, e penso che si percepiscano nella musica. Posso dire con certezza che c’è sempre qualcosa di più grande di un “me”, ed è un “noi”».
