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FILM FEST ROMA. L’ex punk e il papà dei selfie

 – Il regista Julian Temple presenta il suo nuovo film “I Am Curious Johnny” sull’erede industriale, fotografo, collezionista d’arte e filantropo Jean Pigozzi. «Una sorta di Zelig, frequentava star del cinema e del rock, magnati e politici, ma nessuno lo conosceva»
– «Non so se ho inventato il “selfie”: negli anni Settanta tutti cercavano gli autografi, io scattavo fotografie. Ero facilitato dal braccio molto lungo, ma non vedevo cosa inquadravo perché non usavo l’iPhone. Quanti scatti ho sbagliato!», ricorda il protagonista

Jean, viste le sue origini parigine, o Johnny, per la mondanità del personaggio, o Giovanni, per il padre torinese, Pigozzi è uno strenuo difensore delle foreste amazzoniche, promuove l’arte africana nel mondo, è un collezionista d’arte, si occupa di hi-tech e nutre una passione smodata per la fotografia. È un uomo decisamente ricco. Un ereditiere: suo padre Enrico (Henri per i francesi) aveva fondato la Simca, la casa automobilistica che poi venderà a Chrysler. Un investitore: ieri di Facebook, oggi di Diamond Foundry (come Leonardo DiCaprio). Ed è, da sempre, uno che paparazza i propri amici: Pool Party è un libro (pubblicato da Rizzoli Usa nel 2016) di fotografie scattate negli anni alla bella gente che invitava nella piscina di Villa Dorane, la casa di famiglia a Cap D’Antibes, Costa Azzurra. Cento ritratti nei quali sono immortalate Elle Macpherson, Elizabeth Taylor, Sharon Stone, Bob Dylan, Mick Jagger, Michael Douglas e tante altre star.

Da due anni Pigozzi si è trasferito a Roma, dopo una vita trascorsa fra il jet set di Hollywood. Non solo. È cambiata la sua prospettiva: da dietro l’obiettivo è passato davanti. L’erede industriale, fotografo, collezionista d’arte e filantropo è diventato il soggetto del nuovo film del regista britannico Julien Temple, I Am Curious Johnny, presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Sottilissimo, quasi invisibile, il filo rosso che lega The Great Rock’n’Roll Swindle (La grande truffa del Rock’n’Roll), il film sulla storia dei Sex Pistols che lanciò l’allora enfant terrible della scena punk inglese Julian Temple, a I Am Curious Johnny. Certo, nelle vicende di Bigozzi ci sono un po’ di ombre, ma il regista preferisce sorvolare, per raccontare una storia nella quale «c’è qualcosa alla Zelig, il film di Woody Allen», spiega. «Johnny era ovunque, scattava foto con i suoi amici – le più ricche e famose star di Hollywood e del rock, politici, miliardari dei media e dell’hi-tech -, Johnny conosce tutti quelli che sono qualcuno, ma era sconosciuto nel contesto del pubblico più ampio, nessuno sa chi sia. Almeno fino ad ora». Temple lo definisce «un enigma, non diverso da un moderno signor Arkadin», riferendosi all’inafferrabile miliardario nell’omonimo film di Orson Welles (in Italia uscì con il titolo di Rapporto confidenziale). «Johnny ha passato la sua vita a fuggire dall’ombra del padre estremamente ricco ma crudele e distante, cercando costantemente di definire chi è attraverso la sua irrequieta creatività».

Jean Pigozzi

«Una infanzia non molto divertente», taglia corto Pigozzi, presente alla conferenza stampa nella Sala Petrassi dell’Auditorium di Roma trasmessa in diretta su YouTube. «Non mi piace parlare del passato, penso al futuro», tiene a sottolineare. Una infanzia che nel film torna grazie al ricorso all’intelligenza artificiale che consente a Johnny di parlare con il padre. «Lui è morto quando avevo 12 anni, A quel tempo mi faceva paura e non c’erano occasioni di dialogo», spiega. «Fare conversazione cinquant’anni dopo con l’AI è stato rivoluzionario e riappacificante».

«Abbiamo cominciato a girare questo film due anni fa, quando l’AI era soltanto una idea», interviene Julian Temple. «È stato divertente estendere il concetto di virtualità in un periodo dove non esisteva. Il film mostra il rapporto nucleare fra Johnny e il padre, vengono cancellati i confini tra fiction e verità, come nel film di Orson Welles. È un film sulla ricchezza e sui suoi effetti su coloro che la possiedono, ma anche su cosa credere e cosa non credere su un essere umano, ed esplora umoristicamente le potenziali insidie dell’IA e la sua capacità di allucinare versioni alternative della verità».

Julian Temple

Il ricorso alle tecnologie è stato fondamentale per realizzare il documentario. Protagonista è Zoom, la piattaforma di comunicazione e videoconferenza molto diffusa che permette di organizzare e partecipare a riunioni online tramite video, audio e chat. Tramite questo servizio sono state realizzate le interviste che compongono il divertente film. Sono tanti a intervenire: Michael Douglas, Martha Stewart, Mick Jagger, Diane von Furstenberg e Graydon Carter, per citare alcune celebrità a cui l’inafferrabile Pigozzi si è avvicinato negli ultimi cinque decenni. 

Una Leica in mano, Pigozzi scattava a ripetizione. Inventò il selfie negli anni Settanta, catturando momenti di celebrità dallo Studio 54 di New York al Polo Lounge di Beverly Hills. «Non so se sia stato io a inventare il “selfie”», commenta il miliardario. «So che nel 1971 ad Harvard scattai la mia prima foto con una star del cinema, con Faye Dunaway per la precisione. A quel tempo tutti chiedevano autografi, io invece facevo foto, che era l’unica prova che eri stato davvero in contatto con quella persona. Ero facilitato dal braccio molto lungo. Certo, non vedevo cosa inquadravo, perché non usavo un iPhone. Quanti errori! Se avessi avuto un centesimo per tutti gli scatti sbagliati sarei più ricco di Bill Gates».

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