– Dai Van der Graaf Generator a una delle carriere soliste più radicali della storia del rock, il musicista inglese continua a fare i conti con canzoni, frammenti e idee che possono aspettare anche trent’anni prima di trovare la loro forma. Esce oggi “Tears in Time”, undici brani registrati tra il 1991 e il 2026. A novembre sarà in concerto in Italia
Per Peter Hammill una canzone non sembra avere necessariamente una scadenza: può essere scritta oggi, dimenticata per qualche anno, riaffiorare quando meno te l’aspetti e infine diventare qualcosa che non era riuscita a essere prima. Il nuovo Tears in Time, in uscita il 25 settembre per Esoteric Antenna, è precisamente questo: un disco costruito attraverso il tempo, non contro il tempo.
Undici brani registrati in momenti diversi fra il 1991 e il 2026 negli studi Terra Incognita, raccolti infine sotto lo stesso titolo. Alcuni risalgono a decenni fa, altri sono stati completati soltanto recentemente. For a Rainy Day, The Wheels, Heavy Weather, Angle of the Curve, So Much Water, Tabula Rasa, Oh the End, Red Flags (In the Sunset), You’ll Never Know, The Half of It, And When He Ran: undici pezzi che non nascono dunque come un album, ma finiscono per diventarlo.
«Quando fai dischi da così tanto tempo è normale ritrovarsi con idee rimaste incompiute», spiega Hammill. «Finisci un album e alcuni frammenti restano nel cassetto. Ogni tanto li riprendi in mano e scopri che finalmente hanno trovato la loro forma. Alcuni dei brani di questo disco affondano addirittura le radici negli anni ’80. Sono molto diversi fra loro, ma proprio questa varietà dà loro coerenza».
È una frase che potrebbe funzionare come manifesto dell’intera carriera di Hammill. Perché se c’è una cosa che non ha mai fatto è cercare una formula.
Prima c’erano i Van der Graaf

Peter Joseph Andrew Hammill nasce a Ealing, Londra, nel 1948. Nel 1967 fonda i Van der Graaf Generator, gruppo destinato a occupare un posto laterale ma decisivo nella storia del progressive rock. Laterale perché non furono mai davvero una band da grandi numeri; decisivo perché la loro musica sembrava interessata a tutto ciò che il rock normalmente cercava di evitare: inquietudine, letteratura, filosofia, paura, alienazione, improvvisazione, dissonanza.
Hammill non era il classico frontman. Era piuttosto il narratore tormentato al centro di una macchina sonora altrettanto tormentata. La voce poteva passare dal canto alla declamazione, dal sussurro al grido, mentre tastiere, sax, organo e batteria costruivano paesaggi spesso più vicini all’incubo che alla psichedelia da festival.
I Van der Graaf Generator attraversano la stagione d’oro del prog con album come H to He, Who Am the Only One e soprattutto Pawn Hearts, pubblicato nel 1971. Ma la storia del gruppo è tutt’altro che lineare: scioglimenti, reunion, cambi di formazione e ritorni fanno parte della loro biografia quasi quanto i dischi.
Hammill, intanto, aveva già cominciato a costruire una strada parallela. Il primo vero album solista, Fool’s Mate, arriva nel 1971 e raccoglie anche materiale nato negli anni iniziali dei Van der Graaf. Da quel momento le due traiettorie continueranno a incrociarsi senza mai coincidere completamente.
Il prog, ma senza il rock progressivo

La definizione di “progressive rock” gli è sempre andata stretta. Hammill è uno di quegli artisti per i quali il genere è più una conseguenza che un programma. Nel corso degli anni ha attraversato rock d’avanguardia, elettronica, punk ante litteram, canzone d’autore, sperimentazione concreta, teatro musicale e forme quasi operistiche.
The Silent Corner and the Empty Stage, In Camera, Nadir’s Big Chance, Over, The Future Now: la discografia solista diventa presto un laboratorio nel quale Hammill sembra avere una sola regola, non ripetersi. E Nadir’s Big Chance, nel 1975, è forse l’esempio più clamoroso. In un momento in cui il progressive viene associato a suite interminabili e virtuosismi, Hammill pubblica un disco ruvido, nervoso, anticipatore dell’energia punk. John Lydon, qualche anno dopo, lo citerà pubblicamente tra i musicisti che ammira.
Il punto, però, non è dimostrare di essere stato “profetico”. Hammill sembra sempre aver avuto poco interesse per questo genere di medaglie. «L’unica vera domanda è se una musica sia onesta oppure no», dichiara. Una frase che spiega più di molte biografie perché Hammill sia ancora qui, dopo quasi sessant’anni di musica. Non ha mai avuto bisogno di essere contemporaneo. Gli è bastato essere coerente con quello che sentiva di dover fare.
Una carriera senza rete di sicurezza

Il suo percorso è impressionante anche per quantità: Tears in Time amplia una discografia solista che supera i quaranta album e arriva dopo cinque anni dall’ultimo lavoro di nuovo materiale. Ma il numero, nel caso di Hammill, conta meno della continuità della ricerca.
La sua musica ha conservato qualcosa di quasi artigianale. Hammill ha registrato moltissimo da solo, producendo, suonando e costruendo in studio le proprie opere. Anche Tears in Time nasce sostanzialmente da questo rapporto individuale con la registrazione, con una significativa eccezione: Saro Cosentino, musicista e collaboratore storico di Franco Battiato, compare in The Wheels. Hammill e Cosentino collaborano da molti anni e ogni tanto l’italiano propone delle idee musicali all’inglese. Proprio su una di queste idee Peter ha trovato una linea vocale e poi aggiunto il testo, con alcune percussioni e parte degli archi presenti nella demo originale.
Due dei brani del nuovo album, Heavy Weather e Tabula Rasa, erano nati originariamente come pezzi strumentali sperimentali. Non erano nemmeno destinati necessariamente a diventare canzoni. Sono rimasti lì, sospesi, finché Hammill non ha trovato un modo per farli parlare. Heavy Weather, in particolare, ha avuto una prima forma legata a un progetto discografico destinato a raccogliere fondi a sostegno dell’Ucraina nei primi mesi della guerra. «Una canzone deve dire la propria verità», ha spiegato Hammill in una recente intervista. Sembra una dichiarazione semplice. In realtà contiene tutta la sua poetica: la canzone non deve obbedire all’autore, è l’autore che deve aspettare che la canzone trovi la sua forma.
Tears in Time: undici pezzi, un solo tempo

Il rischio di un disco assemblato attraverso 35 anni di registrazioni era evidente: trasformarsi in un archivio, in una raccolta di reperti. Hammill riesce invece a fare un’operazione diversa. Non cerca di cancellare le differenze tra le epoche, le lascia emergere. È un album inevitabilmente discontinuo, ma la discontinuità è parte della sua identità. Ci sono momenti più introspettivi e altri più sperimentali, aperture melodiche e improvvise asperità. For a Rainy Day apre il disco con una dimensione quasi meditativa; The Wheels introduce la collaborazione con Cosentino; Heavy Weather e Tabula Rasa portano dentro il disco materiale proveniente da un’altra epoca.
Il titolo stesso, Tears in Time, sembra suggerire che il passato non sia mai veramente passato. Le vecchie registrazioni non sono semplicemente recuperate: vengono riascoltate da un uomo che oggi ha un’altra età, un’altra esperienza, un altro modo di ascoltare se stesso.
«Non mi sono ancora fermato», ha detto Hammill presentando il disco, «e mi rende molto felice scoprire che le canzoni continuino, in qualche modo, a trovare la strada verso le mie mani». È forse questa la definizione più precisa di Peter Hammill: un musicista che continua a ricevere musica dal proprio passato.
E i Van der Graaf?
Nel frattempo, anche la storia della band continua. Hammill è tornato più volte a quel repertorio e recentemente ha ripreso in mano Refugees, eseguendola alla Royal Albert Hall nell’ambito dei Prog Proms della BBC. Un luogo che per lui ha un significato particolare: nel 1969 i Van der Graaf Generator erano lì come supporto ai concerti di Jimi Hendrix. «È inevitabile che certi ricordi riaffiorino», ha raccontato.
Ma il punto è che Hammill non sembra vivere di ricordi. Li usa come materiale. La differenza è sostanziale. Per molti musicisti della sua generazione il passato è diventato repertorio; per lui può ancora diventare materia prima. Una canzone del 1991 può tornare nel 2026 e scoprire di avere ancora qualcosa da dire. Un frammento abbandonato può diventare un album. Un vecchio brano dei Van der Graaf può riaffiorare alla Royal Albert Hall senza trasformarsi in una semplice celebrazione nostalgica.
È questa la sua particolare idea di longevità: non restare uguale, ma continuare a mettere in discussione quello che si è già fatto.
Hammill in Italia
E adesso toccherà all’Italia. A novembre Hammill presenterà il nuovo repertorio e ripercorrerà la sua lunga storia musicale con cinque appuntamenti: 10 novembre al Teatro Ghione di Roma, 11 al Teatro Goldoni di Livorno, 13 al Teatro Superga di Nichelino, 15 alla Sala dei Giganti di Palazzo Liviano a Padova e 16 novembre al Teatro Elfo Puccini di Milano.
Cinque concerti per un artista che ha sempre avuto un rapporto particolare con il palco: niente nostalgia programmata, niente celebrazione automatica del passato. Anche dal vivo Hammill lascia spazio all’imprevisto, modificando repertori, arrangiamenti e combinazioni musicali.
E forse è proprio questo il modo migliore per ascoltare Tears in Time. Non come un disco di “inediti” nel senso convenzionale del termine, ma come un incontro fra diverse età dello stesso uomo. Perché il tempo, con Peter Hammill, non porta via le canzoni. Le mette da parte. Poi, quando è il momento, gliele restituisce.

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