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Melingo è l’eretico della religione tanguera

– L’ex punk dalla voce roca ha condotto una carriera di funambolo dalle coste amazzoniche alla movida di Madrid, per tornare poi al blues ubriacone dei marciapiedi di un porto. «Ho riportato il tango nei bassifondi»
– Dal tango di Carlos Gardel all’elegante decadenza di Serge Gainsbourg, passando per il rebetiko del nonno greco o la canzone gitana di Camaron de la Isla, c’è tutto questo nella musica dell’artista argentino

Anima errante e personaggio chaplinesco, Daniel Melingo, 66 anni, sa cosa significa intonare. Perché il mascalzone barbone della periferia di Buenos Aires ha assaggiato di tutto, provato di tutto: milonga popolare, clarinetto classico, rock tropicalista, tango trash, rebetiko gimnopedico… L’ex punk dalla voce roca ha condotto una carriera di funambolo dalle coste amazzoniche alla movida di Madrid, per tornare poi al blues ubriacone dei marciapiedi di un porto. Dal tango di Carlos Gardel all’elegante decadenza di Serge Gainsbourg, passando per il rebetiko del nonno greco o la canzone gitana di Camaron de la Isla, c’è tutto questo in S’il vous Plaît, raccolta di venticinque anni di carriera, che porta in concerto domenica 3 marzo al Teatro Fabrizio De André di Casalmaggiore (Reggio Emilia) ospite del Festival itinerante “Crossroads”.

Una storia che inizia in Italia. «Vengo da una famiglia di immigrati triestini», racconta. «Mio nonno, soprannominato “El Turco”, era di origine greca e mia nonna era cantante alla Scala di Milano quando era più giovane. A casa ascoltavamo rebetiko, una musica di cui non sapevo nulla, ma soprattutto molta opera. A casa mio padre prediligeva la musica classica, dall’opera alle grandi orchestre sinfoniche europee. La sera, quando era ora di andare a letto, metteva il disco de La Pavane…, di Ravel, per aiutarmi ad addormentarmi».

È in Argentina che Daniel Melingo nasce il 22 ottobre 1957, nel Parque de Los Patricios, sud di Buenos Aires, un quartiere operaio, un po’ malfamato. «Era la culla della famiglia di mia madre, dove tutti erano tangueros», ricorda. «La milonga faceva parte della mia vita quotidiana. Il tango si faceva per strada, scappava da tutti i bar, si giocava la sera in tutti i locali. Sono nato ventidue anni dopo la morte di Carlos Gardel, ma è come se fosse ancora vivo. Pioniere del tango, è rimasto l’incarnazione del tango totale, nell’iconografia, nella filosofia, nello stile di vita e nell’abbigliamento. Mio zio, Orlando Silva, che suonava in un’orchestra, ne ha coltivato la memoria. Ho poi conosciuto il Gardel dei film: in sala, gli spettatori applaudivano così tanto durante le sequenze in cui canta che il proiezionista doveva riavvolgere il film per riprodurre la canzone!».

A 3 anni il primo bandoneon, regalatogli dal nonno. «Ma questo strumento non mi è mai piaciuto. Dopo due anni di pratica, l’ho riportato in negozio per cambiarlo. L’unico strumento che mi è stato offerto era un clarinetto. Mi ha permesso di creare un legame tra la mia formazione classica e la scena jazz del momento. Amavo Benny Goodman, che era al crocevia di universi. In Argentina mi è piaciuto anche il pianista Lalo Schiffrin o il chitarrista Oscar Aleman, il sassofonista Gato Barbieri, che hanno reso indimenticabile il film L’ultimo tango a Parigi di Bertolucci. Quando Charles Mingus si esibì a Buenos Aires, andai a vederlo tre sere di seguito, in tre teatri diversi».

Dal jazz al rock, passaggio obbligato per un adolescente negli anni Sessanta: «Jimi Hendrix mi ha affascinato con la sua energia, la sua presenza, la sua immaginazione sfrenata. Di per sé, titoli come Hey Baby, ma anche Interstellar Overdrive, dell’era Syd Barrett dei Pink Floyd, mi hanno dato un’apertura favolosa».

Daniel Melingo

Il viaggio di S’il vous Plaît comincia nel 1997 con Ayer, un addio simbolico a un quartiere mitico, un quartiere che potrebbe diventare il nostro stesso Paese. Daniel Melingo è costretto a una nuova emigrazione. Politica, stavolta. «Due anni dopo l’inizio della dittatura in Argentina, sono andato in esilio in Brasile», ricorda. E, a 21 anni, gli si apre un nuovo mondo. «Attraverso i dischi ho conosciuto Alberto Gismonti ed Hermeto Pascoal, ma dopo le marce militari che si ripetevano, la musica del carnevale mi è entrata attraverso i piedi e si è impossessata del mio corpo. È stato in Brasile che sono diventato un musicista professionista. Ho conosciuto Caetano Veloso, Gilberto Gil e, soprattutto, Milton Nascimento. Ho incrociato la sua strada a Belo Horizonte, nel Minas Gerais. Ho poi risalito il Rio delle Amazzoni con il mio zaino e il mio clarinetto. A Belo Horizonte, Milton mi ha assunto come clarinettista nel suo Grupo Agua. Calderaè un titolo che abbiamo registrato insieme. Puoi sentire l’influenza del folklore indigeno. Milton ha anche attinto ai ritmi neri. Mi ha fatto conoscere le radici africane del samba e del tango».

Ma le scoperte musicali del nomade tanguero argentino non erano ancora finite. Tornato in Argentina all’inizio degli anni Ottanta, si unisce al gruppo Los Abuelos de Nada (I nonni del nulla), partecipando alla nascita di un movimento rock latino nutrito di funk e reggae. «La scena punk occidentale ci ha offerto un’alternativa a questi suoni facili. Lo spirito era molto polemico». Galvanizzato da Nina Hagen, The Clash, The Sex Pistols, fonda Los Twists, una band metà punk e metà new wave, in risposta al clima repressivo della guerra delle Falkland contro l’Inghilterra (1982). «Per sottrarmi al servizio militare obbligatorio mi sono unito all’orchestra della gendarmeria: mi è stato assicurato che avrei potuto tenere i capelli lunghi e che non avrei mai impugnato una pistola. Il primo giorno però è stato quello del tosaerba: ho preferito radermi la testa da solo».

Il forte richiamo dell’Europa lo porta a Madrid a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. «Sono stati quelli della festa e di tutti gli eccessi. Per noi argentini era libertà assoluta. Ho vissuto la movida nei bar, per strada, in feste che non finivano mai, con Pedro Almodóvar o Alberto Garcia-Alix, un amico fotografo. Suonavo con il gruppo punk Toreros Muertos e frequentavo la scena rock, ma le mie orecchie erano aperte alla tradizione profonda. Solo la canzone del soul spagnolo mi interessava. E quello che l’ha incarnato meglio è stato Camaron de la Isla».

In Europa s’innamora anche della canzone popolare francese, «da Édith Piaf, figura eccezionale, a Serge Gainsbourg, artista completo e compositore fenomenale con il quale ho trovato affinità: mi ritrovo nella sua versatilità pianistica, nella sua eleganza trash, nel suo personaggio decadente. Lui, più di Tom Waits a cui sono stato spesso paragonato, mi ha ispirato enormemente».

Con questo bagaglio di nuove esperienze e conoscenze, Daniel Melingo ritorna in patria. «Ho sentito, allora, la necessità di tornare alle origini. Una sorta di ricerca di identità, che mi ha spinto per la prima volta ad immergermi nella storia del tango, risalendo al prototango di Angel Villoldo (1861-1919), che improvvisava storie sfacciate, spesso con due significati, per divertire la galleria nei caffè. È questo tango da slum che ho iniziato a cantare nell’album Tangos bajos (1998): musica canaglia, un po’ sporca. Ho ritrovato le radici africane del tango, l’atmosfera festosa delle origini, quando il tango era popolare, solo strumentale e non serviva altro che far ballare la gente nei bordelli e nei porti della città dove venivano a incagliare marinai e carcerieri. Ed ho scoperto la storia del rebetiko con il film di Costas-Ferris, che risale alle origini del genere negli anni Trenta. Mi hanno colpito le forti somiglianze con il tango originale: il rebetiko dei miei antenati era anche musica di migranti e barche, nata nei porti, cantata in gergo, suonata nelle carceri e nei luoghi della dissolutezza, che parlava di machismo, risse, gelosie e galere. Da allora, questa storia mi ha seguito e ha interagito con la mia immaginazione».

Melingo riporta il tango nelle strade dove è nato, interpretando le sue canzoni che parlano di piccole storie ambientate nei bassifondi di Buenos Aires, tra ladri e perdenti, utilizzando al meglio il suo corpo ed il volto petroliniano. E lo fa con grande efficacia, perché, come scrive il Monde de la Musique, «è un eretico della religione tanguera… un iconoclasta che guarda alla vita degli emarginati di Buenos Aires e per farlo va alle fonti d’ispirazione del tango». 

Il festival Crossroads quest’anno festeggia la sua XXV edizione con un nuovo giro attorno al mondo delle musiche improvvisate (jazz e affini), con divagazioni etniche, cantautorali, sperimentali. E oltre a viaggiare simbolicamente da un continente all’altro grazie agli artisti ospiti, percorrerà invece assai concretamente tutta l’Emilia-Romagna: col suo dna di festival itinerante, dal 3 marzo al 13 luglio farà tappa in oltre venti comuni sull’intero territorio regionale con più di 60 concerti (per oltre 400 musicisti). Un programma talmente vasto da lasciare spazio alle grandi star italiane e internazionali (Enrico RavaPaolo FresuAbdullah IbrahimRichard Galliano…), alle giovani promesse già in aria di celebrità (Matteo MancusoFrida Bollani Magoni), alle figure storiche (Don MoyeUri Caine), ai nomi di più raro ascolto nel circuito festivaliero, ai talenti del territorio locale.

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