– Il leggendario chitarrista pubblica “Map of a Blue City”, primo album vocale in assoluto. Un lavoro intriso di umanità che porta tutto il peso di quasi trent’anni di storia, ripercorrendo tutti i generi che il musicista ha attraversato, dal jazz al folk, dal blues al Brasile, dal rock alla no wave. «Donald Trump è un fascista. Siamo al limite, o oltre il limite, di una crisi di legittimità»
– La citazione del fondatore del PCI: «L’atteggiamento corretto per un rivoluzionario in questi tempi è il pessimismo dell’intelligenza, ma allo stesso tempo l’ottimismo dello spirito». «Sto cercando traduttori in modo da poter pubblicare in lingua inglese storie di ciò che gli italiani chiamano la Resistenza contro Mussolini. Stiamo cercando un linguaggio di resistenza»
Alla fine degli anni Novanta, Marc Ribot aveva registrato una prima versione di Map Of A Blue City, proponendo il progetto all’Epitaph Records, etichetta punk nota per “band death metal brutali e poetici schizzi di sputi». Fu rifiutato per essere «troppo oscuro» (Too Dark for Epitaph è diventato per un po’ il titolo dell’album).
Ci ha armeggiato per circa un decennio, registrando nuove versioni con il defunto Hal Willner che produceva. «Ma a quel punto, mi ero affezionato alle versioni precedenti», dice Ribot, chitarrista e compositore che ha lavorato con Tom Waits, Elvis Costello, Robert Plant & Alison Krauss, Wilson Pickett, Marianne Faithfull, Solomon Burke, The Black Keys, T. Bone Burnett e tanti altri. «Il tempo è passato, ho perso la multitraccia per le versioni originali e nel 2020 abbiamo perso Hal. Ma ho sempre saputo che voleva che queste canzoni fossero conosciute dal mondo».

Poi Ribot ha incontrato Ben Greenberg, cantante, cantautore e produttore della Bay Area. «Sapevo che era la persona giusta per schiudere questi strani bozzoli», commenta Ribot. «Grazie alle misteriose tecnologie che consentono a Ben di de-mixare/remixare le tracce precedenti, e grazie ai suoi brillanti mix di materiale delle sessioni di Willner, ora le offriamo all’ascolto».
Ed ecco Map Of A Blue City, il primo album vocale in assoluto di Marc Ribot. «Di solito suono meglio sui dischi di altre persone», si schermisce. «Perché sui miei dischi ho a che fare con molto di più che suonare la chitarra». L’album è «come la musica da camera: intimo», spiega. Accanto alle sue canzoni, Ribot riprende la versione originale dell’apocalittica When the World’s on Fire registrata dalla Carter Family. In un crudele interstizio temporale, piantato nel cuore della Grande Depressione, quel bluegrass aveva il sapore della terra in bocca masticata insieme alle parole di una preghiera gospel. Il chitarrista riesce a offrire una versione che sembra ancor più vecchia dell’originale del 1930. Aggiunge la musica a Sometime Jailhouse Blues di Allen Ginsberg, lamento di un detenuto stanco mentre attende la resa dei conti finale; For Celia è ispirata alla poesia di Heinrich Heine The Lorelei e alle immagini dell’Olocausto. «La canzone parla di non cercare di imporre una narrazione romantica sulla storia e invece di guardarla come il disastro che è», sottolinea. Daddy’s Trip to Brazil è un’eco post-punk con postumi di una sbornia della famosa Wave di Jobim.
Map of a Blue City termina con lo strumentale Optimism of the Spirit, titolo preso in prestito da parole scritte da Antonio Gramsci dopo essere stato imprigionato dal regime fascista di Mussolini: «L’atteggiamento corretto per un rivoluzionario in questi tempi è il pessimismo dell’intelligenza, ma allo stesso tempo l’ottimismo dello spirito».
Il disastro che il mondo sta vivendo preoccupa sempre più Marc Ribot, che nel 2018 ha pubblicato Songs of Resistance 1942-2018, con amici tra cui Tom Waits, Steve Earle e Meshell Ndegeocello. «Non mi va di puntare l’indice contro qualcuno, ma Donald Trump è un fascista», dice amareggiato. «Siamo al limite, o oltre il limite, di una crisi di legittimità». In risposta, sta cercando traduttori in modo da poter pubblicare in lingua inglese «storie di ciò che gli italiani chiamano la Resistenza contro Mussolini. Stiamo cercando un linguaggio di resistenza».
Oggi il chitarrista che ha attraversato tutti i generi, dal blues al jazz, dal rock al punk, dalla no wave al minimalismo, sembra una via di mezzo fra Ry Cooder e Neil Young, con echi di Rick Rubin e Johnny Cash. «Mi sono sentito come un guerriero per questa musica visceralmente potente che ho sentito intorno a me», racconta. «L’ho sentito nella band di Richard Hell al CBGB. L’ho sentito alle feste di quartiere, nella musica cubana che sanguinava attraverso le pareti del mio appartamento del Lower East Side. L’ho sentito ad Haiti, nella musica nuziale croata. Non riuscivo ancora a capire cosa avesse in comune tutta questa musica, ma ero pronto ad andare in guerra per questa causa. Volevo raggiungere le anime delle persone e farle ballare, piangere o vomitare».

Se si vuole, con la musica di Map of a Blue City si può anche ballare, può sicuramente commuovere ed emozionare, ma anche vomitare pensando al mondo di oggi. La composizione di Ribot, apparentemente semplice, si fonde magnificamente con le parole strazianti. È un album che porta il peso della sua storia con grazia, incorporando registrazioni fatte oltre la metà della vita di Ribot e riflettendo su come è arrivato a questo particolare momento. «Lavorando su questo disco per così tanto tempo, ho visto il mondo cambiare drasticamente e non cambiare affatto», racconta. «Alcuni dei problemi di oggi sono gli stessi a cui ho pensato quando stavo iniziando l’album, ma alcuni non avrei potuto immaginarli in quel momento. Ci sono alcune dure verità e fredde osservazioni in queste canzoni».
Un album intriso di umanità… uno dei migliori dischi dell’anno.
