– Dagli ABBA in versione digitale ai Beatles ricostruiti dall’intelligenza artificiale, fino alle reunion di Oasis e Pulp: nell’industria della nostalgia sciogliersi è diventato un gesto reversibile
– Si può sempre tornare sul palcoscenico, fare un altro tour, girare un documentario e, soprattutto, riaprire il botteghino. La parola “fine” è ormai soltanto l’inizio della prevendita
Un gruppo musicale si scioglie davvero? Domanda ingenua, quasi tenera. Una volta ci si scioglieva, si litigava, si sbatteva la porta e ognuno tornava a casa propria. Oggi ci si scioglie con la prudenza di chi chiude un conto corrente: lasciando sempre qualche euro dentro. Non si sa mai.
Negli ultimi anni abbiamo assistito con crescente stupore alla capacità del capitalismo di resuscitare artisti che sembravano ormai felicemente consegnati alla storia. Il pensionamento, nel pop, è diventato una forma particolarmente elaborata di marketing. La parola “fine” ha perso il suo significato: è diventata una clausola contrattuale, possibilmente rinnovabile. Oggi si può spremere ancora qualche dollaro da qualunque spettacolo. Anche se l’artista ha ottant’anni. Anche se ne ha novanta. Anche se è morto.
Gli ABBA hanno trovato una soluzione elegantissima: non far tornare gli ABBA, ma i loro fantasmi digitali. Con ABBA Voyage, motion capture, proiezioni e tecnologia assortita, la band può continuare a esibirsi senza il fastidio di invecchiare, stancarsi, dimenticare le parole o chiedere un camerino. Una macchina del tempo al servizio del botteghino.

I Beatles sono andati ancora più avanti. Peter Jackson e la WingNut Films hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per ripulire e separare le vecchie registrazioni di John Lennon. Risultato: Now and Then, pubblicata nel 2023 come nuova canzone dei Beatles, quasi trent’anni dopo l’ultima. Una specie di seduta spiritica con masterizzazione stereo.
Non è difficile immaginare il futuro: Elvis potrebbe tornare domani sera, Hendrix dopodomani, Amy Winehouse il sabato. E magari Prince, al culmine della sua follia creativa, potrebbe finalmente essere interpretato da un algoritmo che abbia studiato tutta la sua discografia. Naturalmente sto scherzando. L’ultima cosa di cui il mondo ha bisogno è un Prince sintetico che faccia concorrenza a quello vero.
Ma i morti, tutto sommato, hanno un alibi. Sono i loro eredi a decidere. Più sorprendente è vedere tornare sul palco artisti perfettamente vivi, spesso dopo aver giurato che non lo avrebbero fatto mai più. Per esempio gli Oasis.
Quando nel 2025 Liam e Noel Gallagher hanno annunciato la reunion, dopo la separazione del 2009, si è avuta la sensazione che si fosse finalmente verificato un evento biblico: il lupo aveva deciso di dormire con l’agnello. O, più realisticamente, due fratelli che per sedici anni avevano trasformato l’odio reciproco in una forma di intrattenimento internazionale avevano scoperto che potevano trasformarlo anche in biglietti. Il miracolo, naturalmente, aveva un prezzo.
Prima degli Oasis erano tornati i Pulp, altro pezzo della grande famiglia del Britpop, ma di segno quasi opposto. Dove i Gallagher avevano fatto della rissa fraterna una disciplina olimpica, Jarvis Cocker aveva fatto dell’ironia, dell’imbarazzo e dell’osservazione sociale una forma d’arte.

Anche i Pulp avevano lasciato intendere che la reunion del 2012 sarebbe stata l’ultima. Poi, nel 2022, è arrivato l’annuncio di un nuovo tour. La motivazione ufficiale era la solita e inattaccabile: «Lo chiedevano i fan». Che è diventata nel frattempo la formula universale con cui si giustifica qualsiasi cosa, dal ritorno di una band allo scongelamento dei surgelati.
Dopo tre anni di concerti, anche questa fase dei Pulp si è conclusa. Ma senza pronunciare la parola “addio”. E fanno bene. Nell’industria musicale contemporanea dichiarare che una cosa è finita equivale a lasciare una porta aperta con scritto: “ingresso artisti, uscita solo provvisoria”.
Poi, quasi contemporaneamente, Oasis e Pulp hanno messo sul mercato i rispettivi documentari dedicati al ritorno sulle scene. Due band diversissime, due film diversissimi, una stessa domanda sullo sfondo: perché tornare? La risposta più semplice è anche quella che nessuno ama pronunciare per prima: perché la gente compra i biglietti.
What Do You Do for an Encore?, il film sui Pulp diretto da Garth Jennings, è quasi l’antitesi del classico documentario rock. Jennings, che aveva già lavorato con la band e poi si è dedicato persino a Sing, ha costruito un oggetto colorato, eccentrico, pieno di materiali d’archivio, fotografie, video, animazioni e trovate visive.
L’ispirazione, guarda caso, è stata proprio ABBA Voyage. Cocker e Jennings ne sono grandi estimatori: ne hanno apprezzato la precisione, la gioia, la capacità di trasformare il passato in un prodotto contemporaneo senza farlo sembrare necessariamente un museo delle cere.
Così il film racconta l’intera storia dei Pulp, alternandola alle immagini dei concerti all’O2 Arena di Londra. Jarvis Cocker fa da narratore e, come sempre, riesce a sembrare contemporaneamente un filosofo pop, un osservatore sociologico e il presentatore di un programma per bambini trasmesso alle tre del mattino da una televisione che non esiste più.
È un documentario costruito con intelligenza e con una cura evidente. Non vuole consegnare i Pulp al museo del rock, anche perché i Pulp sono sempre stati troppo intelligenti per andarci senza protestare.
E tuttavia il film inciampa proprio nella sua intelligenza. Sembra continuamente preoccuparsi di non essere un documentario rock tradizionale, mentre nello stesso tempo sa benissimo che il pubblico è lì per vedere i Pulp suonare Disco 2000 e Common People. Così Cocker apre una parentesi esistenziale, Jennings inserisce una fotografia, parte un’animazione, qualcuno riflette sul senso della vita e, prima che lo spettatore possa chiedersi dove siano finiti gli altri dieci minuti della propria esistenza, arrivano le immagini dell’O2. È un meccanismo quasi perfetto: il film si prende gioco del fan service mentre lo pratica.

La parte più interessante avrebbe forse meritato più spazio: i sentimenti della band dopo la morte di Steve Mackey, il rapporto con il tempo, con l’età, con il ritorno a un repertorio che appartiene ormai a più generazioni. E le immagini del concerto sono così potenti che viene spontaneo domandarsi perché non sia stato fatto direttamente un grande film-concerto.
Ma il problema, alla fine, è sempre quello: per chi è fatto un documentario musicale? Per il fan che conosce ogni brano? Per quello che ha scoperto la band ieri? Per il curioso che non sa distinguere Jarvis Cocker da un professore universitario particolarmente elegante? Per il regista? Per la casa di distribuzione? What Do You Do for an Encore? sembra voler accontentare tutti. E, come spesso accade quando si vuole accontentare tutti, finisce per non scegliere fino in fondo.
Con gli Oasis succede quasi il contrario. Don’t Look Back in Anger si concede tutte le trappole che i Pulp sembrano voler evitare: il mito, la nostalgia, la grande epopea, le folle, le immagini spettacolari, il repertorio celebrato come patrimonio dell’umanità. Eppure, sorprendentemente, funziona proprio perché ogni tanto lascia filtrare qualcosa che nessuna tecnologia può fabbricare: la fragilità.
Il tour Live ‘25 viene raccontato come un’esperienza tutt’altro che tranquilla. Liam Gallagher arriva al primo concerto di Cardiff appena venti minuti prima dell’inizio. Una scelta organizzativa che difficilmente troveremo nei manuali di team building. Eppure, il film riesce a restituire anche il lato terapeutico della reunion. Soprattutto attraverso Noel.
Quello che per anni è stato raccontato come il Gallagher più ruvido, sarcastico e indisponente appare spesso sinceramente emozionato dalla possibilità di lavorare nuovamente con il fratello dopo sedici anni. Non c’è bisogno di trasformare la reunion in una seduta di psicoterapia: basta vedere due persone che, dopo essersi dette praticamente tutto il male possibile, riescono finalmente a stare nella stessa stanza senza chiamare un avvocato.
Il film, invece, sorvola sulle questioni più scomode. Le domande sulle posizioni politiche dei Gallagher vengono rapidamente archiviate sotto l’etichetta universale di “pace e amore”. E chi aspettasse un pentimento sui prezzi dei biglietti può tranquillamente mettersi il cuore in pace. La redenzione è una cosa, il dynamic pricing un’altra. E qui arriva il paradosso.

Il documentario degli Oasis, che avrebbe potuto essere soltanto l’ennesima celebrazione nostalgica di una band che torna a cantare le proprie canzoni di trent’anni fa, finisce per avere una dimensione umana più evidente. Quello dei Pulp, che invece cerca disperatamente di non assomigliare a un documentario rock, rischia talvolta di diventare un elegantissimo catalogo illustrato della propria intelligenza.
Forse sarebbe dovuto accadere il contrario: un documentario puro per gli Oasis e un film-concerto per i Pulp. Ma naturalmente non sarebbe stato possibile. Perché il fan degli Oasis vuole rivedere il tour. Vuole Wonderwall, Supersonic, Don’t Look Back in Anger, vuole Liam che entra in scena e Noel che guarda il fratello come se ancora non fosse del tutto sicuro che quella cosa stia succedendo davvero.
E i Pulp? I Pulp possono sempre tornare. È questo il vero significato delle reunion contemporanee: non sono più ritorni. Sono abbonamenti alla nostalgia. Una band non si scioglie. Si mette in pausa. Poi arriva un documentario. Poi un’edizione deluxe. Poi un vinile colorato. Poi un tour. Poi una seconda tranche del tour. Poi un film del tour. Poi, naturalmente, il secondo film del tour. Perché se due fratelli che si sono odiati per sedici anni possono tornare insieme, non si vede perché dovrebbe sciogliersi davvero un gruppo musicale. Soprattutto quando il botteghino è ancora aperto.

